La Svezia e le conseguenze di 200 anni di pace

(di Julian Carax)
18/03/21

La facoltà di concettualizzazione è il quid che dovrebbe permettere capacità astrattive proprie di ogni bipede mediamente pensante: il condizionale è d’obbligo, data la facilità a cui si soggiace ad ogni interferenza capace di deviare i flussi logici. Spesso la ragione ama essere narcotizzata: è in quel momento che i mostri del suo sonno riprendono forma: instabilità, crisi economica, terrorismo, sono espressioni cicliche di momenti di faglia dimenticati. Al termine provate ad astrarre ed a rapportare quanto diremo con il quadro attuale; ricordate, quanto più la quotidianità appare abulicamente sonnolenta, tanto più la realtà impatta in modo devastante. Sotto questa angolazione gli algidi Paesi artici hanno rappresentato un’isola felice, fatta - allora - di un efficiente welfare, - ora – di un mercato liberalizzato che acuisce le disparità1, un eden apparentemente privo della serpe del terrorismo, sia esso nazionalista, politico, importato dall’estero2; il nord ha costituito un paradigma di cui si sono ignorate le anomalie, rappresentate dall’omicidio del primo ministro svedese Palme, un caso irrisolto dal 1986 che ha visto il coinvolgimento dei servizi segreti sudafricani.

La Scandinavia, ed in particolare la Svezia, ha incarnato le sembianze di un laboratorio politico-sociale a cui molti hanno guardato nonostante le perplessità in tema di asilo e rifugiati, che hanno trasformato Stoccolma in base per diversi gruppi terroristici3, tra cui quelli radicali composti da immigrati legati al movimento jihadista somalo di al Shabaab sostenuto dall’Iran, a cui in Somalia è consentito sia di acquisire uranio sia di minacciare la rotta Bab el-Mandeb - Mar Rosso, e che hanno portato la Svezia al 2° posto nella graduatoria dei foreign fighters dopo il Belgio.

Nota di colore: in febbraio, l'Etiopia, nell’arrestare 15 persone destinate ad attività terroristiche contro gli EAU, ha riferito che il gruppo, legato a Teheran, era guidato da Ahmed Ismail, jihadista residente in Svezia.

Che il tema sia complesso lo segnala la politica transalpina, dove Macron ha inteso dividere alla lavagna i musulmani tra buoni e cattivi, intendendo così controllare i primi, reprimendo i secondi; del resto, visto il numero delle vittime degli attacchi islamisti degli ultimi anni, è legittimo tentare di individuare un Islam illuminato; il problema rimane quello dei punti di vista, il parigino e quello della umma, non coincidenti nell’accettazione del concetto di separatismo islamico, visto il secolarismo laico francese che non ha mai inteso maneggiare l’esplosiva miscela politico religiosa, già di per sé ora così instabile per l’attrito con la Turchia e per la leadership nelle campagne in Centro Africa.

Ma se per la grandeur francese, vittima della sua stessa politica del santuario4 e patria delle banlieu, incubatrici della radicalizzazione, è così difficile scindere l’Islam della fede dall’islamismo politico, quali chance può avere l’ecumenico Regno Svedese, che ha concesso ampio proscenio proprio al terrorismo, la cui evoluzione in termini sociopolitici ha visto il concorso endogeno delle correnti di destra e sinistra prima5, e quello esogeno e non meno cruento dall’Islam poi? Come colpire i sospettati senza temere violente ritorsioni cristallizzate dalle immagini della Scuola di Beslan? È peraltro vero che “…più le società sono moderne ed evolute, più sono democratiche, e meno... disposte a rispondere ad attacchi di questo tipo... perché soffrono di una fragilità che deriva proprio dalle regole democratiche”6.

La diaspora di combattenti conseguente alla dissoluzione territoriale di ISIS, insieme all’ampia circolazione garantita da Schengen, ha creato non pochi problemi, specialmente se si considera il fatto che la jihad muove una guerra senza confini ad ebrei e crociati non solo per motivazioni religiose ma anche sociali e politiche7, e che è portata a localizzarsi in Occidente con una violenza destinata ad influenzare e distruggere.

Non esiste dunque un locus sicuro e, nel considerare l’aspetto demografico, esplosivo nelle comunità islamiche, esangue in quelle occidentali, si affianca la querelle che vede contrapposti l’assimilazione congetturata da Giovanni Sartori, politicamente indigesta, ed il contestuale aumento della radicalizzazione con l’incremento di una militanza foriera di fratture interne alle stesse comunità islamiche.

La felice comunità svedese si è fatta sviare nel considerare gli attacchi terroristici degli ultimi decenni non tanto diretti contro obiettivi nazionali, quanto portati ad obiettivi in Svezia; dal 2017, con strike condotti principalmente da uzbeki e kirghisi in Turchia, Russia e Svezia e con la presenza di uiguri dello Xinjiang cinese, il rischio maggiore ha riguardato i lupi solitari radicalizzati, ispirati ad eventi e livelli aggregati violenti, cellule fuori controllo operanti in controtendenza rispetto alla marziale organizzazione del commando del Bataclan, folli alimentati da una miscela di religione e rivendicazioni sociali che porta ai mass shooters americani di Nashville8, all’omicida ceceno del Professor Paty, al suicida esplosivo ed all’altro attentatore che hanno operato a Stoccolma nel 2010 e nel 20179, al ventenne pregiudicato afghano accoltellatore di Vetlanda in Svezia, con un’attenzione rivolta non solo ai foreign fighters, ma soprattutto ai returnees, forti dell’esperienza bellica maturata, ed in grado di fruire di preesistenti reti di copertura; un contesto che esalta i reclutatori che hanno abbandonato la via operativa della jihad per operare all’interno delle comunità.

Il terrorismo è diventato guerra asimmetrica grazie ad una versione integralista e messianica della religione, allo scontro di civiltà, preconizzato da Huntington ma politically incorrect, senza la possibilità di giungere a duello e campo di battaglia alla Clausewitz. Di fatto non si può stabilire contro chi combattere tra tutte queste entità sfuggenti e connesse con una globalizzazione che ha trasformato il terrorismo islamico in un network di organizzazioni locali esteso dal Corno d’Africa a Stoccolma, con danni economici determinati da un rischio virtuale non quantificabile, e segnato dall’attivismo mediatico di ISIS ed Al Qaeda. A questo proposito, mentre l’Occidente si è concentrato sulla minaccia sunnita, ex combattenti sciiti in Siria ed Iraq potrebbero diffondersi per essere utilizzati dall'Iran, che ha istituito nel 2016, grazie ai Pasdaran, l'Esercito di liberazione sciita (SLA), allora comandato dal generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds.

L’errore capitale è politico: rifiutare lo scontro di Huntington, ma pretendere di esportare la democrazia, specialmente se si considerano i contesti in cui Hezbollah, proxy iraniano e tra le più abili fanterie leggere sul pianeta, e Hamas, varcano facilmente il labilissimo confine che separa guerriglia, insurrezione, terrorismo, conflitti a bassa intensità, accezioni accomunate dall’aspirazione al possesso del territorio e dalla scelta degli obiettivi; sotto quest’aspetto l’attività jihadista non va vista come un fenomeno a sé stante, ma come una tattica flessibile, semplice ed economica indirizzata a fini strategici insurrezionali, dove la presenza di foreign fighters deriva dalla facilità di ricevere lo status di rifugiato, e dalla difficoltà di monitorare masse troppo numerose.

Che la Svezia, impegnata a mantenere con Finlandia, Danimarca e Norvegia, un delicato equilibrio Nordico costituisca un polo d’interesse è evidente, come è evidente che abbia operato per costituire una propria sfera d’influenza puntando su energia, finanza, e timore della revanche russa.

La Svezia, che non partecipa alla BRI polare, è rilevante a partire dal fatto che sia riuscita a porre in sofferenza il soft power del Dragone, peraltro chiamato in causa dalle conseguenze del Covid per cui Stoccolma, colta impreparata dalle ondate dei contagi mentre tentava di tutelare l’economia da un impatto destinato ad incidere lungamente sul PIL, ha manifestato l’intenzione di chiedere l’avvio di un’indagine, intento non ammorbidito dalle possibili forniture di materiale sanitario, e pur a fronte di un’incipiente crisi politica interna. La posizione svedese va considerata sia alla luce del rigetto delle istanze di Huawei per la partecipazione alla gara per l’assegnazione delle frequenze 5G, sia sotto l’ottica di un dibattuto avvicinamento alla NATO cui Stoccolma è già legata da una PfP10 fin dal 1994 e da una cooperazione riservata ancor più datata, accompagnato da un aumento del budget militare, ed alimentato dalla volitività di Mosca che ha indotto gli svedesi a militarizzare l’isola di Gotland, fondamentale nello scacchiere aeronavale baltico.

La Russia, partendo dal suo heartland e passando dalla faglia del Baltico, ha spostato la cortina di ferro sulla linea che congiunge Finlandia, Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia, e ha continuato ad inviare i suoi battelli tra l’arcipelago svedese e le coste finniche, malgrado l’impegno sostenuto sui teatri mediterraneo e mediorientale. È indicativo che, di questa nuova strategia, si sia assunto la responsabilità il ministro della Difesa Peter Hultqvist, socialdemocratico che non sembra nutrire dubbi circa l’aggressività russa, viste anche le vicende di Crimea e Donbas, che ha fronteggiato le attività dell’intelligence moscovita sul suolo scandinavo, e che sembra aver fatto tesoro delle poco velate minacce del Ministro Lavrov in caso di adesione all’Alleanza Atlantica11; va rimarcato che la dottrina Hultqvist, che mette in discussione la neutralità svedese, e considera la negativa evoluzione politica turca, tende a privilegiare i rapporti bilaterali con l’egemone americano, cardine dell’alleanza. Ma è nel proprio cortile che la Svezia ha mostrato la sua sofferenza, laddove il partito dell’accoglienza ha dovuto prendere atto delle difficoltà insorte nella gestione dei migranti12, superiori agli aspiranti lavoratori, con il governo alle prese con l’ideologia salafita13 che catalizza alienazione, criminalità anche in chiave antisemita, polarizzazione sociale, con sullo sfondo lampi di guerra cognitiva grazie ad informazioni artatamente distorte e poi diffuse14. Si creano no go zones, ci si affida alla Sharia, si estromette uno Stato che non ha una chiara politica antiterrorista per effetto della sua stessa struttura, fondata su ministeri relativamente piccoli ed agenzie indipendenti relativamente grandi, incapaci di affrontare crisi sistemiche ed in difficoltà di coordinamento; un sistema che paga 200 anni di pace quando si relaziona con Paesi che provengono da realtà più travagliate, dove la controinsorgenza si fonda su tecniche mutuate da paradigmi militari e dove, per combattere un network, è necessario un altro network più organizzato.

Per la Svezia, in sintesi, è finita da tempo la tregua ad hoc stigmatizzata nel 2004 da Bin Laden15, e sembra ormai evidente l’esistenza di una rete estremista con interconnessioni globali che innervano un new social network che parte dall’alto verso il basso e ha sede anche in Svezia, Paese che non controlla i precedenti dei richiedenti asilo, e che è quanto mai vulnerabile all’azione occulta dei pasdaran e delle milizie sciite, che si rifanno alla moschea dell'Imam Ali, sostenuto dall'Iran a Järfälla.

Non sono certamente nuove le azioni di spionaggio condotte contro gli oppositori iraniani in esilio, che hanno condotto alla condanna del diplomatico Assadolah Assadi, ed alla scoperta, in Svezia nel 2019, di attività di riciclaggio destinate al supporto di Hezbollah. Teheran non è rimasta a guardare, e per compensazione ha imprigionato e condannato alla pena capitale, con l’accusa di spionaggio per Israele, Ahmadreza Djalali, scienziato iraniano-svedese, arrestato dopo essere stato invitato dall’Università di Teheran e di Shiraz; il suo caso segue quello di Kylie Moore-Gilbert, ricercatrice britannico-australiana detenuta in Iran dal 2019, con l’accusa di spionaggio per conto di Israele, e liberata in cambio del rilascio di tre prigionieri iraniani.

Mentre Giulio Terzi chiede di assumere una condotta tesa a non blandire lo Stato iraniano, proponiamo una lettura più flessibile ed estensiva della teoria scandinava di Stein Rokkan dei cleavages, le fratture storiche utili a spiegare, tra gli altri, i cambiamenti geopolitici ed economici, le divisioni caratterizzanti il centro dalla periferia; una teoria che, attualmente, sembra attagliarsi per dinamismo e nonostante l’origine, più ad Iran e ad al Qaeda, capaci di ignorare le differenze ideologiche e religiose, per dedicarsi alla lotta contro i nemici comuni.

1 La Svezia non ha collaudato un sistema esattoriale basato sulla proprietà, per cui gli abbienti godono di incentivi legati a tassi fiscali sulle corporations tra i più bassi dell’UE

2 1971 omicidio dell'ambasciatore jugoslavo in Svezia da parte di attivisti croati; 1975 terroristi del Gruppo Baader-Meinhof occupano l'ambasciata della Germania occidentale a Stoccolma; 1977 membri della RAF dirottano un volo svedese interno.

3 L’Indonesia ha criticato la Svezia per la protezione concessa al GAM - Movimento per l'Aceh Libero – visto come un'organizzazione terroristica. Negli anni '90 Al-Ansar, il bollettino del GIA, è stato pubblicato a Stoccolma durante la guerra civile algerina.

4 Politica che ha protetto gli indagati per terrorismo

5 1993 attacco alla moschea di Trollhättan

6 Eli Karmon, senior analist dello International Institute Policy for Counter-Terrorism

7 Giovanni Savino senior lecturer di storia contemporanea presso Ranepa (Accademia presidenziale russa dell’economia nazionale e del servizio pubblico)

8 Attentato del natale 2020

9 Le indagini hanno accertato che Akilov, operaio edile, padre di quattro figli, e simpatizzante dell’ISIS, si era visto respingere nel 2016 la richiesta di asilo avanzata nel 2014, e ne era seguita un’ordinanza di allontanamento dal Paese.

10 Partnership for Peace

11 Nel 2018, il governo svedese ha pubblicato un opuscolo di 20 pagine, If Crisis or War Comes, fornendo indicazioni sulla protezione civile

12 Dichiarazioni del primo ministro svedese: da "La mia Europa non costruisce muri", a "la Svezia non è più in grado di accettare l’alto numero di richiedenti asilo che vediamo oggi ".

13 gruppi salafiti Profetens Ummah Norvegese, e Kaldet til Islam danese

14 Come riportato da alcuni media italiani, gli autori delle violenze del 28.08.2020 a Malmö sarebbero stati 300 attivisti di estrema destra che manifestavano contro i musulmani; le cronache del The Guardian e Reuters, sono diverse. Le azioni violente contro la Polizia non sono quelle degli estremisti di destra, ma dei musulmani in reazione alle provocazioni precedenti. L’Imam Muric, nel dichiararsi scioccato, ha accusato i provocatori di estrema destra per aver ottenuto ciò che volevano, sostenendo che i manifestanti non erano buoni musulmani

15 Videoregistrazione per al Jazeera nel novembre 2004: "Prima di iniziare, ti dico che la sicurezza è un pilastro indispensabile della vita umana e che gli uomini liberi non perdono la loro sicurezza, contrariamente all'affermazione di Bush che noi odiamo libertà. Se è così, lascia che ci spieghi perché non colpiamo, ad esempio, la Svezia?"

Fotogramma: CBSN