Cina, dottrina del potere

(di Julian Carax)
11/10/20

Il potere. Allelo occulto nel genoma umano, inevitabilmente riemerge ogni volta che passioni e razionalità in lotta indichino l’insorgere di un rischio per il suo possesso.

Il 900, secolo breve per definizione, ha condotto ad un’evoluzione politica tesa ad affermare una governance complessa, globale, una realtà priva di confini inserita in una rete immensa. Se il mondo occidentale ha incarnato il net-centrismo, non si può escludere che, altrove, la scienza politica abbia generato o conservato diverse declinazioni: nello schema piramidale il partito dominante costituisce il punto di formazione del progetto politico, nonché il trait d’union movimentista con una base popolare che fornisce il consenso.

La Cina; il suo sistema si fonda su potere, stabilità, temporalità e sui principi di vantaggio geografico e spazialità, espressioni del connubio tra geopolitica e politica delle risorse in un Paese che rappresenta un ossimoro: un’economia capitalista affiancata ad un sistema socialista monopartitico privo del legame tra democrazia e libero mercato.

Incapaci di contestualizzare, gli occidentali hanno creduto che l’azione di dinamiche sociali proprie del nuovo assetto economico potesse risvegliare milioni di coscienze cinesi, determinando l’implosione di un regime non valutabile secondo paradigmi inconciliabili con la cultura politica di un Impero che non ha mai abbandonato il suo anelito di centralità, e che intende cancellare il ricordo del ‘900 per riproporsi nello splendore del 2049, centenario della fondazione repubblicana, col rischio calcolato di alimentare nuovi attriti con le potenze regionali1.

Nel 1947 il lungo telegramma di G. Kennan diede vita alla dottrina del contenimento dell’URSS; più di vent’anni dopo, H. Kissinger inaugurò la diplomazia bilaterale sino-americana; ora M. Pompeo, a cui tuttavia mancano chiara visione strategica ed istinto delle relazioni internazionali, riprende il tema del bipolarismo portandolo a contesa geopolitica. Pompeo, come Clinton negli anni ’90, evidenzia la superficialità analitica americana nell’approccio alla politica internazionale reiterando gli stilemi adottati con l’URSS, e non considerando il carattere ibrido e trasversale delle attuali conflittualità.

La Cina, dal ‘49, ha conosciuto un continuo bilanciamento tra ideologia, strumento legittimante della classe al potere, e sviluppo politico a cui si sono sommate le trasformazioni imposte dal corso economico inaugurato da Deng Xiaoping nel 1978, dopo il fallimento del purismo marxista e rivoluzionario culturale maoista, e proseguito dopo Piazza Tienanmen nel 1989.

Xi Jinping, segretario generale del PCC, ha ereditato un potere abbastanza stabile, una crescita economica notevole, ma un sistema politico da rivedere, incline al compromesso, in cui manca una programmazione sociale di ampio respiro, e che ha lasciato spazio ad un nazionalismo volto a colmare vuoto ideologico e faglie generate da disparità e frammentazione sociali. È stato questo insieme di fattori che ha indotto Xi a promettere una vita migliore, e che ha portato ad idealizzare un nuovo sogno cinese, che ha poco di Martin L. King o di JFK, ma molto di rinnovato materialismo storico e di senso pratico marxista, ed è capace di esprimere la rinnovata relazione tra ideologia e sviluppo politico.

Nulla di nuovo sotto il sole: uomo nuovo, dottrine imbellettate, riempimento di vuoti ideologici, strategie di rafforzamento, adattamento ai tempi, rimodellazione del pensiero marxista in modalità libero mercato, con una vena di scetticismo esogeno motivato dalla sfiducia per il ritorno ad uno zoccolo ideologico poco malleabile. L’economia, pur in presenza di un forte indebitamento foriero di possibili stagnazioni, rimane la gemma più preziosa del diadema, e ad essa si affiancano fiducia nel Partito e diffusione dell’ideologia dominante, unico elemento legittimante una struttura capace di eccezionali capacità adattive, e basata su una meritocrazia che premia i migliori solo dopo averli duramente testati nello studio e sul campo. È bene ricordare che il concetto di legittimità cinese non è legato tanto all’idea di una rappresentanza unta dal crisma del suffragio elettorale, quanto al principio dei risultati raggiunti; come, non importa.

Xi era, è e sarà sempre un Taizi2, un Principe Rosso pragmatico che declina l’ideologia maoista all’interno di uno schema liberale, così flessibile da concretizzare il secondo sogno, quello della Nuova Via della Seta, che unisce Cina, Eurasia ed Africa. Xi non è un prodotto d’apparato, è di più; da giovane, pur in disgrazia, è resiliente, assume incarichi dirigenziali sempre più elevati, giunge alla Segreteria di Partito, poi alla Commissione militare centrale e, alla successione di Hu Jintao, alla presidenza della Repubblica; ma il coup de maitre è la rimozione del limite dei 2 mandati presidenziali: Xi è di fatto Presidente a vita, solo gli USA riescono a contenere Pechino.

Prossimo passo, dopo l’attribuzione del titolo di Nuovo Timoniere, la Presidenza del Partito, che fu di Mao; il suo è un socialismo cinese, un mix nazionalistico e confuciano, non un rigido comunismo agricolo: “Xi incarna il comunista del futuro che affonda le radici nella tradizione dell’impero. La grande scommessa..è mettere insieme l’uomo nuovo comunista con il vecchio uomo cinese: un’operazione fondata sul recupero di cinquemila anni di civiltà cinese”3; il suo pensiero, come quello di Mao e di Deng, è inserito nella Costituzione, è il trampolino necessario a portare il Partito a tacitare le difficoltà legate ad uno sviluppo economico sbilanciato, ed alle sempre più pressanti richieste di giustizia sociale.

Xi è chiaro, mette in guardia contro i cigni neri (gli imprevisti, come il devastante Covid) ed i rinoceronti grigi (i rischi noti) portati da una non trascurabile rivoluzione colorata che comprometterebbe tutti gli sforzi compiuti.

Solo luci? No, anche molte ombre, innanzi tutto concentrate in una critica costante a misure liberticide, molte incentrate sul culto della personalità, e non del tutto infondate, visto che nel ranking delle democrazie la Cina non si trova nelle prime posizioni, e che censure ed epurazioni si sono susseguite con inquietante regolarità. Anche nella Città Proibita c’è del marcio, visto che non mancano le opposizioni degli amministratori regionali, i problemi occupazionali ed economici che alienano le simpatie della classe media, lo scontento nei ranghi - epurati - di FA profondamente ristrutturate e tra le fila di intellettuali insofferenti del controllo asfissiante cui sono sottoposti.

Guardiamo al presente; il desiderio di egemonia porta la Cina a molti tavoli, dove dosa hard e soft power; all’interno il Partito gestisce rigidamente la convivenza tra etnie, circa 57 compresa la dominante Han, per la cui sopravvivenza non è immaginabile altro modello che quello di un melting pot4, nel quale le mescolanze formino un’unica etnia di Stato fondata su conversioni alla causa dettate dal pensiero unico. Data l’estensione territoriale e le marcate differenze, il potere centrale è ricorso all’uso strumentale del rischio terroristico, che ha condotto all’apertura dei campi di rieducazione5 per gli Uiguri6 in Xiniang, ed alla repressione in Tibet.

Mentre Hu Liahne e Hu Angang7 ipotizzano una teoria della stabilità che, con la forza, prevenga i fenomeni che hanno frammentato Jugoslavia ed URSS, si re-evidenzia la querelle della provincia ribelle di Taiwan e dei moti di Hong Kong, rigurgiti di una politica che, al di là delle enunciazioni di principio, non può nascondere imperialismi del resto non più celabili neanche nei rapporti conflittuali con l’India, oggetto di recenti e violenti scontri armati lungo l’Himalaya, e che si sta avvicinando alle orbite politiche australo-giapponesi.

Lungo la BRI (Belt and Road Initiative, la Nuova via della seta, ndr) si muovono poi interessi geopolitici che riportano allo scontro con l’egemone americano, già da tempo proteso con il suo pivot to Asia al contenimento di una minaccia che, realisticamente, potrebbe invischiare yankee e mandarini in una rovinosa Trappola di Tucidide; tutto questo alla luce del potenziamento bellico cinese, cui si aggiungono i concetti di guerra asimmetrica ante 2004 dei Colonnelli Liang Qiao e Xiangsui Wang, aspetto che porta a considerare quanto poco l’Occidente sappia della dottrina strategica cinese, e quanto invece studi ed osservi noi Pechino.

Rimarchevole anche il rapporto con il Vaticano, una volta di più oggetto della domanda di Stalin sulla consistenza delle sue Divisioni; l’approccio USA irrigidisce ulteriormente una situazione che, storicamente, richiama alla memoria le dispute tra Pontefice ed Imperatore.

Politicamente, per un Papato privo di nuovi vassalli di Cristo, si apre un punto di faglia provocato dalla fine della divisione in blocchi, dove anche la Russia costruisce nuove chiese, in un connubio strettissimo con il Patriarcato ortodosso; inutile aggiungere che l’ammorbidimento politico vaticano non può che dare un senso alla sinizzazione Uigura ed alla repressione violenta del Falun Gong8.

Potere Navale: la Marina, malgrado le aspirazioni di mutamento da Brown a Blue, vive un’espansione che avrà bisogno di tempo per acquisire la necessaria expertise utile a conferire un effettivo connotato talassocratico ad un Paese che gioca sui punti di proiezione di potenza per prevenire ogni possibile accerchiamento, imponendosi nel controllo insulare della nine dash line9, e proiettandosi fino a Gibuti.

Proviamo a predire il futuro: oggettività, realismo, ed un piccolo K percentuale di imponderabilità umana. Il regime cinese finirà o cambierà? Certo, come tutto, ma su quando e come i pareri sono discordi, anche perché la visione occidentale di Regime Change mal si attaglia a quella orientale caratterizzata da una diversa filosofia di governo; i paradigmi di Mao, Zhou Enlai e Xi sono diversi tra loro, e hanno rappresentato delle trasformazioni, non dei cambiamenti; la visione cinese della leadership è unica, e per ipotizzare un mutamento politico, dovremmo dare per scontate vere e proprie spallate, imprevedibili negli esiti e non necessariamente democratizzanti.

Volendo comparare le situazioni, potremmo dire che Xi è ormai troppo radicato come Putin o, sfumando, come la Merkel, riuscita ad indebolire sia concorrenti che opposizione; il tutto assume un senso compiuto se si è previsto un post change, specialmente in Cina, dove potrebbero verificarsi rivoluzioni di velluto, occultate da un’apparente coesione politica e note solo dopo anni, come accaduto per gli effetti di Tienanmen.

Attenzione dunque ad un altro tratto caratteristico, e meno nobile, del PCC, ovvero gli attacchi degli oppositori interni; finora Xi è riuscito a parare il blue fire, ma esiste la possibilità che la sua autorità venga intaccata, malgrado il controllo di FA e polizia, dall’opposizione alla sua politica economica ed estera, caratterizzata dall’abbandono della porta aperta di Deng.

Se è vero che le più violente rivolte orientali sono state spesso promosse da personaggi formati in occidente10, il mondo esterno in che misura potrebbe penetrare in un sistema impermeabile? In quanto a fedeltà, anche le province potrebbero riservare sorprese, visto che le varie zone, in termini di porosità, evoluzione, ricchezza e rilevanza sono diverse l’una dall’altra e mancano di reale coesione specie in un entroterra endemicamente povero; lo Xiniang musulmano e nord occidentale, popolato da Sufi meno combattivi dei salafiti jihadisti, è strategico come lo è la Siberia per la Russia: impensabile supporre la rinuncia ad un’area così nevralgica per i traffici.

Ipotizziamo quattro scenari correlati a: previsioni di sviluppo e capacità realizzative interne; a specifiche condizioni nazionali ed estere utili alla realizzazione dello scenario; al risultato in termini di influenza globali cinesi; alle conseguenze per gli USA. Una Cina vincente o in ascesa è improbabile, in quanto presupporrebbe dal management margini di errore troppo esigui, la completa assenza di cigni neri, e perché scatenerebbe l’attenzione costante degli USA, che non potrebbero perdere per alcun motivo il loro pivot to Asia, e con quello le basi e le alleanze del Pacifico; all’estremo, l’implosione istituzionale è ugualmente improbabile data l’abilità del management cinese nell’adattarsi alle diverse circostanze. Molto più probabilmente assisteremo a successi e fallimenti che, plausibilmente, vedranno la Cina alternativamente in parziale ascesa o in stagnazione con un impiego areale più o meno deciso della forza bellica.

La Cina non è immune da problemi e crisi: indebitamento, esposizioni internazionali, possibili crisi sociali non possono essere dimenticati anche in termini di conseguenze planetarie a sommovimenti violenti, ma non si deve sottovalutare il profondo radicamento di un partito totalizzante che, proteso a realizzare poco chiare fasi marxiste successive alla prima, difficilmente rinnegherà il suo allelo poco occulto, quello del mantenimento del potere.  

1 Giappone, Corea

2 Figli di alti ufficiali antecedenti alla rivoluzione culturale che hanno combattuto con Mao

3 Alessandra C. Lavagnino

4 Amalgama eterogeneo di gruppi, individui e religioni, diversificati per ceto, condizione, etnia, conviventi entro la stessa area territoriale geografica e politica. Riferita inizialmente alla società americana, l’espressione indica un modello o ideale di società multietnica in cui dopo un certo tempo, succedendosi le generazioni, culture ed identità specifiche degli immigrati sarebbero destinate a fondersi con quelle dei paesi di accoglienza.

5 Non riconosciuti dall’autorità centrale

6 Musulmani turcofoni

7 Funzionari governativi ed accademici

8 Il Falun Gong è una disciplina spirituale che prevede meditazione ed insegnamento basato sui principi di Verità, Compassione e Tolleranza. Dal 1996 il PCC ha visto il FG come una potenziale minaccia per popolarità, indipendenza dallo stato e per i suoi insegnamenti spirituali. Il 20 luglio 1999, Jiang Zemin, allora leader del PCC, ha lanciato una repressione nazionale ed un'estesa campagna di propaganda per screditare e sradicare la pratica

9 La linea si riferisce alla demarcazione indefinita e vagamente localizzata, utilizzata da Cina e Taiwan per le loro affermazioni sulla maggior parte del Mar Cinese Meridionale

10 Vd. Pol Pot in Cambogia, Ho Chi Minh in Vietnam

Foto: Ministry of National Defense of the People's Republic of China / Studio Incendo