L’aggressiva politica marittima turca destabilizza il Mediterraneo

02/11/21

Le recenti minacce turche di espulsione di dieci Ambasciatori1, “colpevoli” di aver firmato un appello per la liberazione di Osman Kavala, hanno riportato all’attenzione dei media e della comunità internazionale la situazione della Turchia e di tutta l’area del Mediterraneo orientale, che è diventata oltremodo incandescente a causa della deriva autoritaria e delle numerose provocazioni del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Nello specifico, dopo pochi giorni la minaccia di espulsione è stata ritirata dal leader turco che, in vista del G-20, ha voluto evitare una gravissima crisi diplomatica, ma le dichiarazioni infuocate rimangono e intaccano ulteriormente i rapporti di alleanza, sempre più solo formale con i paesi della NATO.

La Turchia è, infatti, un alleato strategico degli occidentali fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, anche se i rapporti con gli alleati non sono sempre stati idilliaci, prevalentemente a causa dei noti problemi interni circa i diritti umani, dell’invasione turca di Cipro del 1973 e delle continue tensioni con la Grecia, altro membro strategico della NATO (leggi articolo).

Le prime mosse del presidente Erdoğan, subito dopo la sua elezione nel 2002, avevano fatto ben sperare la comunità internazionale, grazie all’inaugurazione della strategia del “nessun problema con il vicinato”, che aveva portato a un cessate-il-fuoco con i curdi del PKK, alla firma di un protocollo di normalizzazione dei rapporti con Yerevan, a un allentamento delle tensioni nell’Egeo, a un’intensificazione dei commerci con i paesi arabi e al proseguimento del negoziato di adesione all’Unione Europea, in un’ottica di ulteriore avvicinamento all’Occidente. Invece, nonostante questo promettente avvio, è successivamente emersa una visione neo-ottomana di un recupero di influenza regionale, che ha fatto comprendere che Erdoğan avrebbe interpretato il ruolo di presidente della Turchia in maniera sensibilmente più spregiudicata dei suoi predecessori.

L’esigenza di rendere sicuro il fronte interno, dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016, ha poi portato il leader turco a indire nuove elezioni nel giugno 2018, con un anno e mezzo di anticipo sul previsto. Elezioni che hanno fatto sollevare alcune critiche da parte di UE e OSCE, che hanno sottolineato come la campagna elettorale si sia svolta in condizioni abbastanza lontane dagli standard democratici.

Messo al “sicuro” il fronte interno, Erdoğan ha potuto così proseguire la sua politica estera tendente a un recupero dell’antico ruolo turco nel mondo musulmano, ma anche a un relativo decadimento dei rapporti con gli Stati Uniti e con l’Europa (il paese è ormai divenuto culturalmente difforme dalla visione europea sui diritti civili), a favore di una visione multi-direzionale che include anche l’ambiguo rapporto con ex-imperi antagonisti come la Russia (vedasi le commesse militari sui missili S-400 e nucleari per la centrale di Mersin) e lo sviluppo di relazioni con l’emergente potenza economica e militare cinese, in ragione della diversificazione dei rapporti economici, energetici e di sicurezza.

Egli ha quindi deciso di accentuare il suo attivismo internazionale, specialmente nell’area mediterranea-mediorientale, per concretizzare la politica marittima denominata “Patria Blu” (Mavi Vatan), ideata dall'ammiraglio in congedo Cem Gürdeniz, tesa a proteggere i confini e gli interessi marittimi turchi con ogni mezzo.

L’aspetto migratorio

In tale ambito, nell’estate del 2020 la Turchia è riuscita ad acquisire il controllo delle motovedette della Guardia Costiera libica (donate dall’Italia), manovra che ha contribuito a peggiorare notevolmente i rapporti tra Roma e Ankara, fino a tre anni prima relativamente buoni. Si è trattato di un evento che va ben oltre il semplice “cambio della guardia” sull’operatività della componente navale costiera libica. Le motovedette libiche, che ora ospitano istruttori turchi insieme a equipaggio libico, ufficialmente per insegnare come pattugliare l’area di ricerca e soccorso di competenza, interessano infatti anche le questioni europee, dato che quelle navi rappresentano un mezzo di controllo dei flussi migratori che, proprio da quelle coste, navigano verso l’Italia e l’Europa (anche se alcuni paesi UE continuano a fare orecchio da mercante … sordo). E pensare che la zona SAR libica è stata voluta, progettata e pagata dall’Italia, come le citate motovedette che ora ne solcano le acque e il cui impiego operativo viene oggi deciso di “comune accordo” tra Tripoli e Ankara.

Se consideriamo che l’altro grande corridoio migratorio corre per via terra dalla penisola anatolica verso i Balcani e l’Europa centrale comprendiamo come, in sostanza, i due principali e potenzialmente destabilizzanti flussi migratori che interessano l’area mediterranea, estremamente sensibile per gli equilibri geopolitici che vanno dall’Europa fino al Golfo Persico, sono gestiti sostanzialmente secondo la visione neo-ottomana della Turchia.

Una Turchia che ha già dimostrato di essere sempre più aggressiva, insofferente e completamente indifferente alle richieste della comunità internazionale, di non gradire le mediazioni diplomatiche e di considerare le regole e gli accordi internazionali (specialmente quelli che interessano le vie marittime) buoni solo per gli archivi.

L’aspetto energetico

All’origine dell’aggressività turca e della sua espansione marittima c’è anche la necessità di accaparrarsi le risorse energetiche presenti sul mare. In cambio del sostegno militare contro Tobruk, infatti, il 27 novembre 2019 Ankara ha formalizzato due accordi bilaterali, uno di cooperazione militare e uno riguardante la delimitazione dei confini delle rispettive ZEE marittime (leggi articolo).

Il secondo accordo, in particolare, ha enormi implicazioni economiche, essendo il Mar del Levante denso di giganteschi giacimenti di gas (tra gli altri, Leviathan di 450 miliardi di m3, Zohr di 850 miliardi di m3, Noor stimato il triplo di Zohr). Miliardi di metri cubi di gas naturale sui quali la Turchia avanza pretese dichiarandoli appartenenti alla ZEE di Cipro Nord, occupata illegalmente nel 1978 e non riconosciuta dalla comunità internazionale.

Pretese considerate illegittime sia da parte dell’Unione Europea sia da parte degli Stati Uniti e che hanno fatto sollevare dubbi e perplessità di ordine giuridico da parte di molti paesi rivieraschi. Pretese che hanno già fatto scontrare Ankara e Roma quando, nel 2018, le navi militari turche hanno impedito all’italiana Saipem 12000 (ENI) di effettuare perforazioni nelle aree attorno a Cipro (blocco 6), regolarmente autorizzate dal legittimo governo di Nicosia. Pretese che hanno rischiato e rischiano di influire pesantemente anche sugli equilibri militari nell’area.

Sulla base di tale accordo, infatti, lo scorso anno Ankara ha effettuato operazioni di ricerca di petrolio e gas naturale nei pressi dell’isola greca di Kastellorizzo. All’epoca, la presenza non autorizzata di ben 17 navi militari a ridosso dell’isola greca è stata percepita da Atene come una grave minaccia alla sua sovranità nazionale, portandola a denunciare la violazione delle sue acque territoriali. Alle proteste diplomatiche è seguito l’invio di navi militari greche nell’Egeo meridionale e sud-orientale e l’elevazione dello stato di allerta per le forze armate greche. Lo svolgimento di un’esercitazione congiunta Stati Uniti-Grecia (con la presenza della portaerei Eisenhower), ha temporaneamente fatto concludere le esplorazioni turche, che sono immediatamente riprese non appena gli USA si sono allontanati dall’Egeo.

In merito al blocco 6, di cui sono ancora legalmente concessionarie l’italiana ENI e la francese Total, che stanno regolarmente pagando le rispettive quote, nel caso di nuovi tentativi di trivellazioni nell’area (al momento annunciate per il primo semestre 2022) è presumibile che la reazione turca, seguendo la stessa linea aggressiva di condotta, potrebbe essere quella di far nuovamente intervenire le proprie navi militari per allontanare le navi da esplorazione italiane e francesi. Nel caso di rifiuto alcuni osservatori ritengono che, per riaffermare le sue pretese, la Turchia potrebbe essere attratta dalla possibilità di azioni più forti, arrivando ad abbordare le navi “non collaboranti” per sequestrarle o perfino ad aprire il fuoco con armamento di medio calibro, prima a scopo intimidatorio e poi, eventualmente, dirigendo il tiro contro lo scafo. Altre fonti, invece, indicherebbero che la Turchia si sta preparando a effettuare nuove ricerche e trivellazioni proprio nel blocco 6, in modo da occupare l’area prima di eventuali iniziative dei concessionari legalmente autorizzati, danneggiando ulteriormente le economie di Italia e Francia.

La situazione si è fatta talmente incandescente che, già nell’estate del 2020, il ministro degli Esteri francese ha affermato in modo chiaro che la Turchia stava effettuando perforazioni “…al largo di Creta, in violazione del diritto internazionale marittimo…”.

Nel portare avanti le sue provocazioni Ankara confida nel fatto che nessuna nave NATO farà mai fuoco contro navi turche, ancora formalmente alleate. Finora l’insipienza di molti alleati europei ha, quindi, fatto il gioco della Turchia dato che, pur stigmatizzando il destabilizzante comportamento di Erdoğan, non si é andati oltre le proteste diplomatiche e l’invio di navi militari in pattugliamento o in esercitazione nel Mediterraneo orientale con regole di ingaggio, quindi, tese a contenere l’aggressività turca piuttosto che rivolte a riaffermare il diritto internazionale marittimo.

Sarà interessante verificare se la Turchia manterrà l’approccio aggressivo anche quando verranno iniziate le previste trivellazioni da parte della statunitense Exxon Mobile nel blocco 10, che dovrebbero iniziare questo mese. In tale ambito va sottolineato come le unità turche abbiano sempre manifestato un atteggiamento conciliante quando si è trattato di fronteggiare unità statunitensi, egiziane, israeliane, russe, britanniche, qatarine o sudcoreane, molto meno accondiscendenti o remissive verso gli atteggiamenti che ledono i rispettivi interessi nazionali.

Ma non ci sono solo gli interessi relativi all’estrazione di risorse sottomarine. La Zona Economica Esclusiva rivendicata da Ankara, infatti, sarebbe anche un passaggio obbligato per i gasdotti diretti verso l’Italia o l’Europa, come il futuro gasdotto EastMed, che dovrebbe far diventare Israele, Cipro e Grecia fornitori di gas naturale verso l’Europa e il cui tracciato passerebbe per la nuova ZEE “turca”. Ciò permetterebbe ad Ankara di inserirsi nel redditizio business.

Si tratta, in estrema sintesi, di una situazione potenzialmente esplosiva e dalle notevoli implicazioni economiche, che richiederebbe da parte europea una decisa presa di posizione ma che, invece, sta mettendo in evidenza tutta l’inerzia dell’Unione Europea.

Da parte sua il presidente Biden, probabilmente troppo concentrato sullo sganciamento americano dal Mediterraneo a favore dell’area dell’Indo-Pacifico, non sembra particolarmente interessato a intervenire per far tornare alla ragione un importante alleato, la cui politica muscolare sta gravemente destabilizzando tutta l’area e sta facendo venire più di un dubbio circa il reale ruolo turco nel bacino.

La Turchia, d’altronde, potrebbe trovare nell’Egitto un ostacolo alla sua politica espansionistica. L’importante paese arabo, infatti, ha già messo in mostra la sua opposizione alle posizioni turche sostenendo apertamente e risolutamente il generale Haftar e minacciando di intervenire duramente nel caso gli scontri armati si fossero estesi a est di Sirte. Promesse che Ankara sapeva che sarebbero state onorate e ciò ha contribuito non poco a stabilizzare la situazione sul terreno.

Sul mare, Il Cairo ha stipulato un accordo con Atene circa le rispettive ZEE, accordo che non tiene conto dell’autoproclamata ZEE turca. A questo punto l’interrogativo è se Ankara oserà ancora provocare Il Cairo come sta facendo con l’Europa. Il sogno caro a Erdoğan di un nuovo impero ottomano, ricco di risorse energetiche, già ridimensionato sulle sabbie della Cirenaica, dove ambiva al controllo di tutte le enormi riserve di idrocarburi presenti nel sottosuolo libico, potrebbe quindi incontrare nuovi ostacoli o naufragare nelle acque attorno a Cipro.

L’aspetto geopolitico

L’aggressività dimostrata da Ankara in politica estera e sulle questioni marittime non deve, comunque, essere letta con le sole chiavi politica estera-economica. Il veemente, e prepotente, attivismo turco deve essere anche letto in chiave interna in un momento nel quale, per effetto delle numerose epurazioni e della sempre più grave crisi economica, la figura del presidente Erdoğan risulta piuttosto appannata. La Turchia, infatti, sta vivendo un momento particolarmente drammatico, con la lira turca che dall’inizio dell’anno ha perso circa il 25% del suo valore, facendo impennare i prezzi dei principali beni e compromettendo ulteriormente la situazione economica del paese (leggi articolo). Il ricorso a una propaganda nazionalista dai toni sempre più aspri, quindi, ha principalmente lo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni.

A ciò si aggiunge anche il tentativo di proporsi al mondo musulmano come un riferimento politico, in grado di sfidare la potenza occidentale anche nel campo religioso. In tal senso vanno infatti interpretate le decisioni dell’estate 2020, che hanno portato a trasformare in moschee il museo di Hagia Sofia, luogo di immenso valore storico, artistico e religioso, e un importante reliquiario della tradizione cristiana bizantina a Istanbul, la chiesa di San Salvatore in Chora. In effetti, la Turchia sembra avere ormai imboccato una strada che, nelle intenzioni di Erdoğan, dovrebbe permettere ad Ankara di proseguire il percorso di allontanamento dei propri interessi politici e militari con l’Occidente e di riavvicinamento al Medio Oriente, con lo scopo di tornare a essere un importante attore anche in quelle aree dalle quali era stata allontanata dopo la caduta dell’impero ottomano, all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale.

Tuttavia, sembra che il tentativo di non rimanere politicamente emarginata, compattando il mondo-arabo-islamico attorno alle rivendicazioni territoriali/marittime turche non stia andando a buon fine, dato che Ankara ha trovato a Il Cairo un antagonista deciso a contenerne le aspirazioni espansionistiche. L’Egitto, come detto, si è decisamente opposto alla Turchia sia sul mare (accordo con la Grecia sulle rispettive ZEE) sia su terra (sostegno al generale Haftar). Un Egitto che ha dalla sua parte anche gli Emirati Arabi Uniti, che lo scorso anno hanno inviato a Creta alcuni caccia F-16, e un altro gigante politico e religioso del mondo arabo-islamico, l’Arabia Saudita sunnita, che bilancia l’Iran sciita, che invece sembra sostenere tiepidamente la Turchia. Un mondo arabo-islamico diviso, quindi, il cui compatto supporto sarebbe invece indispensabile alla Turchia per non rimanere isolata e poter perseguire con successo la politica espansionistica neo-ottomana che caratterizza questo suo periodo storico.

Erdoğan è uomo di parole roboanti, ormai lo sappiamo, come sappiamo che è attentissimo a dosare le proprie dichiarazioni e le proprie azioni, in modo da ottenere il massimo dell’effetto. Finora è sempre riuscito a fermarsi prima dell’irreparabile ma, e questo è il vero pericolo, non è detto che, con il grave deteriorarsi della situazione economica e sociale turca, il suo “senso della misura” rimanga inalterato. La perdita di consenso interno, determinata dalla grave crisi economica che attanaglia il paese, potrebbe infatti portare il leader turco ad accentuare i tratti aggressivi, fino a un punto di non ritorno, che sconvolgerebbe in maniera difficilmente sanabile i delicati equilibri mediterranei.

Non solo, qualora le manovre di Erdoğan non dovessero raggiungere i risultati sperati, il leader turco potrebbe decidere di utilizzare tutte le possibilità che il Mediterraneo gli offre per destabilizzare la sua riva nord. Se non tempestivamente sottratte alla destrutturante influenza di Ankara, ridimensionando la sua aggressiva politica del Mavi Vatan, le rotte di collegamento tra riva nord e riva sud sarebbero infatti uno strumento aggiuntivo a disposizione di Erdoğan per mettere ulteriormente in crisi tutto il teatro e per fare pressione sull’Europa, aprendo indiscriminatamente i flussi migratori verso l’Italia e verso i Balcani. Un’Europa che sta lentamente e faticosamente uscendo dalla pandemia ma, soprattutto, un’Europa ancora divisa da ciniche e opportunistiche divisioni politiche che la rendono muta e sorda in politica estera e, soprattutto, strategicamente cieca.

Il fatto che la Turchia si trovi immersa in un’area caratterizzata da estrema instabilità ha finora suggerito alle diplomazie occidentali di evitare di antagonizzare un paese ancora cruciale per la NATO o di eroderne ulteriormente le relazioni con l’Unione Europea, rischiando una lacerazione difficilmente risanabile nei rapporti economici e politici, con l’auspicio che ciò portasse Erdoğan a una seppur parziale rivisitazione dei propri obiettivi di politica estera e a una maggiore moderazione sulle questioni interne.

Tuttavia, la flemma forse eccessiva finora dimostrata dall’Unione Europea sulle questioni turche ha dato ad Ankara molta “acqua di manovra” e altre ampie possibilità di espansione. Ciò ha fatto in modo che la situazione complessiva si deteriorasse ulteriormente, aggiungendo altra preoccupazione a un contesto già di per sé complicato in un teatro abbastanza instabile.

In tale ambito, le passate esperienze e le recenti provocazioni hanno indotto la Grecia ad assumere un ruolo sensibilmente più attivo nell’area, coinvolgendo anche la Francia, peraltro interessata, come detto, alle risorse del blocco 6.

In una simile situazione l’Italia deve tener conto di tutte le variabili del puzzle, dall’importanza dell’estrazione del gas naturale nel Mar di Levante all’interesse nella prosecuzione dell’estrazione petrolifera con gli impianti già presenti in Libia, in aree in cui l’influenza turca sta crescendo, talvolta a scapito proprio degli interessi italiani. A ciò, come già detto, va aggiunto che Ankara, ora che gestisce “congiuntamente” a Tripoli le operazioni delle motovedette libiche, ha in mano le chiavi dei flussi dell’immigrazione clandestina via mare, diretti proprio verso la Sicilia.

Sotto il profilo geopolitico é quindi diventato indispensabile che i nostri vertici politici comprendano al più presto che sulle acque dell’Egeo si sta giocando una partita e i cui esiti avranno importanti implicazioni sulla nostra politica energetica e sull’affermazione del diritto internazionale marittimo. Devono, quindi, smettere di manifestare una cecità strategica incredibile e di essere giocatori assenti in un teatro, quale quello del Mediterraneo, che in passato ha sempre rappresentato la nostra principale direttrice di attenzione politica e che ancora oggi riveste un ruolo insostituibile perché è sede di una fittissima rete di relazioni e di numerosi interessi strategici, economici e politici, che vanno ben oltre i suoi confini geografici.

L’eventuale perdurare della mancanza di un’adeguata visione strategica marittima (leggi articolo) comporterebbe non solo una drastica riduzione del nostro prestigio in ambito internazionale, ma rappresenterebbe anche un gravissimo vulnus economico, in quanto il nostro ruolo nel Mediterraneo allargato ne risulterebbe fortemente ridimensionato, con tutto quello che ciò comporta a livello economico e di sicurezza delle vie marittime.

E siccome la geopolitica non ammette vuoti di potere, se l’Europa e l’Italia stentano a far sentire la propria voce, gli spazi lasciati liberi vengono riempiti da attori che applicano con decisione una politica assertiva.

Conclusioni

In un momento nel quale molte importanti crisi si sviluppano in un mare abbastanza grande per ospitare popoli diversi con interessi diversi, ma ancora sufficientemente piccolo perché tutti gli avvenimenti finiscano, alla fine, per influenzarsi a vicenda, sommarsi e produrre delle conseguenze di carattere universale, è indispensabile permettere alla nostra flotta di navigare in piena efficienza operativa a tutela degli interessi politici ed economici nazionali, agendo congiuntamente agli alleati e con determinazione laddove necessario, senza lasciare ad altri paesi la possibilità di intervenire individualmente in questioni anche di nostro interesse, permettendo loro di accrescere il proprio ruolo nello scacchiere del Mediterraneo e di riempire un vuoto lasciato dalla nostra cecità strategica.

In tale ambito, qualora venisse deciso di inviare unità militari italiane nel Mar di Levante, anche congiuntamente a gruppi navali alleati, allo scopo di riaffermare le regole del diritto internazionale e a tutela dei nostri legittimi interessi, bisognerebbe prima di tutto autorizzare delle regole di ingaggio coerenti alla missione assegnata (leggi articolo).

Ciò avrebbe un elevato significato geopolitico e dimostrerebbe la volontà di ritorno alla difesa degli interessi nazionali a tutto tondo, in particolare sul mare, principale via degli scambi commerciali mondiali, per noi indispensabili, e fonte di importanti risorse energetiche. Una significativa e decisa presenza di navi militari nel Mediterraneo Orientale invierebbe anche un chiaro segnale a Erdoğan che la ricreazione è finita e lo solleciterebbe ad attuare una politica meno muscolare e più ispirata a un ragionevole dialogo, proponendoci al contempo come affidabili interlocutori e mediatori in quell’area di nostro estremo interesse economico e politico.

Ma per sviluppare una politica estera che tuteli gli interessi nazionali bisogna avere chiari prima di tutto quali siano gli obiettivi da perseguire e quali sono i limiti oltre i quali ogni negoziazione è impossibile. Lo scopo e sola missione di ogni Governo e dei leaders politici è quella di garantire la sicurezza della nazione nel contesto internazionale, promuovendone valori e principi, accrescendo il prestigio dello Stato e il benessere economico e sociale dei propri cittadini. Ciò vale ancor più in un mondo come quello attuale, estremamente fluido e dagli scenari mutevoli, flessibili e imprevedibili, che fanno emergere sempre nuove minacce alla sicurezza e alla libertà. Una più assertiva postura internazionale e sul mare permetterebbe di assolvere al meglio la missione di tutela del prestigio e degli interessi del paese e uno strumento militare credibile, addestrato e operativamente pronto consente di supportare al meglio la politica estera nazionale, avendo la capacità di usare efficacemente la forza ed essendo disposti a impiegarla qualora la deterrenza e la diplomazia si dovessero rivelare inconcludenti.

Per far ciò si dovrebbe, quindi, invertire l’approccio degli ultimi dieci anni, manifestando una decisa volontà politica di tutelare le nostre legittime esigenze contro chi minaccia arbitrariamente la nostra sicurezza e i nostri interessi economici, che sia legata alla libertà di navigazione messa a rischio dalla presenza di pirati o al sequestro di connazionali o che sia connessa alla protezione della ricerca di fonti energetiche.

Che lo si voglia ammettere o meno, le maggiori minacce alla nostra economia, sicurezza, prestigio e libertà non arrivano da crisi sviluppate nell’entroterra dei vari continenti, ma dalle coste e dal mare ed è in questo particolare ambiente operativo tridimensionale che esse vanno contrastate, fornendo tempestivamente adeguati strumenti a chi è preposto ad assolvere tale missione. Fare finta di nulla non risolve i problemi e permette alla minaccia di crescere e prosperare. Come dice il detto popolare: il lupo mangia chi pecora si fa.

La storia, infatti, insegna che è spesso necessario dimostrare di essere decisi a usare tutta la forza di cui si dispone, qualora indispensabile, a sostegno (e non in sostituzione) delle iniziative diplomatiche. L’attuale prolungata crisi nel Mar di Levante, innescata dalle provocazioni e pretese turche, non fa eccezione. Solo un sapiente bilanciamento tra dialettica diplomatica e determinazione militare da parte del nostro e dei paesi più avanzati, mediterranei in particolare, potrà indurre la Turchia ad abbandonare la rotta che porta allo scontro, contribuendo a gettare le basi per una stabilizzazione condivisa del Mediterraneo, corrispondente a un primario interesse nazionale dell'Italia.

Renato Scarfi (CESMAR)

1 Stati Uniti, Francia, Germania, Canada, Finlandia, Danimarca, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia

Foto: Türk Silahlı Kuvvetleri / web / presidency of the republic of Turkey / U.S. Navy / Twitter

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