Come la demografia ha decretato l'esito della Guerra Civile Siriana (parte 4)

(di Andrea Gaspardo)
21/03/20

La Guerra Civile Siriana ha investito il paese devastandone sia il patrimonio economico che quello demografico. Secondo i dati pubblicati nel 2017 da Mohammad Akram al-Qash, capo dalla Commissione Siriana per gli affari famigliari, in quell'anno la Siria contava una popolazione di 21 milioni di abitanti, oltre a 7 milioni di Siriani rifugiati in altri paesi a causa della guerra. Ad una prima analisi, tale numero parrebbe consistente con quello della popolazione siriana prima dello scoppio del conflitto (includendo però anche gli Iracheni e i Palestinesi residenti permanenti in Siria con lo status di rifugiati) tenuto conto che la natalità nel paese si è nel frattempo più che dimezzata (da 500.000 nascite all'anno nel 2011 a 200.000 odierne) mentre nel 2016 il tasso di fertilità totale ha toccato per la prima volta nella Storia i 2,9 figli per donna, sfondando al ribasso il limite prima invalicabile di 3 figli per donna.

Se già prima della guerra i dati demografici mostravano una società nel mezzo della cosiddetta “transizione demografica”, gli ultimi sviluppi sembrano confermare le previsioni di lunghissimo periodo formulate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale che, entro il 2100, la Siria non avrà una popolazione superiore ai 40 milioni di abitanti, destinati per altro ad un rapido invecchiamento (***).

Probabilmente i dati pubblicati dalle fonti ufficiali siriane peccano di ottimismo dato che la maggior parte degli organismi internazionali così come dei report di intelligence più accreditati stimano in non più di 17 milioni il totale di Siriani attualmente residenti nel paese. Il governo siriano infatti, non essendo in controllo di tutto il territorio del paese (specialmente delle zone in possesso dei Curdi e dei ribelli islamisti), non ha la possibilità di condurvi rilevazioni statistiche complete e soddisfacenti, dovendo fronteggiare una pesante crisi umanitaria persino nella parte del paese sotto controllo dello stato (si stima che, benché oggi il governo siriano controlli il 66,14% del territorio del paese con oltre il 70% della popolazione, oltre la metà di tale numero sia costituito da sfollati).

Per quanto riguarda la popolazione di rifugiati siriani, qualsiasi tentativo di censimento rappresenta semplicemente una chimera. Nonostante ad oltre 9 anni dall'inizio della guerra i rifugiati siriani si siano ormai sparsi in ogni angolo del mondo, a tutt'oggi la maggioranza assoluta di essi è concentrata nei paesi confinanti con la Siria: Turchia, Libano, Giordania e Iraq. Si stima però che meno della metà dei Siriani fuggiti in questi paesi si sia poi effettivamente registrata in campi profughi gestiti dai governi di questi stati o da organizzazioni internazionali quali la Croce Rossa o la Mezzaluna Rossa. La maggior parte si è semplicemente “sparsa sul territorio”, andando a complicare ulteriormente una crisi sociale già sul punto di rottura. La guerra ha inoltre causato gravi perdite di vite umane alla società siriana in generale, al giorno d'oggi stimate in 400-600.000 persone ma che, una volta che il conflitto sarà veramente finito, potrebbero arrivare a toccare gli 1-2 milioni di morti, senza contare le centinaia di migliaia di jihadisti accorsi da tutto il mondo per unirsi alle milizie dell'ISIS, di Jabhat al-Nursa o di altre formazioni islamiste. Di questi ultimi nessuno tiene veramente in conto le perdite dato che, agli occhi degli schieramenti in campo, essi rappresentano solamente carne da cannone spendibile a fini tattici e poi comodamente “seppellibile” sotto due metri di terra con il capo rivolto verso La Mecca.

Interessante sarebbe invece conoscere l'impatto che la guerra sta avendo sulle comunità minoritarie della Siria baluardo del regime, soprattutto sugli Alauiti. Sebbene la zona costiera della Siria, cuore geografico e demografico della comunità alauita sia stata infatti l'unica parte della Siria a venire risparmiata dalle devastazioni del resto del paese, le popolazioni locali hanno comunque dovuto sopportare il loro non trascurabile carico di dolore a causa delle perdite subite dagli Alauiti nei ranghi dell'esercito e delle varie milizie territoriali. Infatti, nonostante il prosieguo della guerra abbia con il tempo portato alla mobilitazione generale prima delle varie comunità etno-religiose più favorevoli al regime (Drusi, Cristiani, Sciiti Duodecimani, Ismailiti), poi delle élite sunnite di Damasco, Aleppo, Homs ed Hama, ed infine, dopo l'intervento russo, anche della maggior parte della popolazione sunnita in generale, nei primi due anni della guerra civile sono stati principalmente gli Alauiti a sostenere l'urto della guerra, pagandolo a caro prezzo. In questi anni sono stati pubblicati numerose indiscrezioni riguardanti le perdite subite dagli Alauiti in battaglia, con numeri che in alcuni casi toccano le 150.000 unità, ma si tratta sicuramente di esagerazioni a scopo propagandistico spesse volte disseminate apposta per creare scompiglio e sensazionalismo. Nondimeno, la guerra ha inflitto alle varie comunità etno-religiose minoritarie del paese un'emorragia di perdite, dovuta sia ai caduti sul campo che all'emigrazione (soprattutto tra i Cristiani), dalla quale esse potranno guarire solamente dopo diversi anni e con l'aiuto di una robusta politica di incentivo alle nascite. Tuttavia, tale iniziativa rischierebbe dall'altra parte di provocare la sindrome della “guerra delle culle” nella maggioranza sunnita, investendone persino i settori più lealisti, con il risultato di creare una perenne frattura in seno alla società.

In ogni caso, dovendo necessariamente posticipare un'analisi onnicomprensiva e puntuale sugli effetti della guerra sulla popolazione della Siria, alcune considerazioni preliminari possono essere fatte sin d'ora.

Primo, la guerra ha provocato un profondo shock che ha accelerato il processo di transizione demografica nel paese. Anche quando la pace sarà finalmente ristabilita ed il governo sarà tornato a controllare tutto il territorio nazionale, tale transizione sarà comunque irreversibile.

Secondo, il conflitto ha contribuito ad annientare le strutture tradizionali tribali, patriarcali e patrilocali soprattutto nelle aree rurali del paese con effetti che diventeranno veramente visibili in tutta la loro portata solamente in un paio di decenni.

Terzo, l'intervento esterno da parte di Hezbollah, delle varie milizie sciite irachene, degli Iraniani e della Federazione Russa a fianco del governo di Damasco, ha fatto sì che la bilancia del potere all'interno del paese finisse per pendere definitivamente dalla parte di quelle comunità etno-religiose e di quei settori della società siriana oggi più proiettati verso la modernità e ai quali spetterà l'onore e l'onere sia di governare che di ricostruire il paese, una volta che la Siria sarà finalmente ritornata in pace.

Quarto ed ultimo, la Guerra Civile Siriana ha definitivamente segnato il tramonto dei Sunniti sia come forza politica che come bacino ideologico-militante.

Dopo la cosiddetta “Insurrezione Islamista” del 1976-1982, culminata nel “Massacro di Hama”, la Guerra Civile Siriana costituisce il secondo tentativo da parte delle forze più intransigenti del campo sunnita, specialmente la Fratellanza Musulmana, di sovvertire con le armi i delicati quanto profondi equilibri di potere sedimentatisi in Siria negli ultimi 100 anni, da quando il paese diventò un “mandato” francese iniziando al contempo un lungo cammino verso la sua trasformazione in un moderno stato nazionale. Tali tentativi sono falliti sia perché le strutture dello “stato profondo” siriano mutuate dalle influenze francese e sovietica (le forze armate, l'apparato di sicurezza, la burocrazia e l'amministrazione statale) sono riuscite a reggere l'urto della Storia sia per l'anacronistico progetto revanscista ed oscurantista delle forze islamiste sunnite, propugnati la costituzione di uno “Stato Islamico” o addirittura di restaurare il “Califfato”, testimonianza non già di una “rinascita islamica” quanto dell'avvenuta disintegrazione socio-culturale del pur sulla carta numeroso schieramento sunnita a causa dei processi di modernizzazione e transizione demografica sopra descritti.

(***) “World Population Prospects The 2017 Revision”, United Nations

Foto: Giorgio Bianchi