Vittorio Emanuele Orlando e l’immondezza di Roma-Capitale

24/04/19

IL 21 aprile, giorno di Pasqua oltre che dei Natali di Roma, alle 15.03 una mini-imboscata su facebook mi ha sorpreso provocandomi qualche fibrillazione di troppo; un malessere che si è gradualmente trasformato in una sorta di rimorso per un'azione portata a temine un quarto di secolo fa e che oggi, col senno di poi, forse non rifarei.

Questi i fatti: alle 15.03 di domenica Virginia Raggi affida alla sua pagina facebook un cenno alla Brigata Sassari: ”...li incontriamo ogni giorno... sono gli uomini e le donne della Brigata Sassari... ho voluto incontrarli e salutarli... sono andata presso il campo nomadi di Via Salviati... ho portato gli auguri di Pasqua ai militari guidati dal Generale Andrea Di Stasio... il loro lavoro sta consentendo di contrastare il fenomeno dei roghi tossici conseguenza del traffico e dello smaltimento illecito dei rifiuti... anche grazie alle massicce operazioni di bonifica che hanno consentito di rimuovere cumuli di rifiuti... Roma dice grazie a questi ragazzi e a queste ragazze che sono i nostri angeli custodi.... Ps: ringrazio il ministro Elisabetta Trenta e lo Stato Maggiore dell'Esercito per il sostegno...”. Il tutto corredato dall'immancabile edificante cornice di visi sorridenti per la consegna di una confezione di colomba pasquale (dono simbolico che il presumibile padre di famiglia avrà gradito oltre misura) ad uno dei militari impegnati, ormai con carattere non più di emergenza ma di continuità, in attività che gravitano attorno a rifiuti, buche stradali e rom.

L'immagine mi ha riportato istantaneamente indietro nel tempo e nello spazio, a Sassari il 7 di giugno del 1994, e al pistolotto che allora avevo mandato a memoria col proposito di propinarlo al Ministro della Difesa Cesare Previti durante il tragitto che ci avrebbe portato a bordo di un VM dall'eliporto della caserma Gonzaga al comando del 152° Reggimento.

Era il giorno della resa dei conti del mio dichiarato rifiuto, quale primo comandante sardo della Sassari, di eseguire l'ordine, nel quadro dell'ennesima ristrutturazione delle forze armate, di procedere allo scioglimento della “mia” Brigata. La mia reazione era stata immediata e inequivocabile: “Se così deve essere, prima mi dovete togliere il comando e poi date questo incarico a chi vi pare... altrimenti sarà guerra”. E guerra fu (per la cronaca circostanziata dei fatti rimando alla lettura di “Da Calamosca a Calamosca - Alla vana ricerca di un esercito”).

Questo il pistolotto preparato per Previti: Signor ministro, sono del parere che le tredici brigate da tenere in vita debbano essere … quattro brigate alpine, perché gli alpini sono gente in gamba, glielo dice un bersagliere! … Poi l'”Ariete” e la “Centauro”, perché è il minimo di cui dobbiamo disporre in fatto di cingoli. Anche la “Folgore” è fuori discussione. La “Granatieri di Sardegna” è indispensabile nella Capitale. Una brigata deve gravitare sull'Adriatico (la “Pinerolo”), una sul Tirreno (la “Garibaldi) e una in Sicilia (l'”Aosta”). E in Sardegna occorre tenere la “Sassari”, perché i sardi sono bravi soldati e perché l'Italia ha contratto un grande debito di riconoscenza verso la nobile isola, come disse il 16 giugno 1918, in un discorso alla Camera, Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio. Quindi conclusi scherzando: Lascio che sia lei a scegliere la tredicesima brigata da tenere in vita… altrimenti potrei vantarmi di aver fatto tutto da solo!. Un'ora dopo il Capo di Sme, generale Incisa di Camerana, disponeva per la revoca dell'ordine di scioglimento della “Sassari”.

Ciò detto, sentir esaltare insistentemente, a distanza di tempo, l'impiego della Sassari e dell'Esercito in faccende di rifiuti, di rom e di buche stradali, anziché discutere della perduta credibilità delle nostre forze armate non in grado di difendere, se necessario, gli interessi nazionali, tutto questo mi fa pentire di aver impedito lo scioglimento della “Sassari”. E resterò di questa idea finché la responsabilità della Difesa continuerà ad essere mortificata dalla mediocrità di figure politiche inadeguate, ancor prima che deleterie, ai ruoli che sono state chiamate a ricoprire.

Credo che Vittorio Emanuele Orlando si stia rigirando nella tomba nel constatare quel che sta accadendo nell'ambito delle nostre forze armate, e sono certo che se oggi potesse fare un discorso alla Camera non mancherebbe di chiedere alle forze politiche sia di maggioranza che di opposizione di risollevare l'Italia dal ruolo di insignificante spettatore dei tormentati scenari internazionali, dalla vicina Libia ai teatri di orizzonti più lontani. Certo è che non accetterebbe mai di sentir trasformati i “Diavoli Rossi” della Sassari, temutissimi dai nemici, in “angeli custodi dei turisti e dei visitatori di Roma-Capitale”. E sono certo che della stessa idea sarebbero Loddo Giovanni, mio nonno materno, caduto sul Piave nel 1918, e suo fratello Francesco, un altro dei 2150 sardi inghiottiti dalla Grande Guerra, caduto nel '16 sul monte Zebio, nello stesso giorno in cui cadde il suo comandante della Sassari, il generale Eugenio De Maria.

Da parte mia mi tengo il rimorso, e con esso il giudizio su questa politica che continua ad essere di intonazione cambronniana: “merde”.

Generale Nicolò Manca (Primo comandante sardo della Brigata Sassari)

Foto: @virginia.raggi.m5sroma / ministero della difesa