Siria, è il giorno dell'incontro tra Putin ed Obama: la possibile strategia dello zar

(di Franco Iacch)
28/09/15

Chissà cosa passa per la testa di Vladimir Putin, per alcuni il nuovo Zar, per altri una sorta di sintesi moderna del pensiero anticapitalista di Lenin e Stalin. Tra poco meno di due ore (16,30 ora italiana) è previsto a New York un faccia a faccia tra Obama e Putin durante la sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Da un lato, quindi, l’ex operativo del KGB che, magari, ha ancora vivo negli occhi quello che accadde in Germania orientale nel 1989 mentre si trovava nel suo ufficio a Dresda. Dall’altro il presidente Obama che, ad oggi, non si è mai dimostrato capace con il suo staff di scrutare le reali intenzioni del Cremlino (vedi Ucraina, vedi Siria). Lapalissiano che in quello definito come il “Grande Gioco del Medio Oriente”, i russi sperano di estendere la propria influenza nel Mediterraneo.

Cosa accadrà tra qualche ora? Riusciremo a capire la strategia di Putin? Forse si. Probabilmente riusciremo a scrutarla.

Nell’attesa i dubbi restano. Ci si chiede, per esempio, quanto “la vicenda siriana” sia utile alla causa di Putin, forse più di quanto l’intervento russo non lo sia alla causa di Assad. In un'epoca contraddistinta dalle pesanti sanzioni economiche imposte dall’Occidente (per non parlare della corruzione dilagante), i russi si ritrovano ben più poveri di quanto non lo fossero un anno fa.

Questa guerra è forse la soluzione per riconquistare il proprio posto nel mondo?

Sappiamo che Putin ha in mente un “meraviglioso” progetto di riarmo che dovrà concludersi entro il 2020. Ci si chiede quanto possa reggere l’attuale asset economico russo di fronte ad un tale investimento. Al di là della sua alleanza con il presidente siriano assediato, Bashar al-Assad, Putin potrebbe riporre nel discorso di oggi buona parte della sua sopravvivenza (anche politica). Putin comparirà dinanzi alle Nazioni Unite dopo anni di assenza con l’obiettivo di catalizzare l’attenzione del mondo sulla crisi siriana, invocando (tra virgolette) l’abolizione delle sanzioni economiche che hanno trascinato verso il baratro l’economia russa. L’importante è che Putin compaia: un leader forte di un paese piegato (dalle sanzioni dell’Occidente) ma mai domo. E chissà, forse in quegli occhi di ghiaccio dopo il crollo del muro di Berlino potrebbe essere ancora vivido il ricordo della fine di Gheddafi o Saddam.

Potrebbe Putin, temere davvero una nuova rivoluzione che possa minare la sua autorità o peggio, che possa volgere alla democrazia?

Fantapolitica? Chissà. Certo che l’indottrinamento in patria continua. I media russi (vicini al governo), non perdono occasione per rilevare il fallimento dell’Europa, l’inettitudine dei suoi stessi capi di governo e la corruzione dell’America, incapace di affrontare l’Isis.

E se anche parte del nostro ragionamento si avvicinasse alle reali intenzioni di Putin (la Casa Bianca non le ha mai capite), allora l’intervento in Siria avrebbe senso. Il messaggio, in quel caso, sarebbe chiaro: il Cremlino è sceso in campo per aiutare un dittatore a ristabilire la dittatura, riaffermando il potere. Un chiaro messaggio anche ai nemici in patria. Putin potrebbe farlo anche in Russia. Tatticamente parlando, la vicenda Ucraina è stata un disastro per l’economia, l’immagine e l’influenza dell’intero Paese (e di Putin). Per l’Ucraina poi, è stata una tragedia.

La Siria, quindi, “serve” a Putin più di quanto si possa immaginare. La storia potrebbe aiutarci. Sappiamo che Mosca ha sempre supportato la dinastia Assad, ultimo “avamposto” contro il processo di pace in Medio Oriente sponsorizzato dagli USA. Il padre di Assad ha ricevuto assistenza dall’Unione Sovietica con equipaggiamento e consiglieri militari. Durante la guerra contro Israele, i siriani ricevettero apparecchiature sovietiche per miliardi di dollari. In cambio, il Cremlino ottenne un contratto di locazione per un deposito di rifornimento navale nel porto di Tartus, a sud di Latakia. 40 anni dopo, il porto di Tartus rimane l’ultima base russa nella Regione. Ecco allora che ritorna prepotentemente il nostro assioma: chi è davvero utile alla causa siriana e quanto le sorti di Assad sono cruciali per il futuro della Russia?

Ad oggi, Putin si è dimostrato un brillante tattico in Siria. Sa perfettamente che può agire militarmente senza incorrere in alcuna sanzione ed, invero, guadagnare prestigio nella Comunità Internazionale. Militarmente (poco prima che arrivassero i russi…gli iraniani ed i cinesi) la situazione siriana era disperata. Dopo aver perso la provincia settentrionale di Idlib ad opera del Fronte al Nusra e gran parte pianura Sahl al-Ghab a sud-est della città, Assad è stato costretto ad accordare amnistia per tutti i disertori dell’esercito. Appare evidente che la Russia combatterà in Siria anche per un altro valido motivo: se Damasco cadesse e se venisse instaurato uno stato islamico radicale (o magari un rifugio sicuro a lungo termine per i gruppi terroristici) potrebbero esserci devastanti conseguenze nelle regioni del Caucaso, con un effetto domino destabilizzante. Senza considerare, infine, i 2000 terroristi di origine russa in guerra contro Assad. Putin in Siria si gioca tutto.

Nel contenitore verbale “gruppi jihadisti”, Putin può sistemare un paio di questioni pendenti con obiettivi diversi dall’Isis. Ecco perché se da un lato è chiaro che Mosca attaccherà, dall’altro è imperativo effettuare misure di "de-confliction" per evitare errori a velocità supersonica.

E tra qualche settimana, arriveranno anche i caccia cinesi.

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