L’altro lato oscuro della forza nucleare

(di Julian Carax)
26/04/21

Strenui difensori di una soggettività raziocinante, in tempi in cui la libertà di pensiero assurge a valore relativo eterodiretto, ci crogioliamo nell’osservare lo scorrere degli eventi dalle molteplici prospettive offerte dalle facce di un prisma. I fini amanti del rock (old sport!), nel delibare il lunare ed ancora pieno e potente lato oscuro dei Pink Floyd, ricorderanno certamente in copertina - con una lacrima ben spesa in memoria della musica senza tempo - il fascio policromo rifratto. È la realtà: sta a noi, facendo attenzione a non essere troppo confortably numb, cogliere il raggio corretto, quello che fa risplendere di una luce pulviscolare il nucleare e le sue aspirazioni contraddittorie: da un lato armi di distruzione di massa, dall’altro ragioni energetico-economiche ed ambientali, asimmetrie belliche sempre più marcate che solo il nucleare può compensare, ed un confine tra impieghi militari ed usi civili reso sempre più labile dall’affascinante ma confuso concetto del dual use1, sempre più spesso utilizzato a spiovere quale insipido riempitivo di prolusioni demagogiche.

È una necessità inconfessabile, ma di energia nucleare non si riesce a fare a meno; basta guardare ai Paesi a demografia più dirompente del MO, dove condizioni ambientali estreme, clima e desalinizzazione dell’acqua impongono i loro diktat e dove è necessario rendere disponibile per l’export un maggior quantitativo di idrocarburi.

L’altro lato oscuro della forza nucleare, è che la proliferazione di armi atomiche sta avvenendo e continuerà in virtù di una politica delle grandi potenze tutt’altro che accorta e non in linea con un pensiero affine a quello di Kenneth Waltz, che avrebbe sicuramente auspicato poteri imperiali superiori che controllano la proliferazione nucleare regionale dei propri clientes. Si delinea una prima conseguenza strategica, che vede la Russia gestire il nucleare dell’area MENA, mentre UE e USA rimangono vincolati al mercato petrolifero.

Focus sul Golfo Persico: negli EAU è stata completata l’ultima cupola della prima centrale nucleare della Penisola Arabica2 (foto), grazie all’opera della Corea del Sud, mentre sulla stessa lunghezza d’onda si è posizionata anche l’Arabia Saudita, intenzionata a realizzare 16 centrali nucleari entro il 2032, anno coincidente con la Saudi Arabia’s Vision, latrice dell’affrancamento da estrazione ed esportazione idrocarburica. Geoeconomicamente la diversificazione energetica dei Paesi del Golfo interessa una strategia multidimensionale, che spazia da realizzazioni di import energetico3 fino a giungere ad investimenti interni nel settore solare e nucleare, a garanzia di un’indispensabile autosufficienza.

La seconda era nucleare, che vede protagonisti anche Stati dipendenti da importazioni di risorse energetiche altrimenti surrogabili con l’energia prodotta da propri reattori, è cominciata, e conviene averne ben presenti linee e sfumature.

Alle 5 potenze nucleari legali4 componenti il Consiglio di Sicurezza delle NU, se ne sono aggiunte altre tre non dichiarate5, più Nazioni border line6, oltre a Paesi che hanno espressamente rinunciato all’opzione nucleare7, mentre USA e Russia hanno ridotto il numero delle testate per rimodernare le rimanenti amplificandone effetti e letalità; utile rammentare come il bipolarismo abbia rappresentato, nella sua accezione nucleare, sia un fattore di stabilità che un elemento di rischio, come hanno dimostrato le crisi di Cuba del '62 e di Kargil del '99.

Siamo in un’epoca di espansione, che annovera Stati che hanno varcato la soglia, Stati che anelano a farlo, soggetti politici non statuali desiderosi di impadronirsi di qualsiasi cosa somigli ad una testata atomica o ad una più economica bomba sporca8.

La rilevanza delle armi nucleari non risiede tanto nel loro genere, quanto in chi ne rivendica il dominio ed è in grado di esercitare un’effettiva azione di comando e controllo anche sotto l’aspetto cyber; la preoccupazione non è insita nella proliferazione, caratterizzata da un discrimen politico, quanto nel possesso da parte di regimi insensibili al richiamo delle regole e di conseguenza geneticamente propensi al sostegno di qualsiasi iniziativa terroristica, regimi di fatto intangibili una volta oltrepassato il punto di non ritorno dell’acquisizione dell’armamento nucleare. Analizzando il quadro generale, si giunge a diverse conclusioni; la prima è che ci sono attori geopolitici che sollecitano minori ambasce rispetto ad altri, evenienza questa confermata dall’Arabia Saudita, spinta a considerare di dotarsi di ombrello nucleare non a causa di Israele, che non ha acceso alcuna stella nucleare sul MO nemmeno durante la Guerra dello Yom Kippur del ‘73, ma dalla volitività della mezzaluna sciita; la seconda è che si innescano due incentivi antitetici: il primo è l’uso preventivo della forza quale mezzo anti proliferazione9, ed il secondo è il celere attraversamento della soglia nucleare quale garanzia di immunità.

Ora i due grandi decaduti: in primis la deterrenza, come quella pakistana, minima e credibile (foto); se la deterrenza basava la sua ratio sul fatto che l’armamento atomico era utile perché, nei grandi rapporti strategici, non veniva usato, ora l’asimmetria della seconda era nucleare la rende obsoleta; in secundis, l’accesso alla tecnologia che, a fronte dell’apparente rinuncia all’armamento atomico, consente lo sviluppo di know how nucleari per scopi pacifici, salvo poi consentire comunque il ritiro dai trattati una volta giunto il momento del passaggio all’impiego bellico. In questa ottica, il TNP (Trattato di Non Proliferazione) ha evidenziato i suoi limiti, con l’aumento dei detentori di armi atomiche da 6 a 9, senza contare le aspirazioni iraniane, secondo un trend che ha palesato le difficoltà di un ordine percepito come diseguale.

Se da un lato il Sudafrica ha volontariamente dismesso la sua eredità nucleare, ed a suo tempo né in Iraq né in Libia è stata consentita l’ultimazione degli allestimenti atomici, senza contare l’Algeria, dall’altro i test condotti da India, Pakistan e Corea del Nord hanno testimoniato sia la difficoltà del controllo di NP, sia le difficoltà connesse ad una serie di inevitabili considerazioni; teoricamente, materiali, tecnologia e competenze necessarie all'arricchimento dell’uranio possono essere utilizzati non solo per produrre energia10, ma anche per sviluppare in pochi mesi armi nucleari.

Più l’uranio è ricco, meno ce ne sarà bisogno per la realizzazione di armi, consentendo così di poter disporre di testate più piccole e leggere su vettori in grado di percorrere distanze maggiori; c’è anche la strada della produzione di plutonio, elemento naturalmente assente, differenziabile in plutonio per reattori, estratto dal combustibile esaurito ed esposto per anni a radiazioni in un reattore nucleare, e plutonio per armi, estratto dal combustibile esaurito e trasferito in un reattore ad hoc dal design diverso dal classico reattore nucleare, e che necessita di un tempo relativamente esiguo per produrre materiale radioattivo per scopi bellici.

Ma quanto tempo sarebbe necessario per un paese mediamente evoluto per realizzare un ordigno nucleare in condizioni di emergenza? Un paese occidentale, già in possesso della strumentazione nucleare di pace almeno 6 mesi, altrimenti, con la dovuta assistenza tecnica esterna, un arco temporale esteso su non più di 2 anni.

I nodi gordiani tuttavia rimangono due: i vettori, per cui occorrono almeno 15 anni di R&D a meno che non li si ricevano per altra via, evento questo non scartabile a priori specialmente nella Penisola Arabica, e la miniaturizzazione degli ordigni, necessaria per adeguare la testata, tutti elementi di cui, al momento, nessun paese del MO possiede la tecnologia proprietaria necessaria a permettere, tra l’altro, lanci balistici nello spazio, eccezion fatta per i Jericho III israeliani, o per i missili lanciabili dai sommergibili Dolphin (foto). La reazione più produttiva, in caso di minaccia insorgente, rimane il sabotaggio preventivo.

La capacità nucleare va quindi considerata in relazione alle finalità del Paese, al mantenimento o, al contrario, allo stravolgimento degli equilibri esistenti, secondo diverse specificità su cui calibrare le capacità strategiche11, associandovi le innovazioni tecnologiche. Se Pakistan ed India puntano all’egemonia regionale, le finalità di Israele si riferiscono al suo isolamento ed alla possibilità di provocare, in caso di attacco, la distruzione dei Paesi arabi limitrofi12; la persistente conflittualità va anche considerata in funzione della variabile degli Ayatollah, sovente agevolati da visioni politiche europee troppo economiciste e poco strategiche, ed in contrasto con le dichiarazioni rassicuranti circa lo sviluppo di un programma di produzione energetica poco compatibile sia con i risultati conseguiti con le versioni aggiornate del missile Shahab, sia con la cooperazione con Pyongyang che potrebbe condurre all’acquisizione del missile intercontinentale nordcoreano Taepodong-2.

Un conflitto nucleare che coinvolga una delle cinque potenze nucleari legali rimane improbabile, benché siano sempre latenti possibilità che sconsigliano di sguarnire gli arsenali e che indirizzano la ricerca verso ulteriori sistemi d’arma, come quelli ipersonici13 capaci di conferire un significativo vantaggio tecnologico, tattico e strategico, capace di infrangere le bolle A2/AD, e su cui la Cina mantiene un’ambiguità convenzionale/nucleare, al fine di alterare le logiche di deterrenza nemiche; più fattibili sono i conflitti nucleari regionali – nucler threshold14 - tra Iran, che ha ripreso il suo programma atomico, ed Israele15; tra India e Pakistan che, non avendo aderito al TNP, condividono un confine di 1.800 miglia; Corea del Nord, ritiratasi dal TNP nel 2003.

Osservando i dati più recenti, i paesi mediorientali sono quelli stanno investendo di più nel nucleare. L’Iran gioca sull’atomico per rendere disponibili ulteriori quote di greggio, allungare la vita dei pozzi di petrolio, sfruttare un autonomo dual use in grado di garantire una proiezione di potenza asimmetrica capace di compensare le carenze del convenzionale Artesh16, ricorrendo anche ad appoggi proxy, come quelli di Hezbollah in Libano (monitorati da Israele) e ad apprestamenti missilistici sotterranei lungo le coste.

La ratio di Teheran, che ha cominciato a coltivare il sogno atomico già durante il regime dello Sciah e che sta arricchendo uranio negli impianti di Natanz, Fordow ed Isfahan, è dunque quella di considerare il nucleare come una minaccia contro Israele o contro parte del mondo sunnita, costringendo gli antagonisti in una sorta di isolamento tattico, e relegando Israele al ruolo di ostaggio strategico. Più paesi sviluppano capacità nucleari e costruiscono il proprio arsenale, più la competizione si sposterà dalla bipolarità israelo iraniana ad una rivalità multi stato. La politica nucleare saudita e degli altri Paesi arabi del Golfo non è quindi rivolta solamente allo sviluppo economico, ma anche al contenimento dell’Iran, che per Israele assurge al ruolo di pericolo esistenziale, per gli USA a quello di rischio strategico, per cui sarebbe comunque assennato, a prescindere dal corrente svolgimento degli incontri di Vienna, analizzare le prossime elezioni presidenziali iraniane di giugno, tenendo conto che, anche secondo Blinken, la struttura del JCPOA non è più idonea al contenimento dell’espansionismo persiano; è dunque ipotizzabile la concretizzazione di uno scenario mediorientale connotato da forze nucleari estese dall’Arabia all’Iran, una contiguità geografica tuttavia insufficiente ad assicurare il rispetto della teoria della MAD17 dato il contesto instabile, multipolare ed asimmetrico, con la presenza di Israele, Egitto18 e dell’ondivaga Turchia, che, già ospitante un arsenale nucleare della NATO, scalpita per averne uno ottomano, tanto da aver già dato inizio alla costruzione di una propria centrale atomica19, saggiamente posizionata in un’area sismica. Il tutto senza contare il peso politico che la Russia certamente eserciterà, grazie all’opera di Rosatom, l’impresa che realizzerà gli impianti.

Ricorrendo ad una facile battuta, si potrebbe affermare che il quadro della situazione nucleare non avrebbe potuto essere più attivo, e conduce a considerazioni inevitabilmente intrise di legittima preoccupazione per valutazioni non sempre così centrate.

Viene tuttavia da chiedersi cosa potersi attendere se per alcuni.. ..non esiste il benché minimo indizio che faccia pensare che l'energia nucleare diverrà mai accessibile, perché questo comporterebbe essere in grado di scindere l'atomo a comando20, e visto che l'energia prodotta dall'atomo è una cosa davvero da poco. Chi si aspetta una fonte di energia dalla trasformazione di questi atomi sta parlando a vanvera21

Andatevi a fidare...

1 Vd. India anni ‘60 e lo sviluppo della prima bomba atomica; USA – URSS, guerra fredda e sviluppo di tecnologie utili a “portare l’uomo nello Spazio”, ma anche per realizzare missili intercontinentali.

2 Barakah, nella parte occidentale del Paese nelle vicinanze del confine saudita e del Qatar

3 Sostegno saudita alla costruzione della diga etiope GERD

4 In quanto ritenute tali dal TNP del 1968

5 India, Pakistan e Israele

6 Corea del Nord, Iran

7 Brasile, Argentina e Sud Africa

8 Le armi radiologiche sono delle armi progettate per spargere materiale radioattivo con l'intento di contaminare, uccidere e causare danni a territorio e popolazione. Non sono vere e proprie armi nucleari e non hanno lo stesso potenziale distruttivo.

9 Reattore irakeno Osiris (Osirak). Operazione Opera; attacco aereo a sorpresa condotto dall'aeronautica israeliana il 7 giugno 1981, accompagnato da un’azione coperta contro scienziati e imprese coinvolte; 6 settembre 2007, Operazione Outside The Box. Israele attacca sito atomico a Deir Ez Zour, in Siria cui collabora la Corea del Nord. 2 luglio 2020. Un’esplosione devasta il padiglione per l’assemblaggio delle centrifughe nucleari a Natanz, in Iran; attacco ripetuto nell’aprile 2021; 27 novembre 2020, uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, capo del programma nucleare di Teheran, oltre che il “padrino dell’accordo sul nucleare”

10 Tempo di breakout: si riferisce al tempo stimato di cui un paese con un impianto di arricchimento esistente avrebbe bisogno per produrre abbastanza Highly enriched uranium per un'arma nucleare o reattori militari; l'uranio è un mix di due isotopi: uranio-235 (U-235) e uranio-238 (U-238). I paesi con ambizioni nucleari, pacifiche o meno, devono prima aumentare la proporzione di U-235 nei loro campioni di uranio attraverso l’arricchimento, che più comunemente si effettua nelle centrifughe a gas

11 P.es. missili balistici intercontinentali (ICBM) o missili a corto raggio (SRBM).

12 Opzione Samson

13 Il russo Avangard e il cinese DF-17 finalizzato al trasporto del glider ipersonico DF-ZF, rappresentano le prime due armi ipersoniche con propulsione a razzo in servizio attivo. La tecnologia ipersonica statunitense non può vantare ancora il medesimo status d’avanguardia; ad oggi nessun missile glider testato è in fase di servizio attivo. Sull’Avangard sono però state riscontrate criticità tecniche circa un problema della capacità di carico del vettore che trasporta il glider ipersonico. Gli attuali ICBM a combustibile liquido hanno una capienza insufficiente, mentre i nuovi missili intercontinentali (RS-24) hanno una portata insufficiente. Lanciando i primi, dozzine di testate vengono sacrificate per l’utilizzo ipersonico, cosa che evidenzia l’intento russo di voler minimizzare peso e dimensioni del veicolo di rientro. Oltre a questo sono in fase di sviluppo armi ipersoniche da impiego tattico, come il missile balistico anti-nave Kinzhal, lanciabile da aeromobile (MiG-31BM) con un range operativo di 2.000 chilometri ed una velocità vicina al Mach 10.

14 Potenza di soglia nucleare

15 Non ha mai aderito al TNP

16 FA iraniane

17 Mutual Assured Destruction

18 Centrale di El Dabaa

19 Akkuyu

20 A. Einstein

21 E. Rutherford

Foto: web / Wikiemirati / ISPR / IDF / IRNA