La visita di Draghi in Libia. Un commento

(di Filippo Del Monte)
07/04/21

Nel giro di una mezza giornata si è conclusa la prima visita di stato del presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi in Libia; a Tripoli infatti il premier italiano, accompagnato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha incontrato il primo ministro ad interim del Governo di Transizione libico Abdul Hamid Dbeibah. All’ordine del giorno nei colloqui sia temi politici come quello della pacificazione del Paese, sia economici come le garanzie per la presenza delle imprese italiane in terra libica.

Molti giornali in Italia hanno già parlato di “primo atto significativo” della politica estera di Draghi che, proprio come Mario Monti, ha scelto la Libia per “inaugurare” la sua agenda diplomatica. In realtà il primo atto di una certa importanza della politica estera del nuovo presidente del Consiglio è stato quello di ritardare la partenza del grosso del contingente militare italiano per l’Africa occidentale, truppe che dovrebbero partecipare alla Task Force Takuba.

In sostanza però la visita di Draghi in Libia si inserisce nel quadro più ampio del tentativo onusiano di stabilizzazione del Paese e l’obiettivo dichiarato del colloquio con Dbeibah, cioè il recupero dell’influenza di Roma nella sua ex colonia, è più una speranza che un dato di fatto visto che, se è vero che l’ONU abbia mediato tra le parti per trovare il nome di Dbeibah quale premier unitario, le condizioni sono state in sostanza dettate dalla Turchia e dalla Russia.

Dal 2011 ad oggi l’Italia in Libia ha perso tempo e credibilità, due elementi che difficilmente in politica estera possono essere recuperati e sui quali gli avversari hanno buon gioco.

Se Roma ha mantenuto qualche scampolo di influenza in Libia nel corso della guerra civile (un conflitto internazionale per procura nei fatti) è perché la presenza massiccia di attori fondamentali della sua “diplomazia parallela”, su tutti ENI, hanno mantenuto comunque i piedi ben saldi nelle sabbie libiche. Anche per questo Draghi e Dbeibah hanno parlato di importanti lavori di ricostruzione – una delle punte di diamante della diplomazia, non solo economica, italiana – tra i quali la ricostruzione dell’aeroporto di Tripoli, da alcuni anni semidistrutto e in gran parte inattivo, che dovrebbe essere affidata al consorzio di aziende italiane Aeneas (opera in ritardo di tre anni a causa del riacutizzarsi degli scontri che vedevano proprio l’aeroporto di Castel Benito quale punto strategico), ed il sostegno finanziario alla costruzione dell’autostrada costiera che dovrebbe attraversare il Paese dalla frontiera tunisina a quella egiziana, opera realizzata solo in minima parte e che rientrava nel pacchetto di “aiuti” promessi dal governo Berlusconi al colonnello Gheddafi.

Dovrebbero essere stretti inoltre vari accordi per il settore energetico mentre sul fronte sanitario i due premier hanno assicurato la massima collaborazione tra Italia e Libia proprio come sulla gestione dei flussi migratori. Nelle prossime settimane, tra l’altro, il Parlamento italiano dovrà esprimersi sul rifinanziamento dei programmi di finanziamento, fornitura di mezzi ed addestramento del personale libico impegnato nel controllo delle rotte dei migranti, programmi che finora non hanno brillato né per efficacia né per trasparenza e che, viene il dubbio, hanno piuttosto contribuito a foraggiare le parti in guerra che a garantire la sicurezza dei confini italiani.

Per “demistificare” una visita di routine da parte di Draghi, e così forse considerata anche dai Libici, è bene evidenziare che lunedì 5 aprile il primo ministro maltese Robert Abela ha incontrato Dbeibah e nel pomeriggio di martedì 6 aprile è giunto a Tripoli il suo collega greco Kyriacos Mitsotakis mentre nelle ultime settimane molti Stati, tra cui la Francia, hanno riaperto le proprie ambasciate nella capitale libica.

Nonostante l’Italia abbia sempre tenuto aperta la propria ambasciata a Tripoli – e che si appresti a riaprire il suo consolato a Bengasi – questo non ha giovato alla sua posizione nel Paese africano, a dimostrazione del fatto che le leve del potere politico internazionale in Libia albergassero altrove.

Da tenere presente è che il nuovo governo libico non ha – e visti i tempi ed i poteri che gli sono stati affidati nemmeno potuto – messo mano a delicati ed importanti dossier come il disarmo delle milizie, le garanzie sulla continuità produttiva nel settore petrolifero e la pacificazione del Fezzan. L’assenza di una reale possibilità di estendere il controllo delle autorità governative nell’area meridionale della Libia rende ancor più importante, per il prossimo futuro, una presenza militare italiana in Mali assieme ai Francesi ed ai loro alleati dell’Operazione Takuba che per Roma dovrebbe avere – a meno che non si riduca ad una forma di “vassallaggio in armi” nei confronti di Parigi – una funzione strategica anche sul fronte della stabilizzazione della Libia e della riconquista step by step di influenza nella ex “Quarta Sponda”.

La Libia ed il Sahel sono due scenari legati a doppio filo e da questo punto di vista l’Italia ha necessità di ripensare la sua politica africana considerando le Forze Armate come una risorsa al pari della diplomazia economica e di quella “parallela” di stakeholders come ENI, a maggior ragione perché il Mediterraneo vasto – non solo il mare propriamente detto ma anche la cintura idro-tellurica che va dal Canale di Sicilia al Mar Rosso passando, come una sorta di mezzaluna, nel Shael e nel Corno d’Africa – è una regione sempre più militarizzata e dove i paradigmi del confronto tra potenze stanno drasticamente cambiando e ripercorrendo le tappe della competizione imperiale avvenuta tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Solo che oggi gli attori sono decisamente diversi.

Foto: presidenza del consiglio dei ministri / ENI / web