Berlino: "Dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore ed avrete la guerra."

(di Gino Lanzara)
19/01/20

La conferenza di Berlino, indetta per dirimere la questione libica, si è presentata con un programma, sbilanciato a favore del generale Haftar, tanto ambizioso quanto irrealistico, e comunque approvato dalla Commissione internazionale riunita.

Per l’attuazione dei 6 punti della bozza del documento finale si è proposta sia la creazione di un meccanismo accompagnatorio che consenta ai Paesi mediatori di riunirsi una volta al mese, sotto egida ONU, al fine di presentare un rapporto sui risultati raggiunti, sia l’istituzione di speciali gruppi di lavoro che dovranno incontrarsi in Libia o in Tunisia al fine di affrontare le singole tematiche.

I 6 punti prevedono il mantenimento di un cessate il fuoco con il termine di ogni forma di ostilità, al momento unico punto che ha trovato l’approvazione dei leader libici; il rispetto dell’embargo sulle armi previsto dalla risoluzione ONU 1970/2011 nonché le successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza cui si chiede di procedere a sanzioni nei confronti dei violatori degli accordi; la ripresa di un pieno processo politico interno sotto l’egida di Unsmil1 con la richiesta a NU, Unione Africana, UE e Lega Araba di intervenire contro gli inadempienti; il ripristino del controllo dello Stato sulle FFAA; la ripresa delle riforme economico-strutturali; il rispetto dei diritti umani secondo norme e consuetudini del diritto internazionale.

Abbiamo esordito con irrealismo, ed aggiungiamo anche scarso savoir faire diplomatico; la guerra civile che infiamma il Paese dal 2014 ha visto un intervento massivo di potenze esterne cui gli attori interni hanno fatto riferimento.

Ci sono diversi punti che inducono a ritenere l’incontro assolutamente non definitivo, ed il cui fine sembra quello di puntare al mantenimento di un equilibrato status quo che consenta, quale tregua, l’attuazione degli ultimi equilibrismi diplomatico-circensi pattuiti tra le parti, non ultimi quelli riguardanti la ridefinizione delle ZEE libica, turca, greca e cipriota.

Francamente, vedere ora seduti ad un tavolo a perorare altissimi intenti di civiltà e pace i rappresentanti dei Paesi che, nel 2011, hanno dato il via al caos libico, fa amaramente sorridere; quegli stessi Paesi che, pur richiamando al rispetto dell’embargo, continuano a vendere armi, permettendo a nuovi soggetti, entrati di prepotenza nell’arena libica, di imprimere pressioni utili ad escludere attori comunque più titolati di altri a prendere la parola: parliamo dell’invasiva Turchia e dell’esclusa Grecia, senza contare la palese contrarietà egiziana a fronte della consueta inanità dell’UE, sia timorosa per una balcanizzazione del conflitto, sia dilaniata dai contrasti al proprio interno tra Paesi che sostengono, a seconda dei loro interessi sovrani, l’uno o l’altro dei concorrenti; un’Europa volta ai dogmi contabili, ma del tutto pavida ed impreparata sul piano politico estero grazie al menage francese, teso a mantenere una situazione di instabilità e propenso al sostegno per Haftar che si vuole paladino degli interessi transalpini e guardiano della minaccia jihadista.

In un gioco delle parti sempre più ampio, ci sono dunque, loro malgrado, gli americani; i russi, che non hanno lesinato nell’invio di mercenari; il presidente Erdoğan, a supporto di Sarraj quale chiave utile a scardinare la serratura altrimenti preclusa di East Med, ed i rappresentanti di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, schierati con Haftar; ci sono poi i rappresentanti di UE, Lega Araba, Congo, Unione Africana e dei 5 paesi membri del Consiglio di Sicurezza ONU; buoni ultimi l’Italia con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed il ministro degli Esteri di Maio.

Haftar non ha avuto remore nell’inviare un messaggio molto chiaro, a poche ore dalla partenza per Berlino, chiudendo i terminali petroliferi della Sirte e riducendo di conseguenza i quantitativi esportabili di greggio da cui Sarraj trae sostentamento finanziario, non senza aver preso contatti diretti con il premier greco Mitsotakis, che ha minacciato, a causa degli accordi marittimi stretti tra Tripoli ed Ankara, un veto su qualsiasi accordo di pace dovesse emergere dal processo di Berlino; il rivale Sarraj dal canto suo non ha lesinato critiche nel definire l’UE costantemente fuori tempo.

L’incontro di Berlino segue quelli di Parigi, Palermo, Roma (che avrebbe dovuto essere organizzato in modo più "accorto"), e Mosca, disertato da Haftar che è stato esplicito: le fazioni armate della Libia Occidentale devono essere smantellate, e deve essere ritirato l’accordo marittimo tra il governo Sarraj e la Turchia, proiettata ai giacimenti ciprioti dell’East Med.

Sarraj, dal canto suo, ha chiesto l’invio di truppe di protezione internazionali, secondo uno degli intendimenti espressi dalla delegazione italiana. Erdoğan ha definito la conferenza di Berlino come una tappa importante a garanzia del cessate il fuoco, e non sembrano certo impensierirlo gli scrupoli per l’invio di combattenti irregolari nell’area, né le nemmeno tanto velate minacce di recrudescenza terroristica jihadista in caso di defenestrazione di Sarraj. Avere escluso Atene dalle negoziazioni potrebbe rivelarsi nel breve periodo come un boomerang, data la difficoltà di contenere l’espansionismo regionale turco che non intende certo essere limitato.

A Berlino potrebbe succedere un summit svizzero, cosa che fa presumere che, nell’immediato, non si intendano cercare soluzioni durature, quanto tamponi e panni caldi. È evidente che Ankara non può certo lasciare la presa, vista la posta energetica in gioco, come dovrebbe essere altrettanto chiaro che al momento, malgrado il battage propagandistico, non ha facilità nel destinare truppe sulle linee libiche; ciò non vuol dire che la Turchia, principale referente dell’Islam politico, non possa rifornire le linee stesse con propri equipaggiamenti, ma l’arrivo di combattenti siriani in teatro fa presumere che intenda saggiamente tenere desto il timore di un ulteriore conflitto per procura.

La Tunisia, snobbata dalla grande diplomazia e ricercata dalla Turchia per la sua posizione geografica, si prepara intanto all’escalation libica, dichiarando lo stato di emergenza a fronte di un maggior flusso di rifugiati, di possibili infiltrazioni jihadiste e delle crescenti ingerenze straniere.

In sintesi: una delegittimazione di Haftar non sembra realizzabile, visti anche gli alleati di cui dispone.

L’Italia ha nel frattempo deciso di ritagliarsi un ruolo di mero supporto alla mediazione tra i due leader libici, propendendo per una soluzione diplomatica che, tuttavia, appare di difficile comprensione e realizzabilità, per lo meno in questo teatro, per cui auspica la costituzione di una forza internazionale di interposizione: ancora una volta si propende per il rinvio delle decisioni, dato che non risulta affatto chiaro se gli incontri succedutisi nell’ultimo periodo abbiano alle spalle un reale e fattivo progetto politico, ovvero non si comprende se la politica italiana abbia agito per proprio conto o seguendo un copione concordato con Bruxelles; corriamo dunque il rischio concreto di essere sopravanzati da attori molto più forti che non potranno che spingerci fuori dal rettangolo di gioco, bruciando una linea diplomatica del resto abbastanza incerta, poiché non sa cosa la politica effettivamente voglia, non sa individuare i responsabili sul terreno con cui trattare, e perché non dispone delle necessarie risorse economico – militari, indispensabili per far valere le proprie ragioni.

Berlino, per chi riesce ad intendere, può segnare il momento in cui prendere atto della fine della nostra rilevanza politica in Nord Africa. Alla luce della possibile balcanizzazione libica, e del dispiegamento di forze che si potrebbe portare a poca distanza dai nostri confini, checché se ne dica, corriamo il rischio di trovarci nella condizione stigmatizzata da Churchill dopo la conferenza di Monaco: dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore ed avrete la guerra.

1 Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia

Foto: presidenza del consiglio dei ministri