Accordo Cina-Isole Salomone: piccoli arcipelaghi per grandi sfide

(di Andrea Forte)
09/05/22

La Cina e le Isole Salomone hanno siglato ad aprile un accordo di sicurezza che, in caso di minaccia all'ordine sociale delle isole stesse, prevede che la Cina possa inviare soldati, mentre non è esplicitamente menzionata la possibilità che Pechino possa costruirvi una base militare.

Le Isole Salomone sono uno Stato insulare del sud dell’Oceano Pacifico, a nord-est dell’Australia. L’accordo costituisce l'ennesimo tassello della sfida fra l’egemone attuale, gli Stati Uniti e la potenza che aspira a contenderne il primato, la Cina, ma al tempo stesso fa leva sulle dinamiche domestiche del piccolo stato melanesiano.

Il patto non fa che ribadire quale siano la natura e la portata del confronto in corso. Competizione drammatica, perché coinvolge stati che, nella loro minima estensione geo-demografica, sono costantemente a rischio di fallimento economico o addirittura di sparizione a causa dell’aumento del livello degli oceani, che potrebbe sommergerli. Piccolezza che si traduce in inconsistenza geopolitica, che stride tragicamente con il gigantismo dei contendenti per la potenza mondiale.

Contemporaneamente tale sfida rivela la sua natura immensa, poiché costretta a giocarsi anche e letteralmente su dei piccoli scogli nell'oceano e da ultimo ci rivela il suo essere competizione totale e realmente per il primato, proprio perché si gioca sulle acque, certificando che nella storia il dominio è assoluto solo se è talassocratico.

L'accordo coinvolge dunque più livelli. Considerata l'ubicazione geografica delle Salomone, non si può infatti non vedere come queste siano al di là di quella prima catena di grandi isole su cui gli Stati Uniti fanno perno per contenere l’ascesa della Cina. Un assedio, che le impedisce di andare in mare, ovvero di tentare la scalata alla potenza. Soprattutto, le Salomone sono al di là di un’isola in particolare, Taiwan, che la Cina non possiede e che al tempo stesso considera sua in quanto tale e necessaria in quanto porta per il Pacifico, dunque rottura del contenimento americano. Stringere un’intesa di questo tipo significa per Pechino mostrarsi capaci di bypassare l'assedio, ma al tempo stesso ne sottolinea l'esistenza e dunque l'incapacità di romperlo. Questo tipo di patti sono allora una sortita, magari da trasformare in un trampolino futuro verso le vette della forza.

Parte integrante della lotta per il ritorno dell'isola sotto la Cina continentale è impedirne il riconoscimento ufficiale da parte degli altri Stati. Si scopre allora come le Isole Salomone avevano già rotto ufficialmente i rapporti con Taiwan nel 2019. L'accordo di sicurezza del 2022 appare dunque l'esito di un percorso, che tuttavia non sana le contraddizioni suddette né quelle strettamente locali dell’arcipelago.

Le Salomone sono indipendenti dal 1978 e nel 1983 riconoscono ufficialmente Taiwan. Qui va per inciso sottolineato che, se la battaglia della Cina passa per l’isolamento diplomatico di Taiwan, è parallela e contraria la battaglia di Taipei, che in parte lega il suo diritto a sopravvivere al maggior numero possibile di riconoscimenti della sua esistenza. Ad oggi vale il principio dell’esistenza di un’unica Cina e dunque chi riconosce Pechino non riconosce Taipei e viceversa. Avere rapporti con Taiwan ha significato fin dall'83 un flusso di investimenti finalizzati sia allo sviluppo sia ad oliare il potere tramite tangenti che trasformavano l'influenza in leva geopolitica. Tuttavia le Salomone, come tanti dei ristretti arcipelaghi indipendenti del Pacifico, non sono nazioni nel senso occidentale del termine, ma sono somme di unità sociali, ristrette al massimo alle singole isole. Qualunque influenza efficace, cinese o taiwanese che sia, deve tenerne conto. In particolare nelle Salomone va sottolineata la persistente tensione fra gli abitanti dell'isola di Guadalcanal, in cui risiede la capitale Honiara e gli abitanti dell'isola di Malaita, la più popolosa, che fin dall'inizio hanno emigrato e acquisito posizioni a Guadalcanal.

L’aiuto di Taiwan a Malaita è ancora molto strutturato. Al tempo stesso la Cina si è insediata nella capitale. La natura dell'aiuto cinese in realtà è una trappola di debiti, il cui obiettivo è l'espansione geopolitica. Gli aiuti del dragone non sono finalizzati allo sviluppo delle economie locali, ma importano in esse materie prime, manodopera e proprie aziende. Da subito si è costituita una Chinatown e le aziende cinesi hanno acquisito quasi tutte le attività economiche dell'isola, scalzando i malaitani e perciò il potere di Taiwan. Dunque sia Taiwan che la Cina hanno favorito fratture sociali locali. Nell’arcipelago le frequenti sommosse hanno avuto tra i vari oggetti della contesa proprio l’assalto dei malaitani ai cinesi della capitale.

Nel 2006, in occasione delle elezioni legislative, l’attacco alla Chinatown di Honiara avvenne dopo la notizia di un voto truccato dalla Cina. Assalto che si è replicato proprio come reazione alla rottura dei rapporti ufficiali con Taiwan nel 2019 e l’apertura a Pechino. In quel momento il governatore di Malaita, Daniel Suidani, prese la decisione di bandire le aziende cinesi. Non è solo l’economia a inimicare i malaitani, ci sono anche le loro tradizioni democratiche e cristiane, che mal sopportano la postura repressiva cinese (vedere Hong Kong, minoranza cristiana etc…).

La goccia che nel 2019 fece traboccare il vaso fu l’assegnazione alle Salomone dei giochi del Pacifico del 2023, per i quali Taiwan si disse disposta a fornire un prestito di 40 milioni di dollari per costruire uno stadio, ma Pechino ne offrì mezzo miliardo e in regalo la costruzione dello stesso. In cambio ha ottenuto il disconoscimento di Taiwan…

A dicembre dello scorso anno nuove proteste nella capitale hanno sempre avuto per oggetto le accuse di tangenti cinesi al primo ministro Sogavare e l’attacco ai cinesi nella capitale. Da questa prima panoramica si può vedere come né Taiwan né la Cina agiscono in questi Paesi per risolverne i problemi, ma per sfruttarli nei propri progetti geopolitici. Non a caso Taiwan ha cercato di ispirare un referendum indipendentista a Malaita e gli Stati Uniti si sono proposti di fornire aiuto economico ai malaitani, in contrapposizione a quello che la Cina offre allo stato centrale.

La dinamica però è anche più complessa. Analizzando il quadro più ampio, si è parlato di dominio statunitense, che si esplica attraverso il contenimento anti-cinese, tramite le potenze locali. La sfida di Pechino non è quindi direttamente a contatto fisico-geografico con gli Stati Uniti, ma è costretta ad insidiare primariamente i suoi alleati nell’area. In questo senso l’accordo con le Salomone, a nord-est dell’Australia, alleata di Washington, vanno proprio a cercare di colpire un’area di sicurezza strategica australiana, cercando di intersecare le rotte che la collegano agli Stati Uniti.

Tradizionalmente l’Australia esercita la sua influenza nell’arco dei piccoli stati isolani indipendenti del “suo” Pacifico adiacente, non tanto con un predominio militare, quanto con l'interesse a mantenere fuori da esso il gioco delle grandi potenze, creando una sorta di cuscino insulare-oceanico neutro. L’intesa in questione non è la prima, già da tempo la Cina è riuscita a penetrare questo quadrante e la sua “neutralità” australiana e in esso ormai, fra i vari arcipelaghi, soltanto quattro riconoscono Taiwan.

Per questo la classica linea di non intervento o intervento “leggero” dell'Australia a queste latitudini si è fatta più assertiva. Camberra ad esempio ha finanziato insieme agli Stati Uniti un referendum indipendentista per quella parte di isole Salomone, l’isola di Bouganville, che appartiene alla Papua Nuova Guinea, dove la vittoria dei sì e gli accordi di separazione in corso hanno permesso di escludere un parallelo appoggio cinese offerto a questa indipendenza e di giocarla da parte dell’Australia per fare pressione alle altre isole Salomone (e alla stessa Papua Nuova Guinea). Ancora una volta il gioco geopolitico avviene lungo la linea delle lacerazioni esistenti.

Nonostante quanto detto finora l’Australia è però storicamente intervenuta a sostegno del governo nelle Salomone contro l’eccesso dei disordini malaitani, cosa in apparente contraddizione con la postura anticinese. Qui vale il principio che le dinamiche locali per le medie e grandi potenze contano solo in funzione delle loro partite, e la stabilità vale più del suo contrario, in primis perché questa imporrebbe costosi interventi, poi perché qualunque peso una fazione ostile possa assumere, è sufficiente controbilanciarla con una avversa, più che impegnarsi a dominare totalmente, laddove comunque la vittoria finale si giocherà su un grande successo del contenimento americano o su una sua grande rottura, con grandi mosse tra grandi potenze, e non dissanguandosi per piccole “rocce”.

Ampliando ancora lo sguardo, si coglie che l’accordo delle Salomone con la Cina è stato stretto dopo la stipula dell’Aukus, il patto che da settembre del 2021 lega l’Australia a Stati Uniti e Regno Unito, tramite una fornitura di sottomarini nucleari (in funzione anticinese). Dunque una classica azione e reazione tra imperi in movimento.

Proprio poco dopo l’accordo Pechino-Honiara, la partita a scacchi è continuata. Il 26 aprile a Ramstein, in Germania, un insieme di Paesi che andava ben oltre quelli della NATO e coinvolgeva anche proprio le principali potenze alleate degli Stati Uniti nel Pacifico (Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud) ribadiva condanna e impegno contro l'invasione russa dell'Ucraina. Una riunione apparentemente slegata dal singolo patto delle isole e dal contenimento contro il dragone, ma che smette di esserlo se si analizza che parallelamente la Russia è uno stato bicontinentale, che affaccia sul nord-Pacifico e che anche qui “coltiva” tensioni utili da rispolverarle contro all’occorrenza. Mosca occupa infatti dalla fine della seconda guerra mondiale le isole Curili (ex Giappone) e il Giappone proprio il 22 aprile, ovvero subito dopo la mossa cinese e appena prima di Ramstein, si premura per la prima volta dal 1945 di dichiararle ufficialmente occupate in modo illegale. Ecco allora che la partita contro la Russia si estende al principale alleato americano nel Pacifico, in cui si svolge sfida massima. Ovviamente il principale rivale del Giappone non è la Russia, è la Cina, ma si fa mobilitare contro la Russia, per poter ottenere ritorni contro Pechino.

A conferma di questo collegamento si noti che il 28 aprile avviene un viaggio del cancelliere tedesco Scholz (di una Germania in riarmo!), in Giappone, ma per la prima volta senza approfittare a visitare anche la Cina, cosa che tradizionalmente invece la cancelliera Merkel faceva, per arrivare infine al 4 maggio, all’incontro fra il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e Fumio Kishida, primo ministro giapponese, a Roma. Dunque i principali tre sconfitti della seconda guerra mondiale intenti in ravvicinate visite reciproche e tutti e tre coinvolti (più nolenti che volenti) nella doppia competizione del proprio dominus.

Appare pertanto chiaro come un unico impero americano, esteso dall'Europa al Pacifico, serri i ranghi di fronte alle due superpotenze in ascesa e discesa, Cina e Russia, in difesa della gerarchia della forza che esso stesso ha creato.

Lo svolgimento di questa prova muscolare fra imperi è destinata a schiacciare sempre di più realtà minime come le Salomone, senza poter vedere risolti i propri problemi da parte di quei giganti, che già li usano per la battaglia suprema.

Immagine: Google Maps

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