Iran: la libertà sotto il velo

(di Gino Lanzara)
29/09/22

L’ultimo scampolo appena iniziato di 2022 sta proponendo una serie di eventi che trovano difficile collocazione in un contesto che, storicamente e secondo ragione, avrebbe dovuto proporsi in modo differente. Se nella santa Russia il patriarca Kirill intercede per remissione dei peccati e Regno dei cieli per i coscritti russi, lasciando agli impenitenti ucraini l’eterna anarchia dei dannati, in Iran divampano furiose le contestazioni causate dalla violenta repressione operata dalla polizia morale, responsabile dell’omicidio di una giovane curda ventiduenne, ritenuta colpevole di essere una badhejabì, ovvero di non indossare in modo ortodosso il velo, capo di vestiario imposto per legge nei primi anni 80.

Secondo la giornalista Asieh Amini il problema risiede semplicemente nel fatto che le donne possono essere frustate o imprigionate anche solo per aver sfidato i codici di abbigliamento islamici. Del resto molte donne iraniane sono state vittime della polizia religiosa attenta ad applicare le norme in vigore sia alle residenti in Iran che alle straniere, e ad evidenziare una discriminazione di genere che ha trovato poca attenzione in un occidente solitamente accorto al me too.

L’iceberg socio politico persiano arriva a profondità abissali e il caso hijab, indumento istituzionalizzato da Morteza Motahari, la cui statua, non a caso, è stata data alle fiamme nei giorni scorsi, ne è la minima parte emersa.

Cronache iraniche delle ultime settimane. Mentre Teheran schiera le sue truppe ai confini azeri, Mahsa Amini muore dopo essere stata arrestata e percossa dalle guardie della morale1. Nulla persuade il Kurdistan iraniano dal desistere da una rabbiosa reazione2: mentre in almeno 130 centri urbani scoppiano disordini, l’ayatollah Ali Khamenei, apparentemente malato, brucia in effigie. Anche a Erbil, capoluogo curdo in Iraq, le donne sono scese in piazza per denunciare la repressione iraniana, mentre le Guardie Rivoluzionarie hanno attaccato le posizioni di Komalaha Barbzin3 nel Kurdistan iracheno vicino l'Iran.

Tanto per accrescere il senso del grottesco, rievocando le note richieste di cannoni anziché burro, le emittenti statali hanno riportato immagini di contromanifestazioni spintanee dove, tra un grazie, grazie, grazie al regime ed un immancabile morte all’America, è stata ribadita la disponibilità alla jihad. Peccato che uno dei video trasmessi abbia mostrato gli striscioni di una manifestazione di diversi anni fa.

Mentre il fuoco della rivolta divampa, Artesh (Esercito della Repubblica Islamica dell'Iran, ndr) fa sapere che difenderà lo Stato da qualsiasi nemico intenda abbatterlo; un messaggio che si accorda con la richiesta del pugno di ferro contro i manifestanti da parte del capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei.

È la prima volta che il regime islamico assiste ad un’insurrezione così vasta, il cui divampare nel momento di massima instabilità russa non può essere fortuito: l’Armenia è sotto scacco azero, l’Asia centrale degli stan dubita dell’effettiva capacità geopolitica del Cremlino; tutto lascia presagire profondi rivolgimenti politici moscoviti.

Ma chi comanda in Iran? Chi detiene il controllo di un sistema politico così complesso come quello persiano basato sul velayat-e-faqih, il governo religioso del giureconsulto formulato da Khomeini?

Il tempo ha reso possibile la sedimentazione di diverse realtà: la convivenza di realtà democratiche ed elettive con l’autoritarismo dottrinale e religioso degli Ayatollah; il consolidamento del potere dei pasdaranqualificati dagli USA come organizzazione terroristica e resi ancora più potenti da Khamenei, capaci di controllare un esteso impero economico da svariati miliardi di dollari e protagonisti delle attività militari oltre confine grazie al foraggiamento di proxy come Hezbollah libanesi o Houthi yemeniti; la persistenza nel tempo di ogni singola fatwa decretata, come testimoniato dal recente attentato allo scrittore Rushdie: di fatto, la Guida Suprema ha permesso che l’architettura istituzionale rendesse possibile il reciproco sostegno tra la corporazione religiosa ed il suo braccio armato. Sarebbe però opportuno accertare, dato il tempo trascorso, quanto dell’originale essenza dottrinale pasdaran è rimasta effettivamente in simbiosi con il clero.

Se da un lato gli zeri aumentano, dall’altro l’ardore patriottico diminuisce: ogni anno almeno 150.000 iraniani acculturati abbandonano un Paese immobile e piegato su sé stesso, i giovani disertano le moschee; la religione impone rigidamente i propri dogmi ad una società naturalmente aperta e versata per una diversificazione al momento impossibile. L’Iran occupa una posizione strategica tra Medio Oriente e Asia centrale ed orientale; se dotato di idonee infrastrutture potrebbe trasformarsi in un prezioso hub commerciale; ma cosa accadrebbe se il potere degli Ayatollah venisse meno? Alla luce di un regime change, l’economia andrebbe sostenuta sollevando le sanzioni e, soprattutto, intervenendo su forme di gestione4 fallimentari che costituiscono la causa scatenante delle frequenti proteste trasversali in un paese colpito da forte inflazione e scarsità d’acqua, elementi che testimoniano di una situazione socioeconomica instabile e foriera di ulteriori proteste e conseguenti repressioni.

Nel frattempo, 3 aspetti inerenti alle relazioni internazionali hanno interessato l’agenda estera iraniana: il protrarsi delle negoziazioni per il JCPOA con un andamento lento condizionato dall’attendismo iraniano che punta a frenare gli accertamenti dell’AIEA, nonché dalle elezioni di midterm americane che favoriscono i tempi di arricchimento dell’uranio ad uso militare5 e alimentano le legittime preoccupazioni israeliane; i rapporti con i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo; l’invasione ucraina, che pare aver rilanciato i rapporti con Mosca, alternandoli – mediaticamente – alle relazioni intrattenute con la Cina, le cui necessità energetiche hanno riportato all’attenzione la possibilità che Teheran, in possesso di enormi stock di gas e petrolio, costituisca un’alternativa alle risorse russe. Si tratta di ipotesi politicamente e tecnicamente irrealizzabili nel breve periodo date le limitazioni della capacità produttiva iraniana, penalizzata da mancanza di investimenti e con infrastrutture fatiscenti non in grado di supplire neanche al fabbisogno interno di un paese dove tuttavia il controllo dell’informazione è così capillare da limitare, come già accaduto nel 2019 per le proteste contro il paradossale caro carburante, l'accesso ai social più diffusi, decisione che ha indotto il dipartimento del Tesoro USA a rilasciare una licenza volta ad assicurare servizi internet in ​​Iran senza incorrere in sanzioni6.

Ma la serie di sfortunati eventi per l’establishment iraniano non si è fermata qui: le proteste sono state contemporanee alla presenza del presidente Raisi7 alle Nazioni Unite dove, excusatio non petita, ha ritenuto opportuno accusare l’occidente di adottare doppi standard sui diritti, specialmente per quanto concerne le donne, concetto che ha evidentemente sentito di dover ribadire rifiutando di rilasciare un'intervista già concordata con la Cnn, perché la giornalista Christiane Amanpour non indossava il velo. È pur vero che il regime teocratico iraniano con le giornaliste occidentali e il velo ha un rapporto difficile; basti ricordare quanto accaduto nel 1978 tra l’Ayatollah Khomeini e Oriana Fallaci, quando la giornalista del Corriere della Sera, al termine di un’intervista incalzante, si tolse immediatamente questo stupido cencio da medioevo8, precorrendo la sua teoria dell’islamofascismo poi enunciata dopo l’11 settembre ne La rabbia e l’Orgoglio. Cronache che oggi fanno riflettere a fronte di statue coperte per non offendere un teocratico e anacronistico senso del pudore, o veli indossati (male, peraltro, e passibili in Iran di sanzione) dopo più di 40 anni dalla rivoluzione cavalcata da Khomeini.

Il punto nodale, ora, è comprendere se le proteste in corso potranno, o meno, rovesciare un regime consolidato e refrattario alle aperture, da considerare peraltro alla luce degli esisti delle ultime elezioni presidenziali che hanno ricondotto il conservatorismo al pieno potere in un paese che non ha perso il suo congenito senso imperiale, pur a fronte del fatto che solo poco più del 50% della popolazione è di etnia persiana9.

Ma basterà il pannicello caldo della temporanea riduzione della presenza poliziesca nelle strade per ricondurre alla calma una società frammentata e stanca? Difficile, specie alla luce della querelle Soleimani che, pur dopo l’abbattimento nel gennaio 2020 del 737 ucraino e la morte dei 176 presenti a bordo, pur con le compensazioni degli attacchi alle basi americane in Siria e Iraq non ultimo quello contro la base di al Tanf, pur con la tentata eliminazione del primo ministro iracheno Mustafa al Kadhimi, pur con gli attacchi condotti a navi o proprietà israeliane, non trova alcun tipo di quadra politica.

L’iceberg va dunque, e come già detto, in profondità e tocca aspetti strutturali politico economici difficilmente riducibili alla poco sostanziale disputa su un capo di vestiario che nella sua serica impalpabilità ha avuto il merito di mettere a nudo il timore patologico di un regime teocraticamente distante dalle istanze sociali.

E l’Occidente? In disordinato ordine sparso. Basti ricordare le prese di posizione laiche, secolariste e aconfessionali di Parigi che non ammette crepe nella coesione nazionale, qualche generica presa di posizione in Belgio, Olanda e Italia, quest’ultima con i distinguo più su accennati e che ricordano i ritocchi di Daniele da Volterra detto il Braghettone, fino a giungere all’UE che prima pubblica e poi rimuove un video che mostra donne assolutamente sorridenti con e senza velo.

Se, come dice Bruxelles, la bellezza è nella diversità come la libertà è nell’hijab, sarebbe interessante ricordare sia che il velo non è libero ma imposto, sia sentire in proposito qualche donna iraniana attualmente in piazza, o magari qualche rappresentante protocollare europeo ancora in cerca della fantomatica poltrona destinata alla presidente della Commissione europea in quel di Ankara.

Conclusioni. I movimenti di protesta mediorientali raramente hanno un lieto fine; anche l’abbattimento di un autocrate difficilmente pone fine all’assolutismo. Il deep state più conservatore fondato su clero, militari e paramilitari rimane forte e radicato. A fronte di qualche ritocco cosmetico a livello economico il khomeinismo persisterà, come accaduto in Egitto con il post Mubarak.

Rimane tuttavia un dubbio, l’unico, fondato sulla permanenza di una rivoluzione che ha perso forza propulsiva e con i rivoluzionari d’antan divenuti casta; non c’è da stupirsi se il successore di Khamenei possa essere il figlio Mojtaba, pronto a 53 anni all’investitura ad Ayatollah come da più parti indicato e come già avvenuto a suo tempo con il padre. Al di là delle considerazioni dinastiche e istituzionali, come già evidenziato, questo porterebbe ad un’ulteriore autocratizzazione con la definitiva consacrazione pasdaran al centro del potere politico.

Onore dunque all’incommensurabile coraggio, per molti occidentali inedito, delle donne iraniane; ma attenzione a ricordare che il malessere iraniano non può essere limitato all’hijab, è qualcosa di peggiore e più profondo.

1 La polizia religiosa è presente anche in Arabia Saudita, dove tuttavia poteri e prerogative sono stati rivisti. È dell’ultimo semestre di quest’anno il record di decapitazioni (120)

2 Durante i funerali molte donne hanno protestato contro il regime togliendosi il velo, altre si sono pubblicamente tagliate i capelli e molte hanno cantato Jin Jiyan Azadi in kurmanci, dialetto curdo.

3 Gruppo armato curdo

4 Le riserve di petrolio costituiscono il 10% delle riserve mondiali e le riserve di gas circa il 15%. L'Iran è tra i primi 10 Paesi al mondo per minerale di ferro, rame, zinco e oro

5 L'Iran continua ad accelerare il programma, compreso l'arricchimento dell'uranio utilizzando cascate di centrifughe avanzate

6 Anche Elon Musk, Ceo di SpaceX, ha ricevuto il permesso dal governo USA di attivare il servizio Internet satellitare Starlink per ripristinare le reti di comunicazione in Iran.

7 Il Presidente è all’attenzione di Amnesty International per eventi accaduti nelle carceri di Evin e Gohardasht, vicino a Teheran, nel 1988, e per la repressione attuata per le proteste nazionali del novembre 2019”.

8 il chador impostole

9 Oltre ai persiani troviamo il 20% di azeri di etnia turcomanna e poi i curdi, notoriamente discriminati anche in Turchia

Foto: web / France24

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