Israele: Missili e Muri di pianto

(di Julian Carax)
12/05/21

Torna d’attualità la disputa israelo palestinese; reportage ed immagini rilanciate riportano ad una situazione conflittuale dove, tuttavia, si innestano motivazioni ideologiche ed interpretazioni che, al netto delle valutazioni tecniche, sono affette da particolare labilità. Il motivo del contendere si è originato nel quartiere gerosolimitano di Sheickh Jarrah, per effetto della concreta possibilità di sgombero di unità alloggiative, ad opera delle autorità israeliane, al momento occupate da famiglie palestinesi che hanno rifiutato transazioni ed accordi. La decisione della Corte Suprema Israeliana di istruire comunque la procedura, ha rinfocolato l’ira palestinese che ha determinato prima violenti scontri con le forze di polizia israeliane, e poi il lancio indiscriminato di razzi da Gaza sui principali centri abitati ebraici, cosa che ha condotto alla pronta risposta delle IDF.

I fatti sottendono molteplici altre questioni che non possono essere trascurate. Al di là del confronto su Sheikh Jarrah, che pure ha radici storiche profonde1, emergono dinamiche che attendevano solo l’innesco per poter deflagrare; le connessioni con aspetti ed interpretazioni del diritto internazionale sono difficilmente compatibili con i diritti di proprietà vantati dagli israeliani, che si oppongono alle acquisizioni effettuate a suo tempo dai giordani.

Solo questo? No. È ovvio che un potenziale conflitto difficilmente possa esplodere per delle pigioni non corrisposte, come è evidente che gli eventi hanno avuto evoluzione e regia tali da rendere impossibile non cogliere una precisa organizzazione ora evidenziata dallo svolgersi degli scontri, dai luoghi di rifugio, dalla saturazione delle difese aeree israeliane, impegnate dai lanci multipli, che si sono avvalse del sistema antimissile Iron Dome. La richiesta di rinvio del giudizio sulla questione da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit, risulta peraltro inedita in una causa civile di cui il governo non è parte, e conferisce al quadro generale una politicizzazione funzionale agli obiettivi di Hamas. Dal suo canto, Ismail Haniyeh, attualmente al vertice di Hamas, insieme a Khaled Mash'al ed al responsabile militare Muhammad Deif, aveva minacciato un duro intervento in caso di esecuzione degli sgomberi a Sheickh Jarrah.

La violenza non poteva manifestarsi che nel Jerusalem Day2, sulla Spianata delle Moschee, il Monte del Tempio ebraico nei pressi della Moschea di al-Aqsa, dove peraltro la polizia israeliana ha fatto irruzione dopo la terza notte di disordini, e dove avevano trovato rifugio i presumibili protagonisti degli stessi scontri.

Se da un lato Netanyahu è stato chiaro quando ha affermato che si è oltrepassata un’invalicabile linea rossa, dall’altro la brigata Ezzedin al-Kassam di Hamas, non ha fatto venir meno il lancio di salve di razzi verso Gerusalemme. L’attuale incertezza è legata alla persistente sensazione che il peggio debba ancora venire, visto che Israele ha annunciato una “reazione feroce, che durerà giorni”; Hidai Zilberman, portavoce dell’esercito, ha annunciato che le forze israeliane si stanno preparando ad una rosa di possibilità molto ampia, compreso un conflitto più esteso.

Nulla è da escludersi mentre le sirene d’allarme risuonano a Gerusalemme e gli scontri si susseguono anche alla porta di Damasco; la polizia ha evacuato i fedeli al Muro del Pianto, ed anche i deputati della Knesset hanno lasciato l’aula parlamentare; nel frattempo la polizia israeliana ha deviato il percorso di una marcia degli ultranazionalisti ebrei: un tentativo di evitare possibili contatti con i manifestanti palestinesi.

Secondo un copione di routine, si sono levate le proteste internazionali, a cominciare dalla Turchia, sempre più calata nel ruolo di nume tutelare sunnita, a cui si è aggiunta la Corona giordana, ancora scossa da tremiti istituzionali determinati dal presunto tentativo golpista del principe Hamzah3, ed in questo frangente concorde con un interlocutore con cui, in genere, la sintonia risulta difficile.

È opportuno rammentare che la Giordania4, diffidente nei confronti di un pervasivo intervento turco in Medio Oriente, in quanto responsabile della custodia della Moschea di al Aqsa e dei luoghi santi cristiani, non ha mancato di esprimere le sue vive preoccupazioni a Washington che, in funzione dei consistenti aiuti che fornisce e delle relazioni politico militari che assicura, ambirebbe ad avere partecipe ed al suo fianco nel preservare Gerusalemme Est quale capitale di uno stato palestinese indipendente, anche in funzione del timore indotto da un’altra possibile migrazione palestinese di massa verso un regno dove gran parte dei sudditi discendono da emigrati e rifugiati palestinesi.

Difficile dimenticare che Hamas, in difficoltà nel gestire la crisi economica palestinese malgrado lo sfruttamento dell’economia parallela dei tunnel5 - in parte chiusi dagli egiziani - e desiderosa di uniformarsi all’efficiente organizzazione di Hezbollah, è in relazione con la Fratellanza Musulmana, sostenuta da Turchia, Iran e Qatar, e che questi rapporti hanno contribuito ad inasprire le liaison tra Giordania e Turchia, peraltro vista con ulteriore sospetto alla luce degli interventi in Siria, Iraq e Libia. La convenienza politica ha tuttavia indotto Amman ad un prudente silenzio, dato che Ankara ne ha riconosciuto la sua custodia su Gerusalemme.

I giochi della politica fanno poi dimenticare quanto sia realmente evanescente la compattezza del fronte palestinese; la stessa Hamas, che pure si era giovata elettoralmente degli episodi di corruzione relativi a Fatah, si è di fatto resa protagonista di iniziative che hanno esacerbato i rapporti sociali all’interno della Striscia di Gaza6, e che hanno trovato la loro sublimazione nel rinvio, pur dopo 15 anni, delle elezioni legislative e presidenziali precedentemente proclamate dal presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas (nella foto l'ultimo a destra in primo piano).

All’incertezza generale si aggiunge la querelle riguardante Marwan Barghouti che, detenuto in Israele, dopo aver reciso i rapporti con Fatah7, intende candidarsi contro Abbas con una lista indipendente. Quanto riportato dal Jerusalem Post, che ha affermato che "il capo della polizia israeliana del distretto di Gerusalemme, Doron Turgeman ha chiesto che il percorso della parata delle bandiere, che di solito attraversa la Città Vecchia di Gerusalemme, venga dirottato...", sembrerebbe dare motivo di credere al consolidamento di una politica pericolosamente meno attenta da parte israeliana, sostenuta peraltro dalle valutazioni dello Shin Bet e del Ministro della Difesa Gantz8.

Il quadro generale è reso ulteriormente complesso dalla situazione politica interna in Israele, alle prese con gli ultimi risultati elettorali, non in grado di consegnare al Paese una maggioranza ampia ed in grado di governare; una maggioranza che, alla luce degli avvenimenti, potrebbe non riuscire a concretizzarsi nemmeno questa volta malgrado gli sforzi di Yair Lapid e Naftali Bennett, poiché condizionati all’appoggio che avrebbe dovuto essere assicurato da Mansour Abbas, capo della Ra’am (Lista araba unita)9, e detentore di 5 seggi fondamentali.

In cosa potrebbero tradursi i rischi dell’escalation in corso? Guerra cognitiva, già in corso, ed un conflitto multi-teatro, caratterizzato da un ambiente operativo su cui convergono gli sviluppi tecnologici, militari, sociali e politici degli ultimi decenni, cui non è estraneo il rischio del coinvolgimento di Hezbollah dal Libano, ed in cui è da considerare sia la dottrina bellica dell’IDF10, che sta rinforzando le unità corazzate e di fanteria al sud, e che interpreta la guerra di manovra come un processo multidimensionale, sia la valutazione espressa dall’INSS11 circa le conseguenze devastanti di un percettibile logoramento sociale interno.

Un conflitto ad alta intensità vedrebbe aprirsi numerosi fronti, dal Libano contro Hezbollah, contro forze da Siriane ed Iraqene, probabilmente anche dall’Iran, e preservando la necessità di difendere la regione centrale di Israele, con il controllo sia della cresta montuosa della Giudea e della Samaria, sia delle strade principali che portano da ovest ad est e che sono indispensabili per consentire la libera circolazione delle forze armate israeliane verso la zona di confine.

Conclusioni. La crisi in corso torna utile a diversi attori: Fatah rimanda le elezioni, dunque non può perdere il potere acquisito; la Jihad islamica alimenta l’incendio come desiderato dall’Iran, mentre Hamas guadagna consensi nella West Bank, il tutto secondo un copione che esige tensione e guerra costanti, pena la perdita di interesse internazionale per una causa che sembra appassionare solo a parole. I firmatari arabi degli Accordi di Abramo dovranno solo attendere il passaggio dell’ennesima tempesta, mentre la Turchia della Naqshbandiyya12 potrà riproporsi quale defensor fidei musulmanae, con sullo sfondo il sorriso degli Ayatollah, e con l’Arabia Saudita dedita a ricomporre le impasse diplomatiche con Siria, Qatar, sostenitore di Hamas, ed Iran.

Il contesto offre spunti inediti, che rendono l’evoluzione delle dinamiche abbastanza imprevedibile, a cominciare proprio dagli interpreti principali: israeliani, reduci dalla quarta tornata elettorale e sospinti da diverse anime, radicali e progressiste, palestinesi, che le elezioni le hanno invece accortamente evitate, pur così provocando un pericoloso innalzamento della pressione sociale e politica che, da qualche parte ed in qualche modo, deve trovare un punto di sfogo favorito dagli eventi gerosolimitani che, opportunamente, canalizzano altrove le attenzioni già di per sé tradizionalmente poste sull’avviso dalla fine del Ramadan.

Estero. A parte gli USA, la cui Amministrazione viene messa alla prova nello scegliere tra il sostegno ad Israele e la riapertura al JCPOA, l’Iran sostiene la jihad a Gaza e detiene un legame con Hamas, per cui può puntare sugli aspetti retorici utili a rafforzare una posizione coerentemente intransigente contro Israele; Hezbollah a Beirut e le forze irachene filo-iraniane, pur alla luce dell’incendio della rappresentanza diplomatica di Teheran a Kerbala in Iraq, possono più facilmente deviare l’attenzione da crisi economiche di spessore.

Pur nella costante evoluzione degli avvenimenti, che aiutano a celare le difficoltà di Ankara e gli insuccessi di Teheran, sembra di poter dire che i primi sconfitti siano proprio i palestinesi, interpreti di un’iniziativa militare che condurrà a conseguenze pesanti e durature, soprattutto in chiave negoziale.

La questione palestinese, già a partire dal ‘48, non ha goduto di un riconoscimento distinto rispetto a quella araba, cosa che ha condotto gli arabi a cominciare a riconoscere Israele, mentre i palestinesi, nello scegliere spesso alleati poco attendibili, continuano a rimanere soli ed affidati, peraltro, a non arabi, ovvero iraniani e turchi.

Rimangono comunque forti perplessità sulle dinamiche che sottendono questa escalation; la prima riguarda la “sorpresa” israeliana: un Paese che ha fatto di Intelligence e prontezza operativa il suo credo, non può farsi trovare impreparato; probabilmente la protratta contesa elettorale ha distratto attenzioni e risorse che, in altri momenti, avrebbero avuto modo e tempo di prevenire problemi di questa rilevanza. La seconda attiene alle capacità israeliane di analisi situazionale, che si ritengono tutt’ora di primo livello: se corto circuito c’è stato, come sembra, è necessario individuarlo altrove, ed anche in fretta. La terza, non meno seria, ha a che vedere con la gestione politica americana che, pur necessitando comprensibilmente di elementi di discontinuità, non ha considerato l’ineludibilità del terzo principio della dinamica13, cui va associata l’immagine di un poco invitante vaso di Pandora i cui spiragli, operando secondo un fattivo spirito realista, andrebbero sigillati al più presto.

1 Tra il 1875 ed il 1982 il terreno vede l’acquisizione da parte ebraica, il successivo controllo giordano con l’occupazione delle abitazioni, una rinnovata registrazione a favore di organizzazione ebraica, ed il riconoscimento della proprietà da parte degli affittuari, per i quali viene stabilito lo sfratto in caso di morosità

2 In tale ricorrenza gli israeliani ricordano il giorno in cui Gerusalemme Est fu occupata nel 1967 e successivamente annessa a Israele

3 Hamzah bin Hussein, fratellastro del Re Abdullah

4 il regno è ufficialmente in pace con Israele dal trattato di Wadi Araba, firmato nel 1994 sotto gli auspici degli USA

5 I tunnel, oltre che per la guerriglia, sono stati funzionali alle attività di contrabbando ed alle “tassazioni” su di esse imposte

6 Più di una fonte cita un "racket delle estorsioni" di Hamas che ora si estende agli affari di Gerusalemme alla stessa stregua dei "racket della protezione" arabi beduini che si diffusero in Israele molti anni fa

7 Fatah e Hamas a gennaio di quest’anno hanno raggiunto un accordo di riconciliazione

8 Times of Israel

9 Rappresenta gli arabi ed i beduini del meridione israeliano

10 Israel Defense Forces

11 Institute for National Security Studies

12 è una delle più importanti confraternite mistiche islamiche Sufi.

13 La terza legge della dinamica, o principio di azione e reazione, stabilisce che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria

Foto: Twitter / Israel GPO / The White House / IDF