L'importanza di chiamarsi Bibi

(di Gino Lanzara)
05/11/22

La tornata elettorale israeliana è stata contrassegnata da diversi elementi che hanno contribuito a renderla unica. Innanzi tutto si è trattato della 5^ consultazione in 43 mesi, cosa che ha evidenziato una instabilità interna accentuata ed una parcellizzazione politica che a livello sociale ha agevolato, negli ultimi due anni, una dispersione di suffragi tale da rendere impossibile la formazione di un esecutivo duraturo. L’altissima percentuale di votanti da sola ha suggerito, come fosse un exit poll, uno spostamento degli equilibri politici verso destra. Del resto il passaggio di consegne tra il più longevo premier israeliano e qualunque successore fosse riuscito a subentrare, non avrebbe potuto che portare le stigmate di una costante ed odiosa comparazione: proprio noi dovremmo ricordarcene rammentando il famoso e trito: quando c’era lui... Intendiamoci, si tratta di un errore politico esiziale, ma lo è stato altrettanto basare la nuova linea solo sulla distruzione politica del vecchio ma non certo domo Benjamin, giocando su vicende giudiziarie che, probabilmente, ancora per lungo tempo non vedranno termine e che non hanno certo logorato la sua pulsione per il potere.

Altro errore del governo uscente è stato quello di aver voluto ampliare la propria base cooptando tutte le anime politiche dell’agone israeliano; alla prova dei fatti, il governo di solidarietà nazionale in salsa gerosolimitana è imploso non potendo conciliare istanze troppo complesse e soprattutto diverse. Realisticamente, come avviene per i ghostbusters, incrociare i flussi è pericoloso, e soprattutto inutile.

King Bibi parla un inglese fluente, si è laureato al MIT di Boston e ha studiato ad Harward (pur non completando il corso di studi), è un politico accorto che ha saputo adattarsi, come la forma dell’acqua in un orcio, usando controlli e contrappesi nelle sue politiche, concedendo magari sconfitte tattiche ma aggiudicandosi vittorie strategiche, come avvenuto per gli Accordi di Abramo in cui ha agevolato l’instaurazione di proficui rapporti diplomatici con importanti soggetti politici arabi, al modico prezzo della sospensione della concessione della sovranità agli insediamenti cisgiordani.

Netanyahu, impareggiabile animale politico, si aggiudica dunque a 73 anni suonati una posta notevole, ma sarebbe sbagliato pensare che, a sua volta, non dovrà per questo pagare un prezzo salato. Se è vero che la maggioranza di destra è schiacciante, è altrettanto vero che non esiste un monocolore politico e soprattutto laico, ma un cartello di movimenti e partiti che, fondati su un’ortodossia religiosa particolarmente sentita, demandano all’interpretazione del trascendente la soluzione di problemi fin troppo terreni1, come quelli rappresentati dalla gestione degli insediamenti cisgiordani. Basti per tutti considerare il cursus politico di Itamar Ben Gvir2, movimentista infiammato e di spessore che non ha celato il suo intento di ottenere un dicastero fondamentale, quello della Pubblica Sicurezza, lasciando la Difesa all’alleato Bezalel Smotrich; da rimarcare il suo stile diretto, chiaro, i suoi messaggi privi di incertezze: chi può dire che non abbia egli stesso rubato voti alla sinistra di Meretz?

Ma come potrebbe uscirne ora Bibi?

Magari rivolgendosi al capo del Partito di Unità Nazionale Benny Gantz che, tuttavia, ha più volte ripetuto di non voler condividere nulla con il Likud pur non essendo sempre in sintonia con Lapid. Al di là dal condividere la condotta politica in fieri, bisogna anche dire che, paradossalmente, tra i più efficaci supporter del Likud ci sono stati proprio i palestinesi; non offrire sponde negoziali ad un governo lacerato dalla necessità di assicurare la sicurezza interna evitando ulteriori conflitti, è stato un non sense di rara miopia.

Poiché non si intende privare nessuno del suo merito, è opportuno rammentare anche le performance dell’Iran khomeinista, proteso verso una problematica ma comunque minacciosa proiezione nucleare, e di Hezbollah, la longa manus persiana in Libano. Data la politica palestinese, guardando al passato, si ha l’impressione che la storia abbia insegnato molto poco, e che una sfortunata serie di tragici eventi abbia ricollocato il popolo palestinese da un lato che, se non è proprio sbagliato, è di certo poco pagante.

Uno dei risultati di questa politica più facilmente apprezzabili consiste nel terzo posto ottenuto dal raggruppamento formato da Potere Ebraico e dal Partito Sionista Religioso, compagini che, fino alla settimana scorsa, potevano contare su un pugno di parlamentari.

Da aggiungere anche la pessima performance dei partiti arabi, su cui sono pesate disillusioni e divisioni che hanno vanificato la partecipazione degli arabo-israeliani, il 20% della popolazione: inutile ed improduttivo concorrere sotto bandiere diverse quando il successo si può ottenere solo con l’unità programmatica.

Se i partiti arabi piangono la sinistra non ride; i laburisti, nostalgico ex primo partito, hanno ottenuto solo 4 seggi, mentre Meretz non ha superato la soglia di sbarramento. Una debacle, soprattutto alla luce delle prime dichiarazioni rilasciate da alcuni dirigenti del partito di Ben Gvir per cui sia l’opposizione di sinistra sia gli arabi dovrebbero continuare ad essere preoccupati. La destra ha attratto votanti e suffragi; Yesh Atid del premier uscente Lapid, pur avendo ottenuto il miglior risultato della sua pur breve storia, ha sottratto voti alla sinistra per attrarli in un’area più moderata.

Le reazioni all’esito elettorale dall’estero sono state molteplici, soprattutto variegate; al di là delle generiche congratulazioni di prammatica, spicca l’irritazione della politica dem americana che, forse, come in molti altri frangenti, bene avrebbe fatto a muoversi diversamente in tempi non sospetti, visto che è a sua volta sotto lo schiaffo delle elezioni interne di mid-term.

Pur volendo mantenere alto il blasone del convincimento politico e morale, boicottare apertamente un possibile futuro ministro israeliano potrebbe condurre ad un ulteriore indebolimento delle future posizioni di Washington, già di suo costretta durante l’estate ad un umiliante tour de force mediorientale nel tentativo di indurre alleati ormai tentennanti a rimodulare la propria produzione petrolifera.

Se il voto ha fornito un segnale chiaro, le perplessità in ambito internazionale però non sono venute meno, pur alla luce del fatto che il risultato elettorale ha consegnato alla ribalta una maggioranza apparentemente stabile (forse è proprio questo che induce alle ambasce).

Netanyahu si è confermato elemento polarizzante in un Paese che, sul tappeto, ha svariate questioni da definire mantenendo un’indispensabile continuità: i rapporti con Egitto e Giordania, le relazioni discendenti dalla stipula degli Accordi di Abramo che non possono non risentire degli umori delle piazze arabe laddove sollecitate, la postura da mantenere con il riluttante alleato americano, le rinnovate liaison con Ankara ed i punti di faglia energetici con il Libano.

1 Notevole la partecipazione degli Haredi, una comunità che sembra chiusa in un contesto rigoroso caratterizzato dall’osservanza delle scritture; la loro affluenza è stata molto elevata grazie all’intervento degli attivisti

2 È stato accusato 46 volte per disordini, vandalismo, istigazione al razzismo, sostegno ad organizzazione terroristica; è stato condannato 8 volte

Foto: Twitter

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