"Quale futuro per la sicurezza in Europa?"

(di Enrico Baviera)
10/09/16

Parterre di livello alla tavola rotonda tenutasi nei giorni scorsi a Montecarlo di Lucca (LU), nell’ambito del Cerruglio festival 2016, il tradizionale concorso letterario lucchese giunto alla sua settima edizione, organizzato quest’anno nella splendida cornice della “Fattoria del Teso” dalla locale sezione UNUCI e da Walter Cassar, storico direttore responsabile del periodico “Informazioni della Difesa”.

“Quale futuro per la sicurezza in Europa?” il tema prescelto per il dibattito, sul quale si sono confrontati personaggi di assoluto rilievo del mondo della difesa ed accademico, come il generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Ferdinando San felice di Monteforte, ex Rappresentante Italiano alla NATO, il prof. Luciano Bozzo dell’Università di Firenze, Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, Antonio Selvatici giornalista e docente universitario e Rachele Schettini esperta di geopolitica e diritto comunitario.

Moderatore dell’incontro il generale Antonio Li Gobbi, già comandante ed ispettore dell’arma del Genio, con una lunga esperienza internazionale in ambito ONU e NATO – (a margine pubblichiamo una sua intervista) -, che ha esordito sottolineando “come il tema della sicurezza, già di suo poco popolare nel nostro Paese, rischi di lasciare l’uditore frastornato per i profondi stravolgimenti intervenuti del quadro internazionale”.

Ed invitando a riflettere su come in pochi anni siano saltati i baluardi, anche concettuali, che hanno regnato incontrastati per tutto il secolo scorso: dalle alleanze, formate oggi non per essere permanenti ma come coalizioni di Stati che condividono obiettivi limitati (coalitions of willing); al sistema di equilibrio globale, oramai multipolare, con un’unica superpotenza - gli USA - sempre più restia ad esercitare la sua naturale funzione di egemone globale.

Naturale chiedersi allora chi siano, oggi, i nostri amici: “gli USA, la cui recenti amministrazioni hanno creato l’attuale situazione di caos in cui versa il Medioriente, ormai propensi ad assegnare maggior interesse strategico al perno del Pacifico?” O la Russia, alla quale “ci lega una comune eredità culturale oltre che importanti interessi energetici”.

Numerosi i temi affrontati, anche alla luce della recente uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, evento dai più considerato una opportunità, seppur con qualche distinguo, perché - come precisa Camporini - “se non esiste una politica comune, non potrà mai esserci una difesa comune ed uno strumento militare condiviso”.

I militari, infatti, già da tempo dimostrano di “saper lavorare con procedure e strutture condivise, costituendo Comandi ad hoc; ma alcuni di questi in passato, è il caso di EUROFOR, pur nella pienezza della loro capacità operativa, non sono stati impiegati in teatro per la mancanza di volontà politica da parte di alcune Nazioni che li esprimevano”.

Anche il prof Bozzo ha rimarcato la cronica mancanza di una comune visione politica europea, causata a suo dire dalla “diversità di interessi tra gli Stati, che è figlia di motivazioni di natura geostrategica e geografica al tempo stesso”.

Brexit, invece, come occasione da non sprecare per l'ammiraglio San Felice di Monteforte, che approva la recente iniziativa politica dell’Italia nel campo della Difesa (a Ventotene ndr), strada obbligata in quanto lo strappo d'oltremanica rappresenta “una perdita ridotta di PIL, ma una forte diminuzione della capacità militare della UE”. Occorre, pertanto, “fare di tutto per evitare che l’Unione perda, anche nel campo della Difesa, quello che ha realizzato sino ad oggi”.

Ed alla domanda se ancora sussistono le condizioni per rafforzare la collaborazione tra Stati, l'ammiraglio è fermo nel sostenere che le condizioni si devono ricercare a tutti i costi, in quanto “l’Europa è una necessità forzata in un mondo di giganti , e perché nessun ordine di sicurezza può basarsi sul vuoto di potere”

Il tema della collaborazione tra gli Stati europei ha destato molto interesse soprattutto per le possibili prospettive di collaborazione, sulle quali poco ottimista è parso il prof Bozzo, per il quale “quando si parla di direttorio, l’Italia è molto più attenta al rango che al ruolo, e ciò comporta che quando si tratta di spendere, non è disponibile”.

L’Europa a suo dire non evolverà mai come una federazione (troppo diversi sono gli interessi degli Stati), quanto piuttosto come una confederazione di tipo elvetico; ecco perché, “dei tre pilastri su cui si regge l’Unione Europea - Shengen, l’Euro ed il mercato comune - sopravvivrà, forse, solo il mercato comune”.

Identica opinione per Giananadrea Gaiani, che ricorda il trattamento riservato dalla UE alla Grecia (che pesa per l’1% del bilancio comunitario) volto esclusivamente ad “assicurare i dovuti dividendi alla banche tedesche”.

Il direttore di AnalisiDifesa vede nel prossimo futuro una Europa tedesca. “L’Europa di Napoleone, dove una potenza egemone impone agli altri il proprio volere”. Tendenza che emerge chiaramente anche dalla lettura del recente Libro Bianco di Berlino, nel quale “si scorgono le ambizioni di una nazione pronta ad assumersi, nel campo della difesa, responsabilità crescenti e coerenti con il suo peso economico”.

Tutti concordi, infine, nell'indicare il terrorismo islamista come la minaccia del momento.

Per Camporini, però, “il problema del terrorismo è ingigantito da noi europei, essendo più un evento interno al mondo musulmano, che vive una situazione uguale a quella che l'Europa conobbe nel 1620 con le guerre di religione”.

Per Antonio Selvatici - (suo il libro : Moriremo cinesi? – 2016) , invece, occorre distinguere tra minaccia alla sicurezza e minaccia economica: “ I cinesi hanno recentemente dato inizio, in Nicaragua, alla costruzione di un canale alternativo a quello di Panama ed hanno stanziato circa 4 miliardi di euro per la costruzione di una nuova via della seta, che terminerà al porto di Venezia (per il quale hanno già stanziato ben due miliardi di euro). Ormai detengono il controllo di Porto Said, del Pireo e di Gibuti, e la loro presenza in Africa, soprattutto in quella sub-sahariana, non è estranea alle tensioni anche sociali che si stanno sviluppando in quell’area, migrazioni comprese ”.

A fine incontro, tutti concordi nel confermare l'importanza per l'Europa di un Medioriente stabile e di rapporti collaborativi con la Russia, oltre l'urgente bisogno di una generazione di politici, che siano veri “leader”, dotati cioè di una visione politica di lungo termine sulle sfide che ci aspettano.

Strada obbligata se si vuole evitare che l'Europa di domani si trovi - per dirla ancora con le parole di Camporini - “nella stessa situazione degli Stati italiani del 1848, i quali avevano Istituzioni e condizioni di vita all’avanguardia, ma non erano padroni dei propri destini, che venivano decisi altrove, nelle principali capitali Europee dell'epoca”.

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