Effetti esterni Russia Ucraina

(di Gino Lanzara)
23/05/22

L’invasione russa ha tenuto viva l’attenzione sugli aspetti più immediati e spettacolari; rimasto all’ombra hollywoodiana, per l’Occidente la guerra lontana dai propri confini è stata per quasi 80 anni un problema da rifiutare tout court, come se negare l’esistenza di una malattia servisse a debellarla.

Cercheremo di essere concisi, ma senza perdere di vista il proposito di suscitare interessi e domande, partendo dal presupposto che nulla si manifesta per caso, ma secondo dinamiche precise.

Parafrasando Zafon, se si è giunti al 24 febbraio non è perché i fatti non si fossero manifestati, ma perché le pigre menti occidentali non hanno voluto vedere i cerchi concentrici provocati nello stagno delle relazioni internazionali; portiamoci dunque sulle onde di ritorno che caratterizzeranno a lungo il contesto internazionale.

Il neoimperialismo moscovita si è contrapposto alle politiche dei paesi confinari che, aperti verso l’esterno, hanno ristretto lo spazio riservato alla Russia, nazione portata al noi da soli contro tutti. Risorse ridotte e scarse capacità di governance già evidenziate nel contrasto al Covid, associate ad iniziative politiche spesso poco chiare, hanno ridotto il campo d’azione del Cremlino, proteso nel tentativo di riattrarre le ex colonie entro la sua influenza; un’impresa quasi impossibile sia per le capacità dei competitor eurasiatici, sia per mancanza di soft power, sia per la fragilità della sicurezza, un cristallo troppo delicato per l’orso russo, come Georgia e Ucraina insegnano.

L’importante è non sopravvalutare le capacità russe; gli scontri armeno-azeri hanno evidenziato come la capacità (e la voglia) di dirimere conflitti pronti a deflagrare non siano nelle corde del Cremlino.

Gli elementi rilevanti sono 2: malcontento sociale capace di portare in sofferenza la stabilità anche nelle autocrazie eurasiatiche; incapacità occidentale di comprendere le peculiarità caucasiche ed orientali che rendono inefficaci approcci universali inidonei per paesi che non possono inimicarsi né Cina, che con il suo soft power si accredita come paese detentore di cooptazione ed attrazione, né Russia, potenza insoddisfatta, aggressiva ed alla perenne ricerca di profondità strategica.

Agli USA la geografia, che moltiplica gli effetti regionali del raggio traente russo, impone una strategia realistica che punti a bilanciamenti selettivi in funzione del paese da approcciare; Washington coltiva più interessi in Europa orientale e nel Caucaso meridionale, e dunque dovrebbe non solo agevolare riforme politico-economiche migliorando le capacità deterrenti, ma curare anche il supporto alla difesa dalle tattiche ibride.

Già dal 2014 lo shock della prima aggressione contro l'Ucraina ha suscitato apprensioni in Georgia, Kazakistan1, Moldova, e nelle Repubbliche Baltiche2, intimorite dal nazionalismo russo alla ricerca di giustificazioni plausibili per l'annessione della Crimea; con il rallentamento economico, accompagnato all’estero da fake news sull’effetto delle sanzioni, l'intervento di Putin ha generato una legittimità politica bisognosa di successi militari.

La politica estera russa si è fatta più assertiva nelle aree trascurate negli anni post Guerra Fredda, in particolare MO, Asia nord-orientale, America Latina e Africa, con l'Europa riferimento storico per ambizioni e insicurezze del Cremlino, condizionato da visioni semplicistiche per le quali il Vecchio Continente rimane un’estensione americana, e per cui il principio di sovranità altrui non trova ragion d’essere. Mentre ad ovest la politica addolcisce l’insicurezza russa con l’economia, a est permangono timori e ricordi di occupazioni durissime.

Il Cremlino non ama le ideologie: le usa grazie a personaggi come Dugin, Malofeev, ma punta realisticamente alla conquista del potere; offrire qualcosa di concreto è più importante che credere in astrazioni, e la stessa Chiesa ortodossa non è altro che un amplificatore delle linee governative. L'attivismo politico russo si sta evolvendo, e la faglia nelle relazioni tra Bruxelles e Mosca ha causato frequenti intromissioni negli affari europei con polarizzazioni politiche capaci di influenzare i management nazionali.

La Russia vuole un Occidente diviso: se NATO e UE sono impegnate a contrastarsi, non possono promuovere alcun regime change a Mosca che, insofferente del multilateralismo e sclerotizzata sulla sindrome da accerchiamento, dimentica le ostilità verso l’UE, solo ora attenta a riarmi concreti e lontani dalle teorie della bussola strategica, a sconfinamenti di sommergibili ed aerei, ad attività spionistiche: Mosca tratta solo alle sue condizioni considerando le singole priorità nazionali3, non quelle collettive, coltivando relazioni personali, reclutando élite occidentali funzionali al successo delle sue imprese.

Al momento l’aggressione all’Ucraina ha condotto la Russia ad un deterioramento strategico della sua posizione europea, riuscendo nel ricompattamento della NATO, pur al netto dei mercanteggiamenti levantini di taluni soci, e conducendo tra le fila blue paesi che, per scelta politica o per costrizione bellica, avevano fatto della neutralità la base della loro politica.

La fine dell'architettura securitaria europea, e la propensione russa a non accettare lo status quo, incrementeranno sia destabilizzazioni ed intimidazioni basate sull’assunto - tutto da dimostrare - che, come avvenuto in Ucraina e Siria, NATO o USA non interverranno, sia la concreta minaccia di una guerra asimmetrica russa nella zona grigia occidentale.

Beninteso, si tratterà di una guerra cognitiva con molte ipotesi, data la capacità ucraina di ribattere ai maestri moscoviti della disinformazione, per i quali è sembrato più importante rivolgere l’attenzione ad Azovstal piuttosto che all’entrata atlantica di Svezia e Finlandia4, che allungano il limes critico e rendono più complesso il futuro russo nell’Artico. Va ricordato che forze aeree e navali della Flotta del Nord hanno impegnato a nord e ad est l'alleanza atlantica, incrementando le presenze marittime ed aeree vicino i territori danesi e norvegesi.

L’ingresso finno svedese muterà la situazione securitaria dell’intera regione Baltica, per cui tutti gli stati rivieraschi vestiranno il blu NATO. Le dichiarazioni di Dmitrij Medvedev circa un rafforzamento russo nel Baltico anche con testate nucleari se Helsinki e Stoccolma dovessero aderire al Patto Atlantico dimenticano che la Russia già dispiega armi atomiche nell’oblast di Kaliningrad.

Ma non è stato solo il rafforzamento di Kaliningrad ad aver indotto Svezia e Finlandia a richiedere l’adesione alla NATO, né la simulazione di bombardamenti nucleari della Svezia nel corso delle esercitazioni del 2013, isola di Gotland compresa, o gli attacchi cibernetici; sono state le aggressioni russe all’Ucraina a persuadere all’abbandono delle politiche di non-allineamento, visto anche il ricordo ancora vivo nei finlandesi dell’attacco russo nella Guerra d’Inverno del 1939.

Lo scontro tra Russia e NATO si svilupperà quindi lungo il meridiano che unisce Norvegia, Polonia e Grecia e contro i Paesi del Trimarium (Baltico, Mar Nero, Adriatico) lungo la verticale russa Kaliningrad-Tiraspol. Notevole l’accordo, anche difensivo, sottoscritto da Svezia e Finlandia con il Regno Unito, impegnatosi ad intervenire nell’eventuale difesa di Helsinki e Stoccolma. In questo contesto si inserisce l’ipotesi americana di trovarsi prossimamente di fronte ad una Germania egemone non solo economica ma anche militare, dopo l’era Merkel dedicata a creare un’interdipendenza russo tedesca.

Le false narrazioni russe non trovano più lo spazio consueto nei media, ed i tentativi di giustificare l’invasione sono stati respinti. Tatticamente l’uso dei social ha reso più coeso il popolo ucraino, permettendo di localizzare le truppe nemiche grazie a specifiche app, e consentendo di mostrare i crimini russi scuotendo le opinioni pubbliche occidentali: la tattica ucraina non si attaglia per guerre oltre confine, ma è idonea per l’autodifesa, e crea un parallelismo con Taiwan, sicuro oggetto di un intervento difensivo statunitense.

Il sistema di comando ucraino è sostenuto da informazioni aeree integrate che permettono a piccole unità attacchi flessibili evitando battaglie frontali; il combattimento diventa asimmetrico, frammentato e poco costoso ma con una base tecnologicamente avanzata5. I soldati ucraini hanno affrontato la sfida supportati da un popolo operante in un contesto di infowar. Sotto questo aspetto il problema per la Russia è politico più che militare, dato che il management del Cremlino, oltre che a creare ulteriore nebbia di guerra, sembra essere rimasto invischiato nella sua stessa propaganda tanto da offrire più che soluzioni pratiche, parate scenografiche paradossali partecipazioni televisive, tecniche già viste in occasione della missione in Italia, a Bergamo, durante la prima fase pandemica: contributo scientifico modesto, smodata virus diplomacy.

Il problema russo è stato quello di aver trovato sul campo una popolazione diversa dalla propria, passiva e apolitica; questo senza contare sia il ricorso a compagnie mercenarie private – comunque sacrificabili6 e già operanti in Siria e Sahel –, sia i crimini di guerra commessi nel corso delle operazioni, una macchia indelebile per un esercito a cui è stata resa obbligatoria la lettura del saggio di Putin “Sull’unità storica di russi e ucraini”, che nega il diritto all’esistenza politica di Kiev.

Discorso a parte per la Libia, dove il contrasto turco ha contribuito a raffreddare lo slancio russo, un campanello d’allarme per un management che non ha fatto tesoro delle lesson learned, che sta subendo debacle notevoli sui domini tradizionali e che, per turare la falla ucraina, sta smobilitando dalla Siria consegnandola di fatto a Teheran.

Di rilievo anche la guerra economica incentrata sia sugli approvvigionamenti energetici petroliferi, dei cui aumenti di prezzo hanno beneficiato i paesi del golfo, attenti nel modulare una produzione che potrebbe altrimenti far oscillare al ribasso i ricavi, sia gasieri; due le notazioni da considerare: la rilevanza politica dei riflessi del JCPOA (preoccupanti per Arabia Saudita e EAU) che potrebbero costituire l’unica leva per un aumento delle quantità di greggio estratte, e la querelle sui pagamenti europei in rubli su conti Gazprombank per il gas fornito, viste le indicazioni fornite da un’UE priva di una politica estera condivisa, ed alla luce della scomunica finanziaria operata dalle sanzioni di Washington, pronta a rilevare la fornitura di gas russo con il proprio gas di scisto.

Di fatto il default7 russo è sul filo della lama di JPMorgan e sulla tavola protesa dal bordo nave di Moody’s, visti gli interessi da corrispondere agli investitori internazionali e l’autorizzazione straordinaria del Tesoro USA, che permette ai titolari di debito russo in America di riscuotere cedole e capitale in deroga alle sanzioni8. Nei primi due mesi dall’inizio dell’invasione la Russia ha guadagnato 65 miliardi di dollari dalle esportazioni energetiche sfruttando l'aumento dei prezzi e, se le tendenze manterranno, guadagnerà circa altri 321 miliardi di dollari nel corso del 2022; diverso l’andamento del settore tecnologico, più ristretto e controllato, ma con le incursioni dei soliti noti della Repubblica Democratica del Congo e della Corea del Nord.

Con tutti questi paradossi, Lewis Carroll con la sua Alice, dall’altra parte dello specchio, sorriderebbero, anche perché tra deroghe sull’uso di quale divisa utilizzare, su scadenze temporali e sulla posizione cinese, che ha qualificato il congelamento delle risorse valutarie russe come una violazione della sovranità, si giocherà il futuro finanziario di un paese immenso, con un PIL sottodimensionato, un’economia poco diversificata, e con un arsenale atomico oversize.

Se da un lato il default forzato solleva dubbi pratici circa la capacità di ostacolare l’azione militare russa, dall’altro non c’è dubbio che l’economia globale dovrà fare i conti sia con una crisi recessiva conseguente ad una crescita lenta - su cui peseranno politiche monetarie restrittive - e ad un'inflazione rapida9, con impatti sui redditi reali dei consumatori e con deflusso dei capitali dai mercati emergenti, sia con la penuria di grano e cereali prossima a causare una carestia che colpirà circa 47 milioni di persone in 81 paesi con economie a basso reddito specie nell’area MENA (Middle East and North Africa, ndr), dove la Russia tenta di coltivare vantaggi competitivi10 ma soffre di carenze reputazionali11, in quella Subsahariana, dell’America Latina, dell’Asia Centrale o con vulnerabilità preesistenti come in Pakistan e Sri Lanka. Da registrare anche sia lo shock dovuto alla destabilizzazione macroeconomica delle economie legate alla Russia12 sia la limitazione/divieto delle esportazioni. La guerra ha evidenziato la necessità di una rete di sicurezza globale e di accordi regionali per proteggere l’economia locale.

L’Indo Pacifico è invece un caso a parte, dove la rilevanza geopolitica è attribuita al vicino cinese13, che non ha ancora concesso nulla di significativo alla Russia, ma dove l’India, in aperta competizione con Pechino, suscita ancora più di un interesse economico-militare in Mosca, pungolata ultimamente da Tokio per le Isole Curili. Quel che va sottolineato è che, dall’inizio delle ostilità, il messaggio occidentale contro la Russia non è stato recepito, eccezion fatta per gli storici alleati statunitensi14, mentre strategicamente India e soprattutto Cina stanno interpretando la crisi quale chiave per giungere ad ordine globale multipolare per sottrarre all'Occidente il dominio del sistema; nel complesso l’insieme dei benefici sino russi rimane più appetibile di quello occidentale.

Malgrado gli avvicinamenti a Washington, New Delhi, preoccupata per le conseguenze del conflitto sulla sua economia, non coltiva vere alleanze ma si pone in posizione strumentale ai suoi fini, bloccando le esportazioni di cereali, astenendosi dal condannare Mosca, che rimane la principale fornitrice sia di armamenti sia di greggio, ipotizzando accordi di cambio valuta da rupia a rubli.

Di rilievo l’interposizione di tre soggetti politici: Giappone, Pakistan e Corea del Nord, il primo, in aperto antagonismo con la Cina, pronto a ricordare all’India la sua posizione antitetica a quella di Pechino; il secondo, per il suo ruolo nella BRI e nelle aperture verso il regime talebano di Kabul, quale motivo in più per New Delhi per non respingere le avance di Washington che, già nel 2006, ha certificato il suo status nucleare senza imporre alcuna adesione a trattati di non proliferazione; il terzo in quanto sponda nucleare sino-russa.

Lo scontro in corso vede la silent diplomacy indiana impegnata a bilanciare il mondo russo e quello occidentale, visto che non ha avuto né la possibilità di approntare contromisure alle conseguenze della guerra, né di tarare i rapporti con Mosca, sempre più avvinta all’antagonista cinese, volto all’espansione nell’Indo Pacifico.

La verticale russa del potere si presenta più assertivamente nel Caucaso meridionale, ma deve affrontare un panorama complesso, dati gli attori esterni sulla scena: Turchia15, che ha sottratto parte dell’effetto deterrente russo con il sostegno a Baku; Armenia, Georgia, i satelliti Abkhazia e Ossezia del sud, e risultati non brillanti prima, ed improntati alla massima cautela dopo l’invasione dell’Ucraina. Anche gli stati dell’Asia Centrale (Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan) presentano un’elevata dipendenza politico-economica dalla Russia messa in discussione dal conflitto in corso che ha portato all’artificioso apprezzamento del rublo16 e con la sofferenza delle singole valute rispetto al dollaro, con calo delle rimesse, aumento dei prezzi e sospensione dei progetti finanziati da Mosca, cosa che permetterà a Cina e, forse, Turchia17, di aprire percorsi commercialmente strategici18 nella regione ma non in grado da strappare i paesi asiatici dal limbo russo.

L’ulteriore protrarsi della guerra imporrà a Mosca la chiusura dei confini con l’Asia Centrale danneggiando relazioni commerciali e stabilità economica; indicativo il Kazakistan che, tralasciando di commemorare il Giorno della Vittoria, ha preso le distanze dalle relazioni post-imperiali di Mosca, contro cui non ha intrapreso azioni politiche, pur inviando assistenza umanitaria all’Ucraina; Nur Sultan, di fatto, non ha riconosciuto l'indipendenza delle repubbliche separatiste nell'Ucraina orientale.

Da non trascurare la Cecenia, timorosa che un esito sfavorevole della guerra possa comprometterne, con la cessazione degli aiuti moscoviti, la tenuta economica e sociale già insidiata sia dagli indipendentismi manifestati dai battaglioni ceceni19 che combattono per Kiev, sia dai jihadisti ceceni che combattono in Siria, con il proposito di destituire Kadyrov.

L’intervento russo in Libia e Siria, da inquadrare in un contesto statico con l’Occidente dall’Atlantico al Mar Nero e dal Nord Africa all’Artico, ha riportato Mosca sugli scenari più caldi del Mediterraneo orientale, che hanno confermato la sopravvalutazione delle sue capacità economiche non supportate da commerci diversificati, investimenti diretti esteri, assistenza allo sviluppo; la presenza russa è dunque indirizzata unicamente a minare la coesione di NATO e UE rafforzando la dipendenza dalle fonti energetiche; più complesso il rapporto con Israele, a fronte delle dichiarazioni del ministro Lavrov circa le presunte ascendenze ebraiche di Adolf Hitler, cui poi è seguito il ricevimento di Hamas; doveroso l’intervento riparatore di Putin a fronte di esternazioni indicative di un malessere geopolitico più profondo che riguarda gli strike20 israeliani in Siria ed il tentativo iraniano di sfruttare l’impasse ucraina per consolidarsi a Damasco proponendo a Gerusalemme un dilemma tattico e strategico, ovvero quanto potersi fidare di Mosca accettando un’imprevedibile evoluzione dei rapporti russo iraniani, specialmente se il JCPOA dovesse soddisfare Teheran.

Prendendo a paradigma lo slogan Isis lo Stato islamico rimane e si espande, la Russia nel Mediterraneo orientale intende rimanere ed espandersi aumentando la pressione sul versante meridionale della NATO, definendo un parallelo con il teatro ucraino e ponendolo sulla stessa linea di attrito con l’Occidente mentre gestisce le operazioni a Idlib e a nord di Aleppo, incrociandosi con l’Iran, che mantiene aperto il varco che dal suo interno porta al Mediterraneo, fino ad arrivare a condizionare le dinamiche politiche libanesi.

Concludiamo. I fattori che determinano la durata di un conflitto sono molteplici; di per sé l’ampiezza del campo di battaglia indica la possibilità di un lungo protrarsi. L'Ucraina è grande ed il suo esercito ha combattuto tatticamente da posizioni locali mobili, rendendo difficile per i russi individuare un baricentro di attacco; Kiev non ha creato centri di comando vulnerabili ma unità da utilizzare in relazione all'opportunità tattica.

Mosca dal suo lato ha tentato di imporre una costosa guerra di logoramento dove gli Ucraini godono del vantaggio tecnologico americano, con Washington che desidera il fallimento di Mosca che, con una capitolazione ucraina, si troverebbe faccia a faccia con la NATO mentre l’accettazione del solo cessate il fuoco imporrebbe un costo politico troppo alto. Gli ucraini manterranno così la loro strategia, obbligando i russi a sacrificare potere e credibilità prolungando sine die un conflitto che richiama alla memoria la Guerra di Corea del 50 e l’invasione dell’Afghanistan del 79.

La leadership russa è rimasta autocratica, e si è associata ad una logistica che ha indebolito truppe poco motivate e ad una società non pronta ad una guerra lunga. La guerra in Ucraina, innescata da notizie false21, può generare un effetto domino in tutto il mondo, da Taiwan al Baltico, per giungere ad una divisione coreana dell’Ucraina, fino ad una guerra commerciale con l’Occidente.

Da ora al 2030 l'Eurasia rimarrà l’instabile centro di gravità strategico di un mondo tecnologicamente trasformato che non consentirà avvicinamenti tra egemoni, considerato che la sfida portata dalla Russia, malgrado le intenzioni, è essenzialmente militare, e che Mosca non riesce ad articolare una propaganda convincente. La guerra dovrà riconfigurare necessariamente sia le vie della seta, dato che la Cina aveva individuato nella direttrice Russia-Ucraina-Bielorussia-Polonia la miglior rotta possibile per l’Europa, sia i collegamenti con i 17 paesi dell’Europa centro orientale, già messi alla prova dalle sanzioni USA. Inevitabile il potenziamento delle rotte marittime e l’aggiramento della Russia passando da Caspio, Iran e Turchia, grazie al rapporto venticinquennale sino iraniano di collaborazione.

La debolezza russa renderà inevitabile la centralità cinese nelle transazioni economiche per cui Unionpay diverrà l’unica alternativa nel settore; non è così astruso ipotizzare un assorbimento dell’economia russa nella BRI e nel sistema cinese.

Per la Cina finché c’è guerra c’è speranza grazie anche all’analisi di tattiche e strategie occidentali da trasporre nel quadro dell’ipotizzata invasione di Taiwan. La Cina cerca l’autosufficienza e, malgrado le affermazioni di principio, sta tentando di evitare le sanzioni americane preservando le riserve di valuta estera, cosa che fa presumere di non aver accantonato i progetti sulla ribelle Taiwan, ma anzi di aver rilanciato con gli accordi stretti con le isole Salomone, mossa che bilancia l’AUKUS. Insomma, l’intesa senza limiti con Mosca, incline a portare più instabilità che soluzioni, è limitata al tempo di pace22, ed indirizzata a portare la Russia in orbita cinese senza che Pechino si esponga, diventando elemento di distrazione per Washington, distolta dall’Indo Pacifico.

La Russia, infine, si è posta sul vetrino dei militari occidentali e cinesi. Pechino sarà indubbiamente interessata sia all’impiego ed alle difficoltà dei battaglioni, su cui ha modellato l’Esercito, e sull’uso dei droni in funzione anticarro.

Secondo la Cina (..., n.d.d.) gli USA sono gli unici veri vincitori della guerra ucraina, con la Russia prossima ad una crisi in Asia centrale, con Francia e Germania costrette in versione anti russa, con l’espansione occidentale nell’Indo Pacifico, e con la vendita di risorse energetiche a prezzi più alti.

1 Ucraina e Kazakistan hanno ricevuto assicurazioni ma non garanzie, da USA e UK, in quanto firmatari del Memorandum di Budapest del 1994, in cambio della rinuncia all’armamento nucleare sovietico stanziato sul loro territorio.

2 Lo stesso giorno in cui è iniziata l'invasione dell'Ucraina, è stato raddoppiato il personale della missione EUFOR in Bosnia-Erzegovina, per effetto del deterioramento della situazione della sicurezza a livello internazionale che ha il potenziale per diffondere l'instabilità in Bosnia-Erzegovina

3 Vd. la pipeline Nord Stream 2, dove Mosca si è appellata all'interesse nazionale tedesco offrendo gas a buon prezzo reclutando società europee per finanziare il progetto di proprietà di Gazprom.

4 La Finlandia condivide con la Russia un confine lungo oltre 1300 chilometri, dal Golfo di Finlandia al Mare di Barents. Con l'adesione finlandese alla NATO il confine condiviso con la Russia si porterebbe a 2500 chilometri

5 Ricordiamo l’operato social del Presidente Zelenskyy, del ministro degli Esteri Kuleba, del ministro per la Trasformazione digitale Fedorov

6 2018, assalto alle posizioni americane a Deir ez Zor in Siria; 2019 impiego anti insurrezionale in Mozambico

7 L’ultimo default russo sul proprio debito estero è stato dopo la Rivoluzione d’ottobre. La bancarotta del 1998 ha interessato il debito denominato in rubli; a differenza del 1918, la bancarotta non sarebbe provocata dai debitori ma dai creditori, attraverso l’imposizione delle sanzioni.

8 Per avere concreto effetto le sanzioni dovrebbero essere imposte unanimemente, prevedendo sanzioni secondarie con cui colpire i paesi che decidessero di intrattenere rapporti con il sanzionato nei settori colpiti dalle sanzioni altrui.

9 Russia e Ucraina sono tra i principali produttori di materie prime; le interruzioni hanno causato l'aumento dei prezzi globali e di quelli riferiti a quelli alimentari.

10 Questo comporta la possibilità che la Russia acquisisca basi militari (aerea in Libia o navale in Egitto, Libia o Algeria.) capaci di migliorare la capacità di proiezione di potenza nel Mediterraneo e verso l'interno africano.

11 Vd esempio del vaccino Covid Sputnik V, sottoposto a test prolungati secondo procedura fino al luglio 2021 quando la Nigeria ha adottato vaccini di fabbricazione occidentale approvati dall’OMS, più economici dello Sputnik V. L’insuccesso diplomatico e mercantilista russo sui vaccini, malgrado un marketing aggressivo, ha evidenziato la mancanza di pensiero strategico e disattenzione per le dinamiche locali.

12 Vd. Kirghizistan e Tagikistan che dipendono dalle rimesse generate dai lavoratori migranti in Russia.

13 Le misure prese da Mosca hanno irritato il governo cinese

14 Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud, Taiwan

15 Il conflitto in Ucraina ha posto in evidenza i limiti dell’ambiziosa strategia turca, a cui converrebbe un sia pur parziale rientro nell’Alleanza. L’attrito tra USA e Russia svela i rischi dell’equilibrismo della Turchia costretta a compiere scelte precise alla luce dell’aggravarsi della sua crisi economica. Un coinvolgimento turco nel conflitto ucraino metterebbe a nudo i limiti di Ankara, impossibilitata ad integrarsi con Cina, Iran e Russia, restringendo il suo spazio di manovra.

16 Il rialzo del rublo è artificiale perché la Banca centrale ha consentito solo le transazioni che lo avvantaggiano.

17 La Turchia dipende comunque da petrolio e gas russi ed è un cliente per nucleare e sistemi d'arma, gli stessi mezzi che hanno portato la Russia in Egitto e Algeria.

18 L’Ucraina dispone dei droni da combattimento turchi Bayraktar Tb2; il Bayraktar Akıncı, è propulso dal motore Ai-450T prodotto dall’ucraina Ivachenko Progress.

19 Battaglioni Mansur e Dudaev

20 Da ricordare il rifiuto di Israele di inviare diverse batterie del sistema di difesa Iron Dome in Ucraina, nonostante una richiesta degli Stati Uniti. 

21 Le analisi su un presunto attacco ucraino con gas hanno dimostrato che era stato girato in precedenza, come in precedenza era stato realizzato il video in cui i due presidenti delle repubbliche separatiste dichiarano l’evacuazione dei profughi.

22 La Cina non ha dato appoggio ufficiale alle operazioni del Cremlino sul suolo ucraino, e non ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche di Donec’k e Luhans’k, invitando a rispettare integrità e sovranità di ogni paese

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