Informazioni della Difesa presenta il libro "Afghanistan a testa alta"

È passato più di un anno dalla drammatica evacuazione dall'Afghanistan, una missione ventennale cosiddetta “di pace” interrotta bruscamente, che ha lasciato molte polemiche sul terreno. Prima di tutte, è servita a qualcosa?

Una cosa è certa. I soldati italiani ne sono usciti “A testa alta”. E Afghanistan a testa alta è il titolo del libro edito da Informazioni della Difesa che è stato presentato mercoledì 24 novembre scorso al comando forze operative nord di Padova. A parlarne il curatore del libro, Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa e giornalista embedded di lungo corso, con i generali di corpo d'armata Giorgio Battisti, alpino e già comandante della brigata Taurinense, e Salvatore Camporeale, comandante del ComFopNord, carrista e già comandante della brigata Ariete, entrambi veterani dell'Afghanistan, che hanno curato una loro introduzione al libro con l'attuale sottocapo di stato maggiore della Difesa, il generale Carmine Masiello.

Il libro

Il titolo del libro è tratto da una frase pronunciata dall'allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini che il 24 agosto 2021 relazionò, alle Commissione riunite Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato, lo svolgersi della crisi afgana al suo epilogo con il ponte aereo ancora attivo per portare più cittadini afgani possibile in Italia. “I militari italiani escono a testa alta dal loro impegno in Afghanistan. Lo testimoniano il grande sforzo di questi giorni e ce lo dicono le cifre, i notevoli risultati conseguiti sul terreno...”.

“Il libro ha l'obiettivo di raccontare cosa in quel paese è stato fatto e di ricordare chi in Italia non è più tornato - spiega Gaiani - Ci sono decine di contributi di tanti appartenenti alle Forze Armate, di ogni ordine e grado, dal generale al caporale”, ricordi che si sono ancorati dentro ogni militare che ha calpestato la terra di un paese che nessuno scorda più.

“Tutte storie da raccontare a testa alta - spiega ancora Gaiani - narrazioni di vita quotidiana o episodi curiosi. Come quello della caporal maggiore Giusi Stano, alla ralla di un Lince che durante un pattugliamento di routine salta sopra un ordigno improvvisato. Subito interviene un team di genieri per i rilevamenti del caso. Tempo dopo la soldatessa si sposerà e avrà un figlio proprio con uno degli artificieri intervenuti, conosciuto in un momento così particolare”.

L'evoluzione della missione afgana

Sulla situazione attuale dell'Afghanistan, Gaiani è lapidario. “Brucia dirlo, ma hanno vinto loro, i talebani. Da quando sono ritornati al potere, la produzione di oppio è aumentata, quando la missione Nato aveva come obiettivo distruggerla. E poi, è ritornata la Sharia”.

Il generale Battisti è stato il generale italiano arrivato per primo boots on the ground in Afghanistan nel 2001 e poi nel 2003, a seguito dell'autorizzazione del Parlamento italiano di partecipare su richiesta americana - all'allora presidente del consiglio Berlusconi - alla missione in corso nel paese asiatico. Con il suo comando inizia l'operazione Nibbio. “Sono presenti in quel momento solo diecimila soldati americani, mille italiani, ottocento rumeni oltre alle milizie locali – spiega il generale – Il paese veniva controllato da neanche ventimila uomini. Eravamo sul punto di vincere. Invece poi c'è stata quella sfortunata decisione di dirottare tutte le principali risorse nella guerra in Iraq, nella convinzione che in Afghanistan la guerra fosse finita. Ma questo ha dato spazio e respiro ai talebani, che si erano rifugiati sulle montagne di Tora Bora al confine con il Pakistan, di riprendersi e di ritornare con una controffensiva nel 2007. Pensare invece che all'inizio, con dodicimila uomini e un ultimo sforzo in più, oggi saremmo qui a raccontare un'altra storia di quel paese ora dimenticato dove esiste comunque una Resistenza che si espandendo. Anche se non delle dimensioni di quella del comandante Masoud, morto alla vigilia dell'attentato alle torri gemelle di New York nel 2001”.

Soli dodicimila uomini della Nato nel 2003 contro i 140.000 del 2011 a cui si aggiungono ben 300.000 poliziotti e militari afgani. Gaiani puntualizza che dopo il 2014, alla fine del periodo Combat della missione, si inizia una fase di supporto e addestramento alle milizie locali anche in tutte le altre missioni italiane nel mondo.

Il generale Miller, eroe americano

Il generale Camporeale fa notare come buona parte dei quadri delle Forze Armate italiane sia stato in missione in Afghanistan. Lui stesso c'è stato in due turni, nel 2009 a Kabul, e nel 2018 e 2019 con l'operazione “Resolute Support” che vedeva sul campo ben sedicimila uomini di 38 paesi. Era vice comandante del generale americano Austin Scott Miller, eroe nazionale, protagonista quale capitano delle forze speciali nella battaglia di Mogadiscio nel 1993, raccontata nel libro e nel film “Black Hawk Down”. Protagonista anche di un attentato in Afghanstan nel 2018, quando presente nell'ufficio del governatore di Kandahar vede entrare un talebano che spara al capo della polizia provinciale. Nella sparatoria, Miller estrae la sua pistola e aspetta alla fine che tutti i feriti vengano assistiti, per volare via con i suoi uomini.

Tra Camporeale e Miller nasce un rapporto professionale che si è cementato con tanta stima reciproca, producendo nel tempo un'amicizia che dura ancora.

Perché l'esercito afgano non ha combattuto?

Gaiani mette il dito nella piaga. “Quello che stupisce molti è che, nonostante l'impegno profuso per addestrare l'esercito e la polizia afgana e le dichiarazioni della Nato delle loro acquisite capacità operative, all'arrivo dei talebani le forze armate del paese si siano sciolte come neve al sole senza combattere”.

Il generale Battisti dà una spiegazione e afferma che “Le forze armate afgane – Esercito, Aeronautica e Polizia – sono state ricostituite seriamente a partire dal 2009. E negli anni fino al 2021 hanno avuto nei ranghi ben 66.000 morti. Una cifra che non appartiene certo a un esercito che non vuole comandare”.

Ricorda inoltre che nell'accordo di Doha del 2020, per porre fine al conflitto e a ritirare le truppe dall'Afghanistan, gli americani della presidenza Trump hanno preso accordi direttamente con i talebani, senza fare sedere al tavolo il presidente Ghani e i rappresentanti istituzionali afgani. Trump aveva così voluto tenere fede a tutti i costi alle promesse elettorali per la sua elezione del 2017. Ghani era poi scappato dal Paese con le borse piene di soldi.

Morale? “Non dobbiamo supportare dei governi corrotti” - conclude Battisti.

Il generale Camporeale parla di un epilogo scontato, dal momento che i talebani avanzavano e prendevano man mano le città. “A Kabul, nonostante i continui tentativi, non rispondeva più nessuno” - commenta desolato.

Il dibattito su un esercito europeo

Gaiani riporta l'attenzione sul dibattito che si è scatenato in Europa subito dopo l'evacuazione di agosto. “Gli americani hanno deciso di intervenire in Afghanistan e di chiudere la missione senza il parere degli eserciti alleati”. Quanto è stata dannosa questa dipendenza dagli americani, a cominciare dalla ricaduta migratoria in Europa, con un massiccio afflusso di afgani? E quanto sarebbe utile piuttosto un esercito comune europeo con la capacità autonoma di intervento? Questo anche in funzione del fatto della mutevolezza degli interessi americani nelle loro guerre. “Basta guardare alla storia delle guerre americane dal Vietnam in poi – incalza Gaiani - Gli Usa hanno mollato i sudvietnamiti dopo gli accordi di Parigi del 1973. I curdi sono stati abbandonati almeno tre volte, nel 1991 durante la guerra in Kuwait e recentemente, in Iraq e Siria. Nel 1979 lo scià di Persia fu lasciato solo durante la rivoluzione khomeinista e di recente hanno lasciato l'Afghanistan”. “È vero che le Forze Armate sono uno strumento della politica – puntualizza il giornalista – Però è altrettanto vero che se esiste una capacità militare indipendente e strategicamente autonoma, allora ci si può permettere un certo tipo di politica”.

Questa discussione all'interno degli stati membri Ue è stata però improvvisamente stroncata dall'inizio della guerra in Ucraina che ha portato tutti in Europa a ricompattarsi con gli americani.

L'insegnamento dell'esperienza afgana

Ma quale insegnamento abbiamo tratto noi italiani da questa guerra, in termini di capacità militare, per affrontare le prossime missioni?

Battisti afferma che le operazioni in Afghanistan hanno “sdoganato” il nostro esercito, che aveva già avuto esperienze in Libano, Somalia e Mozambico, ma con militari di leva che poi si congedavano e non potevano valorizzare questa esperienza all'interno di una carriera. I primi professionisti hanno partecipato di fatto alle missioni nei Balcani. In Afganistan i nostri militari hanno appreso a operare in maniera rapida e in modalità interforze. “Abbiamo imparato che il soldato, quindi l'essere umano, l'uomo e la donna sono il principale valore di una forza armata. Certo c'è la tecnologia, ma davanti c'è sempre l'individuo. In alcuni avamposti, i nostri soldati hanno operato in condizioni da prima guerra mondiale. Abbiamo di nuovo reso combat un esercito che per tantissimi anni ha avuto una 'verniciatura' di soldati di pace, di protezione civile e così via. Ritengo che i nostri soldati abbiano interiorizzato l'orgoglio di essere Soldati, e non militari. Perché militare è una posizione amministrativa, il soldato invece è colui che combatte e usa legittimamente le armi che gli sono state autorizzate dal governo. Abbiamo ripreso i fondamentali, che non sono quelli di montare tende o portare i banchi con le sedie a rotelle”.

Un'affermazione condivisa dal generale Camporeale, che ha voluto aggiungere l'importanza di aver appreso a relazionarsi, lavorare assieme agli uomini delle altre forze armate. Usare gli stessi sistemi di comunicazione, le procedure, le tattiche. Un'esperienza che si è palesata fattivamente agli occhi dell'opinione pubblica alla fine della missione, con il ponte aereo organizzato fra tutti i contingenti.

Quando cambierà l'Afghanistan?

Camporeale puntualizza che gli afgani che hanno chiesto di essere evacuati in Europa, sono coloro che credono nella democrazia, nello studio, nella cultura. “Qui a Padova ci sono cinquanta studenti e studentesse afgani e la rettrice mi ha detto che tutti vogliono poi rientrare nel loro paese per far sì che l'Afghanistan cambi”.

E conclude. “Credo che tutto quello che abbiamo fatto in Afghanistan non sia stato invano. E lo dico a fronte di ciò che sta succedendo in questo momento in Iran. L'Afghanistan diventerà un paese diverso quando le donne decideranno che così deve essere. Perché saranno le donne afgane a far diventare il loro paese ciò che noi abbiamo sognato che fosse nei vent'anni di impegno delle nostre Forze Armate”.

Lieta Zanatta

Foto: autore

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