Forze Speciali: maneggiare con cura

(di Paolo Palumbo)
30/03/16

Per gli addetti ai lavori la guerra in Afghanistan combattuta dalle nostre Forze Speciali rimane per molti versi un mistero, giacché lo Stato Maggiore ha dosato con attenzione l’intervento dei mezzi di informazione per evitare fraintendimenti o la diffusione di notizie mendaci. In certi casi il silenzio mediatico può essere una saggia decisione, tuttavia non ci si deve poi lamentare se, per amor di notizia, qualche giornalista intraprendente è tentato ad inventare di sana pianta o travisare qualche avvenimento. La chiarezza – non troppa nel caso di operazioni speciali – è un ottimo rimedio anti fandonie. Un altro discorso riguarda la letteratura tout court dove un avvenimento serve da sfondo a storie più o meno appassionanti che coinvolgono i lettori su diversi livelli: in questo caso non ci sono libri che trattino degnamente la Task Force 45, e nemmeno racconti romanzati – per fortuna – che parlino delle imprese dei nostri ragazzi. Trattando certi argomenti, infatti, il pericolo di sproloqui è sempre in agguato e nessuno tra gli “specialisti” vuole correre il rischio di incorrere in errori. In diverse occasioni, le nostre Forze Armate sono cadute vittime più o meno consapevoli dei mass-media, per non parlare poi delle Forze Speciali.

Reparti come il 9° Reggimento Col Moschin o gli incursori della Marina Militare si sono sempre trovati in bilico tra la necessità di far conoscere il loro valore e l’obbligo di mantenere un doveroso riserbo su quello che fanno. Non è una posizione comoda, ma neppure un rebus irrisolvibile e per questo prendo come esempio l’egregio lavoro svolto dal Col Moschin che negli ultimi anni è emerso, con le dovute precauzioni, da una serie di malintesi mediatici che laceravano la sua identità trasformandolo in un’accozzaglia di “Rambo” senza pietà o in professionisti sovra pagati e sotto utilizzati. In questo senso, gli sforzi compiuti dai comandanti sono stati molti e non sempre gratificati: malgrado le aperture del reggimento, qualche malfidato, ha continuato ad inventare storie sull’operato delle Forze Speciali, ma a questo i nostri ragazzi sono purtroppo abituati.

L’immagine del soldato italiano in missione è sempre stata oggetto di critiche o luoghi comuni che hanno radici molto profonde, difficili da sradicare soprattutto quando provengono dall’estero. Banalità e dicerie puntualmente smentite dalla condotta impeccabile dei militari – e non solo dagli operatori delle Forze Speciali – i quali, come sempre, hanno svolto il loro lavoro con bravura, senza essere secondi a nessuno.

Gli incursori del Col Moschin e quelli del G.O.I. sanno il fatto loro, hanno capacità assolute in ogni ambito e la loro competenza e formazione è presa d’esempio anche da reparti più blasonati (o meglio pubblicizzati) come i SEAL o i Beretti Verdi. Eppure qualcuno insiste ancora a fornire un’immagine del milite italico, infarcita di luoghi comuni che fanno male a chi – scevro da ogni volontà di indagare più approfonditamente – preferisce fruire passivamente di quanto stampa e televisione propinano giornalmente. Questa sera su Canale 5 partirà una fiction intitolata Task Force 45: fuoco amico, interpretata da una tale Megan Montaner (notificata come “famosa” dagli appassionati di soap opera) e Raul Bova, immancabile “belloccio” della situazione. Non sono un critico cinematografico, sebbene la quantità di film di guerra digerita negli anni sia stata abbondante, e lascio ad altri la discussione su dettagli – forse meno importanti – circa le uniformi e gli equipaggiamenti. Quello che sconvolge è la traccia narrativa anticipata su diversi blog o siti internet: l’amore tra il capitano delle Forze Speciali e l’afghana, il paventato tradimento della squadra, l’inseguimento dei nostri servizi segreti e un’improbabile finale eroico del paladino innamorato.

Con una trama del genere torniamo indietro di almeno Sessant’anni, restituendo al pubblico la solita immagine, trita e ritrita, dell’hollywoodiano Mandolino del capitano Corelli: il soldato italiano deve necessariamente innamorarsi di un’indigena, altrimenti che italiano è? Da un articolo si legge che il personaggio di Raul Bova e la liaison con l’afghana servono a ricordare a tutti che dietro ad ogni soldato c’è anche un uomo; eppure mi sovvengono alla mente altri mille aspetti di un militare che lo identificano come tale, senza far strage di cuori in terra straniera.

La Task Force 45 era un’unità speciale dannatamente seria e se c’è una cosa sulla quale insistere è la totale assenza di qualsiasi “anima” complottista che regola le operazioni speciali. Il pericolo per chi stava li era di altra natura, e i “fratelli” che combattevano insieme avevano ben altre cose per la testa che innamorarsi delle afghane o difendersi dai servizi segreti (che dimostrano ben altre qualità). Un incursore che tradisce il suo compagno è degno della trama di un film di fantascienza - o meglio di orrore - e denota una totale assenza di informazione sia sull’ambiente militare, sia su quello delle Forze Speciali. Questo lo dico a beneficio di quanti vogliono continuare a dire la verità sui nostri operatori i quali, per natura, non amano i riflettori, ma sono disposti ad aprirsi a chiunque voglia riportare la verità senza il bisogno di costruire per forza sensazionalismi o scoop. Per chiunque si avvicini a quel mondo, anche se spalleggiato da produzioni filmiche che nulla temono, è bene che lo faccia con rispetto e amore del vero; anche perché per raccontare qualcosa di straordinario sugli incursori del 9°, credetemi, non occorre inventare nulla.

La fiction di Mediaset è un trionfo del luogo comune tutt’altro che innocuo, anche perché queste produzioni vagano sulle emittenti europee (visti i bassi costi) corroborando un’immagine dei nostri militari che molti “inconsapevoli” danno per scontata. L’intreccio del racconto di Fuoco amico è dunque lesivo (persino nel titolo) e mostra un preoccupante disinteresse su quale possa essere il risultato finale, non solo in termini di audience. Quando si trattano certi argomenti bisognerebbe capire il messaggio finale che si vuol dare.

Per anni si è taciuto su cosa fossero le nostre Forze Speciali e se un romanzetto come Fuoco amico vuol significare una nuova apertura mediatica, allora forse conviene rientrare nell’ombra.

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