Cessate il fuoco

(di Julian Carax)
31/05/21

Prologo: a similitudine del classico invito all’abbandono di ogni tipo di speranza, qui, con più umile e realistica prospettiva ma con analogo intento, si suggerisce di spogliarsi di qualsiasi sovrastruttura ideologico-religiosa, a qualsivoglia livello orientata poiché non fornirebbe una visione oggettiva per sua stessa natura abrasiva, impopolare e non di tendenza.

Dal punto di vista del diritto bellico è del tutto insensato piegare principi giurisprudenziali a contingenti visioni politiche, poiché si sostanzierebbero linee di condotta tese a giustificare passionalmente le azioni degli uni e le reazioni degli altri; da una prospettiva storica, ferme restando le intransigenze di ambedue le parti, non si possono comunque dimenticare gli eventi passati: dichiarare e perdere la guerra comporta inevitabilmente dover rinunciare a qualcosa; l’Egitto, che ha intrattenuto fattivi rapporti diplomatici con Gerusalemme, si è visto restituire il Sinai, ma ha espressamente rinunciato alla Striscia di Gaza, memore forse di quanto accaduto ad opera dei palestinesi in Giordania durante il famoso Settembre Nero.

Parodo. Se Gerusalemme è stata un detonatore, con un andamento che ricorda quanto accaduto durante l’ultimo conflitto mondiale quando il Mufti Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī proclamò al-Aqsa in pericolo, i missili diretti da Gaza verso Israele hanno certificato la deflagrazione di una crisi caratterizzata da un’intensità mutevole.

Il cessate il fuoco susseguito impone la necessità di procedere ad un’analisi ex ante e proiettata verso un futuro quanto mai prossimo, tenuto conto che l’ennesima crisi si è sviluppata contemporaneamente su più fronti, e che la labile stasi dei combattimenti non può eludere i problemi di fondo.

Se è vero che la (reale e non telegenica) potenza di fuoco di Hamas ha oltrepassato i limiti noti grazie ad un’incrementale capacità di saturazione missilistica, è altrettanto vero che la rappresaglia israeliana, dopo un primo momento in cui Tsahal è sembrato essere stato colto di sorpresa, è stata fulminea e devastante.

In Israele e negli USA l’attrito ha risvegliato bruscamente chi sperava nel contenimento di un conflitto latente o, addirittura, da archiviare; una percezione distorta ed acuita sia dagli Accordi di Abramo, concepiti per normalizzare le relazioni tra Israele e diversi stati arabi, che hanno validato una prioritarizzazione al ribasso degli interessi nutriti verso l’AP, riluttante ad assumersi responsabilità e controllo a Gaza finché Hamas deterrà ala militare e monopolio dell'uso della forza, sia dall’andamento positivo dell’economia interna israeliana, sia da un pensiero strategico debole generatosi a partire dal ritiro di soldati e coloni del 2005; Hamas ha puntato ad affermare la propria leadership privandone il presidente Abbas e Fatah, che ha però capitalizzato gli eventi gerosolimitani per annullare le elezioni legislative; dunque una crisi funzionale all’innesco di una nuova escalation su Gaza, un conseguente doppio scenario utile ad Hamas per rendere spazialmente sempre più asimmetrico il conflitto.

Gli elementi di novità, che hanno già affondato le radici nel futuro, sono state le forme di insorgenza interna, da leggere anche sotto l’alea di un incombente incremento demografico arabo a fronte dei relativamente bassi standard di natalità ebraici.

Ecco dunque come a Gaza si innescano tre crisi politiche contemporanee, dove spiccano la multiformità politico militare di Hamas che propone obiettivi indefiniti, la crisi politica dell’AP e di Abbas insidiato da Marwan Barghouti1, la crisi politica israeliana, avvinta al destino del primo ministro verso cui si è polarizzata un’attenzione che ha distolto gli israeliani dalle altre questioni, seguendo una pericolosa incoerenza ideologica.

Episodi. In ambito internazionale le deplorazioni hanno avuto un successo limitato, anche se va detto che le dinamiche che hanno evidenziato un diffuso malessere diplomatico sulla querelle israelo palestinese, hanno condotto altri e più o meno inediti attori ad affacciarsi sul proscenio mediorientale. Per gli americani, flemmatizzare in ambito Consiglio di Sicurezza dichiarazioni e dibattito su Gaza, ha concesso un vantaggio a Cina e Russia, un bonus utilizzabile ogni volta che verranno sollevate obiezioni inerenti alla Siria o allo Xinjiang.

Da non dimenticare che in ossequio al principio secondo cui nelle relazioni internazionali non esistono spazi vuoti ma vuoti da riempire, quel che la diplomazia americana ha abbandonato è dapprima diventato ambita preda cinese, ed in seconda battuta russa. Del resto la politica americana ha abituato a tendenze a là Zelig, per cui non deve stupire né il fatto che gli Accordi di Abramo, per i Paesi arabi, siano divenuti un’assicurazione sul crollo del prezzo del petrolio legato ad un possibile riavvicinamento all’Iran, né che la compagine dem sia naturalmente parcellizzata in correnti sempre più variegate che, se da un lato chiedono, salvo fluttuanti ripensamenti, la sospensione delle vendite di armi ad Israele, dall’altra appoggiano la linea Blinken che sostiene l’AP in luogo di Hamas; una linea che ci si attenderebbe si facesse interprete meno fumosa nella ricerca di soluzioni alternative idonee a soddisfare e rassicurare concretamente le parti, principiando a far intendere, soprattutto ad Hamas, che il cessate il fuoco non è una vittoria e non può essere capitalizzato quale elemento della diplomazia post bellica, che è complesso di azioni politiche non circoscrivibili a provvedimenti transitori e temporanei; il tutto valorizzando il peso politico dell’Egitto2, confinante con Gaza, che può peraltro negare la vittoria politica ad Hamas poiché espressione di una Fratellanza, quella Musulmana, percepita come una minaccia esistenziale che funge da collante con Qatar e Turchia, un Egitto che gode dell’inedito asse Biden - al Sisi ed assiste ai tentativi di riavvicinamento turchi.

Va rammentato che Il Cairo e Gerusalemme hanno interessi comuni convergenti su energia e sicurezza; per ciò che concerne il primo ambito, sussiste l’intento condiviso dello sfruttamento idrocarburico nel Mediterraneo orientale, mentre l’aspetto securitario si sostanzia sia nella lotta al jihadismo nella penisola del Sinai sia nel contenimento di Hamas nella Striscia di Gaza.

Il gas ha inoltre inciso sulla geopolitica mediterranea, tanto da non poter tralasciare gli attacchi minacciati da Hamas verso le piattaforme israeliane del giacimento Tamar, e che hanno consigliato alla Marina di Gerusalemme di installare Iron Dome sulle proprie corvette; eventi a cui aggiungere l’esclusione turca dai giochi energetici del levante, con Israele portato a sostenere il blocco filo-ellenico insieme agli Emirati. Da qui risulta più comprensibile la notizia riportata dal quotidiano filogovernativo turco Yeni Şafak, che ha rilanciato la proposta che Ankara ha rivolto informalmente al governo palestinese circa un accordo volto a ridefinire la delimitazione marittima tra costa anatolica e Striscia di Gaza; un accordo di fatto senza controparte reale, data l’inconsistenza istituzionale palestinese3.

Realisticamente gli USA dovrebbero puntare ad obiettivi più circoscritti e raggiungibili, visto anche il decrescente loro livello di interessi nell’area, eccezion fatta per il nucleare iraniano, con Teheran che coltiva una visione specularmente opposta che, partendo dai dettagli, va a coprire interessi areali estesi, e che ha trovato nella Palestina il passepartout per sottrarre importanza a Ryadh.

Ma a cosa potrebbe obiettivamente condurre il cessate il fuoco, oltre ad un ritorno allo statu quo ante? Quale degli attori politici in gioco potrebbe ragionevolmente negoziare efficacemente con due contendenti che, interessati tra l’altro alle tecniche di guerra cognitiva, potrebbero comunque trarre vantaggio da un’interruzione temporanea delle ostilità? Israele ha voluto che nei Gazawi, per il futuro, rimanesse indelebile il ricordo del prezzo pagato per permettere ad Hamas di conseguire l’obiettivo di aprire simultaneamente più fronti per ergersi quale leader, un intento minato dalla reazione israeliana che ha evidenziato sia l’onerosità dell’accumulo bellico a scapito del benessere dei cittadini, sia l’oggettiva impossibilità di difendersi; la leadership israeliana, dal suo canto, ha dovuto prendere atto della necessità di preparare e coordinare le aspettative dell'opinione pubblica, chiarendo la logica che sottende la strategia adottata, plasmando un modo efficace per illustrare i risultati ottenuti sulla base delle caratteristiche belliche moderne, evitando così di ingenerare la sensazione dell’inanità e della vittoria mancata, una lesson learned che dovrà essere tenuta presente al momento dello scontro con Hezbollah; è dunque opportuno che il pensiero strategico israeliano sia dunque multifrontale e multidisciplinare, volto a presente e futuro, e con significative capacità di integrazione tra ricerca preventiva e pianificazione successiva del prossimo conflitto.

L’effetto sorpresa palestinese è stato quindi controbilanciato dalla campagna contro tutto ciò che Hamas percepisce come una risorsa, compresi grattacieli, case di lusso nel Quartiere di Rimal, istituzioni finanziarie.

Mentre Israele cerca il ripristino della deterrenza ma senza compromettere ulteriormente il suo tessuto sociale provato sia dall’insurrezione degli arabi residenti sia dall’intransigenza ortodossa, Hamas punta ad un consolidamento delle posizioni interne a spese di Fatah. Se il Margine Protettivo del 2014 ha evidenziato l’interesse del governo ebraico a portare avanti la guerra, nel 2019, con Hamas capace di individuare le debolezze israeliane, Netanyahu ha invece assunto un ruolo stabilizzante e funzionale ad un ritorno politico in chiave elettorale; oggi è auspicabile una congiunzione di attori arabi4 ed internazionali che inducano israeliani e palestinesi ad un compromesso.

Sostanzialmente si evidenzia la mancanza di un chiaro intento di andare oltre le mere dichiarazioni di condanna, vista la difficoltà di intaccare il bilanciamento indotto dagli Accordi di Abramo, capaci di avviare un nuovo sistema securitario in cui Israele e Paesi del Golfo sono tra loro relazionati in chiave anti-iraniana e anti-turca, fattore che in qualche modo si pone come compensazione tra i raid su Gaza e le negoziazioni in corso a Vienna, dove USA e Iran stanno transando su un rinnovato JCPOA, ma che contempla solo citazioni generaliste circa il problema palestinese e dove, in sede di trattativa, proprio la Palestina è stata l’assente più importante.

Va peraltro detto che proprio la rinnovata azione diplomatica USA sembra aver riabilitato i contatti iraniani malgrado la politica di espansione sciita, dopo aver rilanciato l’ipotesi di inediti tentativi di dialogo tra Sauditi ed Iraniani, gli uni interessati a migliorare l’aspetto securitario, gli altri a limitare il numero dei Paesi ostili alleggerendo una crisi economica drammatica che non potrà non influire sulle prossime elezioni presidenziali persiane. Tuttavia in medio stat virtus, e se è vero che Israele grazie agli Accordi, tacitamente approvati dall’Arabia Saudita, ha recuperato posizioni geopolitiche anti iraniane, è altrettanto vero che quelle stesse posizioni sono state lasciate vacanti proprio dalla leadership palestinese che, non sapendo adeguare le sue rivendicazioni alla realtà cangiante, ha ceduto alle interessate adulazioni prima in farsi e poi in turco.

In sintesi, sono presenti tutti gli elementi di una tempesta perfetta sia per l’esplosione di una Terza Intifada che, stanti le premesse, investirebbe tutto il MO5 riverberandosi anche nel Mediterraneo Centrale, fatto questo già testimoniato dal lancio di missili da Siria e Libano (che potrebbe diventare il centro delle attenzioni USA), secondo il principio di una sovrapposizione con altre crisi6 che rischia di acuire la faglia esistente tra Turchia, Qatar ed il blocco dei Paesi del Golfo7, sia per giungere alla deflagrazione di una nuova guerra.

Emergono chiaramente due fattori: l’incapacità politica delle due leadership nelle attività di governo, ed i forti sentimenti di insoddisfazione che alimentano radicalismi estremisti che spostano il focus da posizioni mediane e più razionali, secondo un paradigma che esalta la precarietà del cessate il fuoco, minato peraltro dalla convinzione condivisa di aver vinto la guerra, dal lato israeliano per aver ridotto sensibilmente la capacità bellica ed infrastrutturale di Hamas8, da quello palestinese per aver consolidato la propria posizione interna marginalizzando Fatah, che controlla l’AP, che governa in Cisgiordania, regione che, per Israele, deve rimanere al di fuori di ogni possibile conflitto.

Hamas, nello sfidare un antagonista impossibile da sconfiggere, dovrà ora vincere la scommessa più difficile, quella della ricostruzione di Gaza, condizionata dall’embargo imposto da Israele, e dagli USA, che intendono far affluire i fondi necessari alla più moderata AP di Abbas. Dal lato israeliano Netanyahu è uscito temporaneamente rafforzato, anche se ad un caro prezzo, lievitato sia per effetto delle violenze esplose tra arabi ed israeliani, sia per le critiche mosse dalla destra ortodossa, che avrebbe preferito proseguire con l’azione militare.

L’ipotesi di un cambio nell’esecutivo israeliano apre ovviamente a nuove prospettive che, tuttavia, stante la prevista alternanza tra Lapid e Bennet, non sembrano essere suffragate da una linea politica e decisionale coerente ed ininterrotta. I soggetti politici regionali interessati a vario titolo continuano comunque a non mancare.

La Turchia, invisa all’Egitto per la sua presenza in Libia, persevera con una politica aggressiva, contraria agli Accordi di Abramo e che peraltro mal si concilia con un’economia sofferente e non attagliata al desiderio di grandeur neo ottomana; non a caso Ankara non è stata considerata quale valido soggetto politico ai negoziati di pace. L’Iran sciita, che mostra quanto meno una strategia più lineare, accusato di collaborazione con la sunnita al Qaeda, non ha mancato di sostenere logistica ed operatività sia di Hamas9 sia di Hezbollah sia di Jihad Islamica, mentre sta continuando a subire, in mare, azioni volte a sabotare attività commerciali e di sorveglianza, ed in patria, a manomettere l’efficienza degli impianti deputati alla finalizzazione del programma nucleare, secondo una logica conflittuale di bassa intensità, con una guerra d’ombre che, nella sua asimmetria, ha visto soccombere personalità di spicco10.

Guardian of the Walls è stata più guerra che operazione; è iniziata con il casus belli fornito dall’ultimatum di Hamas cui è seguito il lancio missilistico che ha reso Gerusalemme parte dell’equazione con Israele. Da parte di Hamas, gli eventi hanno mostrato mezzi qualitativamente migliorati, una più efficiente capacità di comando, controllo, e coordinamento con la Jihad islamica, ma anche una sottovalutazione della portata della risposta israeliana, poco versata nella moderazione.

Nel prossimo scontro, ormai distrutta la cd. Metropolitana, l'IDF dovrà concentrarsi su componente missilistica e logistica; l’altro passo dovrà essere quello di privare delle armi i cittadini arabi del Paese, protagonisti di violente insurrezioni che, in un futuro, potrebbero trovare spunti sinergici con la criminalità organizzata. Ancora una volta la leadership politico militare ebraica ha dato priorità alle operazioni di deterrenza basate sul potere aereo, privilegiato a quello terrestre che, pur conferendo una vittoria netta, avrebbe preteso un dazio troppo pesante sia in termini di perdite sia di ritorno politico internazionale.

L’oggettiva difficoltà nell’affrontare le migliaia di missili di Hamas ha assunto un significato strategico e ha sottolineato il diverso impatto determinato dalla differente visibilità dei risultati ottenuti dalle due parti; Guardian of the Walls è stata pura asimmetria anche sia per ciò che ha riguardato gli obiettivi, politici e cognitivi per Hamas, militari per Israele, sia per aver ribadito che non esiste alcuna soluzione capace di garantire un impatto positivo sulla situazione nella Striscia di Gaza, peraltro vittima predestinata dei fini perseguiti da Hamas che non ha ancora garantito un reale orizzonte politico, e che rimane politicamente vincolato alla ricerca di una difficile intesa politica con Fatah.

Ottimisticamente gli aspetti securitari si fondano sulla deterrenza e su un prolungato cessate il fuoco capace di garantire miglioramenti economici e di vita mercé una supervisione imparziale di afflusso ed utilizzo degli aiuti internazionali; si tratterebbe comunque di palliativi atti a ritardare un nuovo scontro, dato che Hamas sembrerebbe permanere l’organizzazione detentrice del monopolio del potere.

Epilogo. Limitare l’analisi ai due contendenti non avrebbe fornito un quadro più o meno completo (impossibile l’esaustività), pur tenendo conto che la complessità della situazione è tale da rendere impervia una comprensione più approfondita.

Il contesto regionale è ramificato, e determina una parcellizzazione del panorama complessivo, dove la frammentazione di interessi e particolarità costringe ogni volta a dover estendere un puzzle condizionato da un’immagine in fieri; l’ambito politico interno è, se possibile, di ancora più difficile interpretazione, tra elezioni ripetute, leadership ancora da testare, contrasti interni che non possono sottacere, tra Hamas e Fatah, le violenze precedenti.

Le organizzazioni internazionali si sono appellate ad una cessazione delle ostilità che, dati i luoghi, ha il sentore del lavacro pilatesco delle mani: non si nega il diritto israeliano alla difesa, ma nemmeno quello all’autodeterminazione palestinese.

La diplomazia, con idealismo ed istituzionalismo, sostanzialmente, ha fallito, data la costellazione di posizioni diverse che hanno certificato, specie in ambito europeo, impotenza ed irrevocabile irrilevanza, connotate da uno spiccato antisemitismo, testimonianza del fallimento del preteso multiculturalismo.

Si odono sempre più spesso i richiami alla lungimiranza degli Accordi di Oslo, dimenticando, tuttavia, come la scena internazionale sia sempre più carente di personalità capaci di una realpolitik avveduta e proiettata verso il futuro.

1 Detenuto nelle carceri israeliane

2 L’Egitto è ora peraltro impegnato nel risolvere i difficili problemi insorti con Sudan ed Etiopia successivi alla realizzazione della Diga Grand Ethiopian Renaissance.

3 A dicembre 2020 la Turchia ha avanzato proposta analoga ad Israele che l’ha respinta, perché la ZEE cipriota sarebbe stata assorbita di fatto da quelle turca e israeliana, avallando la recisione della continuità acquatica tra Israele e Grecia

4 Principalmente Egitto e Giordania

5 Il MO soffre di vuoto politico arabo, di dipendenza dagli stranieri con uno squilibrio tra le capacità securitarie degli stati arabi e degli stati non arabi, ovvero Turchia, Israele, Iran.

6 Libia

7 La situazione troverebbe confronto comunque con la forza e la legittimità internazionale di Israele, che potrebbe fare affidamento sul paradosso storico dell’appoggio politico, ma non popolare, delle principali leadership arabe

8 Vd. distruzione rete di tunnel (Metropolitana)

9 Vale la la pena rammentare che il primo dignitario estero in visita alla neonata Repubblica Islamica fu proprio il palestinese Arafat

10 Vd. l’eliminazione di Mohsen Fakrizadeh, responsabile del progetto nucleare.

Foto: IDF