Taiwan: gli USA davvero hanno “giocato con il fuoco”?

(di Antonio Li Gobbi)
07/08/22

I media ci parlano di un Indo-Pacifico in subbuglio dopo la visita “vado-non vado-vado” della speaker della Camera statunitense a Taiwan.

Ora, anche senza nutrire particolare simpatia per Nancy Pelosi, non si può negare che l’Indo-Pacifico fosse da anni tutt’altro che “pacifico” e non solo in relazione al problema Taiwan (che risale al 1949), ma in relazione a molteplici fattori, tra cui i più significativi sono forse il rampante imperialismo cinese, il contrasto geopolitico ed economico tra USA e Cina e relative zone di influenza (perché sì, checché ne pensino le anime belle, le zone d’influenza esistono e hanno il loro peso) e le bizze nord coreane. Fattori in fondo sintetizzabili in uno solo: l’Indo-Pacifico è ormai il baricentro del commercio marittimo mondiale e USA e Cina se ne contendono animosamente il controllo (la difesa dei diritti civili a Taiwan è in fondo essenzialmente un’arma di questo scontro di potere).

È fuor di dubbio che seppure Pechino consideri l’isola-stato una sua “provincia” forse un po’ ribelle e abbia preannunciato di riacquisirne il totale controllo entro il 2049 (ovvero un secolo dopo che i nazionalisti di Chiang Kai-Shek si asserragliarono nella fiorente ex colonia portoghese di Formosa, una data decisamente simbolica, e non domani mattina) Taiwan non ha mai riconosciuto la Repubblica Popolare Cinese, si considera l’unica erede legittima del Celeste Impero e ha diritto all’autodeterminazione (anche se questo “diritto” per noi “democratici-occidentali” vale solo a corrente alternata, così come quello dell’integrità territoriale1, ossia solo quando la loro coniugazione risulti a favore dei paesi nella sfera di influenza dei nostri partner o comunque a sfavore dei nostri oppositori o competitors).

Dopo il discutibile scaricabarile “poliziotto buono-poliziotto cattivo” tra Biden e la Pelosi (siparietto che vero o falso che fosse non può che aver ulteriormente compromesso la già traballante credibilità del POTUS2 nel quadrante asiatico), è difficile ritenere che la mossa della Speaker abbia contribuito alla stabilità della regione e alla sicurezza di Taiwan.

È vero che gli USA hanno l’esigenza di ristabilire un loro ruolo credibile nell’Indo-Pacifico e rassicurare le nazioni della regione che temono sempre di più l’arroganza e la crescente espansione cinese, materializzata anche dalla “Belt & Road Initiative” (quella che noi italiani chiamiamo “la nuova Via della Seta”).

L’espansione cinese3 nell’Indo-Pacifico è oggi particolarmente evidente e rappresenta la base anche per la sempre più rampante espansione di Pechino nel continente africano.

Nel 2017 gli USA hanno rivitalizzato a tal fine il QUAD (Quadrilateral Security Dialogue, originariamente creato per gestire gli aiuti post-tsunami del 2005) con Australia, India e Giappone. Peraltro, l’iniziativa è stata poco più che formale. Un reale approccio multilaterale al confronto con la Cina richiederebbe che Washington fosse in grado di coinvolgere a suo favore i paesi dell’ASEAN (Association of South East Asian Nations). Però, molti di questi, pur consapevoli della minaccia cinese, sono oggi economicamente troppo dipendenti da Pechino e troppo timorosi di eventuali sue ritorsioni a livello economico (o anche militare) per supportare gli USA.

Sia Russia che Cina hanno recentemente avviato una “campagna acquisti” nella regione che sembra lasciare a Washington spazi di manovra sempre più ristretti. D’altronde, questi paesi ben sanno che la Cina è alle porte di casa loro ed è pronta ad agire con determinazione e senza curarsi del diritto internazionale. Al riguardo, si è visto anche quale sia stato il loro posizionamento in merito alla condanna dell’aggressione russa all’Ucraina. Nell’Indo-Pacifico le sanzioni contro la Russia sono state adottate solo da Giappone, Sud-Corea, Australia, Nuova Zelanda e Taiwan.

In quest’ottica Taiwan può rappresentare un simbolo. Ovvero il messaggio che Washington potrebbe voler lanciare ai paesi della regione sembrerebbe essere: “non rinunciate ai vostri valori e non temete l’arroganza di Pechino, noi sapremo difendervi”. D’altronde, rassicurazioni in tal senso sono indispensabili in un’area del mondo che, anche se avesse dimenticato il frettoloso abbandono di Saigon ormai quasi mezzo secolo fa, non ha certo dimenticato la passività degli USA in occasione delle severissime repressioni cinesi a Hong Kong dell’estate di due anni fa o il brancaleonesco abbandono di Kabul l’estate scorsa! E qualcuno potrebbe chiedersi se quello nei confronti di Taiwan possa essere il “tradimento” di quest’anno.

In questo contesto, la visita della Pelosi potrebbe voler rimarcare la determinazione USA a difendere il loro Alleato (che, peraltro, in ossequio alla real-politik e al principio di “una sola Cina” neanche Washington ha mai riconosciuto come stato indipendente, ma queste sono inevitabili compromessi cui, nel mondo reale, si deve pur a malincuore soggiacere).

Comprensibile, quindi, in teoria le motivazioni ideali alla base del viaggio della speaker della Camera, ma il momento storico potrebbe non essere stato il più opportuno.

Il confronto Russo-Americano in Ucraina e l’avvio di una parallela guerra economica da parte USA e UE nei confronti della Russia sta producendo come effetto collaterale (non saprei se preventivato o meno) anche una demarcazione del mondo in due schieramenti: chi non commercia con la Russia e chi commercia con la Russia (che non significa necessariamente essere “pro-Putin”, ma solo non voler accodarsi ad una guerra commerciale etero-diretta).

A livello economico, il primo schieramento ha il suo centro di gravità nel G7, mentre il secondo sembrerebbe avere il suo centro di gravità in un BRICS4, che sta acquisendo nuovi adepti in tutti i continenti.

Elemento forte (geo-politicamente ed economicamente) di questo secondo schieramento è ovviamente la Cina.
La Cina sarebbe, a parere di chi scrive, l’unica potenza in grado di portare a termine una mediazione in relazione alla crisi ucraina, negoziando veramente tra USA e Russia (che di tale crisi sono i due contendenti a livello strategico). Le capacità di Erdogan di negoziare sono limitate e in fondo il “Sultano” sembra sfruttare questo suo ruolo arbitrale solo per ottenere luci verdi ora da Washington ora da Mosca al perseguimento di obiettivi geopolitici esclusivamente turchi nell’ottica della sua visione neo-ottomana.

Forse, se si volesse tentare di ottenere un aiuto dalla Cina per una soluzione della crisi ucraina non sarebbe il momento più opportuno per sventolare il classico “drappo rosso” in merito a Taiwan. Soprattutto in questo momento in cui le relazioni tra USA e Cina sembrano aver raggiunto il punto più basso da quando, quasi cinquant’anni fa, con Nixon ci fu il riconoscimento della Cina Popolare.

Tanto più che Xi-Jingping, che notoriamente mira al terzo mandato da segretario generale e persino ad essere proclamato “leader del popolo” (il XX Congresso del Partito Comunista Cinese dovrebbe dargli luce verde al riguardo nel prossimo autunno), non può permettersi di mostrarsi debole proprio in questo momento e sarà verosimilmente indotto ad adottare reazioni ben più forti di quelle che il viaggio della Pelosi avrebbero provocato in altri momenti.

Resta il dubbio che gli Usa abbiano davvero interesse che la Cina, anche ove fosse disponibile (e al momento non parrebbe), assolvesse un tale ruolo di mediazione che sarebbe nell’interesse di una rapida soluzione della crisi (chi scrive non ritiene che gli USA gradirebbero una tale mediazione).

Comunque, ora è prevedibile un ancor più marcato schieramento di Pechino a fianco di Mosca in relazione alla crisi ucraina.

La decisione della visita lampo in questo momento e l’aver reso pubblica una differenza di opinioni al riguardo tra Biden e la Pelosi potrebbe, però, anche trovare motivazioni di calcolo elettorale domestico USA.

Si avvicinano le elezioni di mid-term, che si terranno l’8 novembre prossimo, i pronostici per i Democratici non sono particolarmente rosei anche in relazione alla perdita di popolarità del presidente Biden. Potrebbe essere interesse dei Democratici attirare l’attenzione su una figura carismatica e importante del partito (quale è indubbiamente Nancy Pelosi), esterna all’amministrazione Biden (quindi non corresponsabile della sua gestione della politica estera) per riguadagnare il supporto ai Democratici di quella parte dell’elettorato che ritiene poco volitiva e troppo prudente la politica estera dell’attuale amministrazione. In tale contesto, si spiegherebbe perché la differenza di opinioni tra Biden e Pelosi sia stata inopinatamente resa pubblica.

Ci auguriamo che così non sia e che la superpotenza cui il “mondo occidentale” guarda non sia disponibile a mettere a rischio la stabilità del pianeta per vili calcoli elettorali (anche se alcune esperienze degli ultimi decenni potrebbero non confortarci in questa speranza).

Il marcare il punto di principio, come ha fatto Nancy Pelosi, spesso è indispensabile pur pagandone le inevitabili conseguenze.

Nel caso di una escalation della crisi tra Cina e Taiwan, però, le prime conseguenze sarebbero a danno di Taiwan. Alla Cina non servirebbero bombardieri o forze da sbarco, basterebbe applicare nei confronti dell’isola–stato la “guerra economica”, bloccando le esportazioni verso Taiwan di materie prime indispensabili alle sue produzioni tecnologicamente avanzate (semi-conduttori, ma non solo) o eventualmente ostacolandone con un blocco le esportazioni via mare. I primi effetti in tal senso si stanno già manifestando.

In caso di escalation militare, in relazione a Taiwan, gli USA dovrebbero intervenire direttamente e non per “interposta persona”.

Come molti analisti giustamente evidenziano, a livello tecnologico-militare la Cina non è ancora in grado di vincere un confronto bellico con gli USA. Giustissimo. Peraltro, non lo erano neanche i Viet-Cong o gli “insurgents” afghani. Il punto, però, potrebbe essere quanti caduti per Taiwan può sopportare senza dover scendere a compromessi Washington e quanti ne può sopportare Pechino? Temo che il confronto sia per noi occidentali ben poco rassicurante.

In quest’ottica, pur essendo motivati da ideali elevati, ha senso esacerbare una crisi internazionale in un momento già di grande tensione e, verosimilmente, senza una prospettiva di come gestire tale crisi a lungo termine?

Si ricordi che in caso di andamento sfavorevole ai democratici delle prossime elezioni di mid-term (possibilità che oggi non può essere esclusa) il presidente Biden diventerebbe quella che gli statunitensi chiamano “anatra zoppa” e avrebbe molte difficoltà ad imporre una linea politica di fermezza in politica estera, come sarebbe necessario in funzione della grave crisi nei rapporti sia con la Cina che con la Russia.

Forse, come diceva il condottiero spartano Lisandro, “quando la pelle del leone non basta, è il caso di indossare quella della volpe”5

La recente visita a Taiwan di Nancy Pelosi mi fa ricordare invece un’altra frase: “molti nemici, molto onore” e sappiamo come andò a finire per chi ne volle fare un motto della propria politica estera.

2 POTUS: President Of The United States

3 Non solo la Cina è oggi il primo partner commerciale della quasi totalità dei paesi dell’Indo-Pacifico (inclusi alcuni membri del QUAD), ma ha sostituito gli USA anche come primo partner commerciale di molti paesi Europei. Inoltre, i timori di un attacco militare cinese contro Taiwan sono sempre più concreti (avendo constatato che per Hong Kong l’Occidente si è limitato ad esprimere sterili condanne). La capacità militare del Dragone è sicuramente in grado di dare speranze al sogno di “una sola Cina”. Inoltre, la costante accresciuta aggressività della politica estera cinese nell’Indo-Pacifico e in Africa non può essere ignorata. Pechino ritiene che le “deboli democrazie occidentali” non saranno in grado di opporsi alla vision geopolitica cinese e, come diceva Sun Tzu, il Dragone mira a “vincere senza combattere".

5Ubi leonis pellis deficit vulpina induenda est” attribuita a Lisandro (440 a.C. – 395 a.C.) da Plutarco ne “le vite di Lisandro e di Silla”

Foto: MoD People's Republic of China

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