Decisioni impopolari

(di Paolo Palumbo)
08/02/17

Il neo eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha improntato la sua campagna elettorale confidando sull’eterno “bisogno di sicurezza” che assilla il popolo americano dopo l’11 settembre. La politica estera del suo predecessore, giudicata debole e inconcludente, ha pesato sul destino di Hillary Clinton la quale, a dire il vero, non ha mai mostrato particolare forza, malgrado i sondaggi l’avessero giudicata la candidata vincente. Ora Donald Trump è una realtà e con buona pace del mondo “radical chic” americano (Hollywood compreso) ci si deve fare i conti.

A quanto pare, dal 2017 in avanti, assisteremo alla rinascita di un’America diversa, ma soprattutto più sicura, con migliaia di immigrati fermi alle frontiere in attesa di un visto o di un lascia passare per la terra in cui “ogni sogno può diventare realtà”. L’Immigration Executive Orders firmato dal presidente ha suscitato l’indignazione di tutto il mondo ed anche un’offensiva legale nei suoi confronti da parte di cinque Giudici Federali, i quali hanno bloccato l’ordine bollandolo come anti costituzionale. Trump e il suo entourage hanno reagito accusando i giudici di mettere pericolo la sicurezza nazionale, dando un pericoloso “via libera” ai terroristi provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen1.

Il congelamento delle frontiere ha creato dei disguidi di natura tecnica, ma soprattutto ha aperto diversi casi “morali” i quali sono serviti da carburante per il largo fronte anti-presidenziale. Guardando oltre però la domanda che in molti si fanno è se sia questa la strada giusta per fermare i terroristi? In poche righe postate sulla sua pagina Twitter, il presidente americano ha parzialmente giustificato la sua mossa mettendo in guardia l’opinione pubblica su quanto era accaduto in Europa, in particolare in Francia e in Belgio, ma anche in Germania schernendo Angela Merkel e la sua strategia dell’accoglienza. Il suo giudizio però, soprattutto agli occhi di un europeo, è apparso alquanto superficiale, poiché associava due concetti – immigrazione/terrorismo – che non sono affatto collegati, finanche quando si parla di immigrati irregolari. Il nesso tra i due fenomeni viaggia certamente su una linea di demarcazione molto sottile, tuttavia per la minaccia jihadista è solo un problema marginale attraversare un confine anche perché i musulmani che intraprendono il sentiero dell’estremismo sono cresciuti e vivono all’interno del paese già da diverse generazioni. La decisione di Trump sembra più che altro una reazione rabbiosa verso la politica del suo predecessore il quale, pur moltiplicando gli attacchi dei droni, aveva privilegiato interventi di tipo sociale, intervenendo sulle motivazioni che spingevano un musulmano nelle braccia dell’ISIS o dello Stato Islamico.

Boaz Ganor – direttore israeliano dell’International Insitute for Counter Terrorism e consigliere di Benjamin Netanyahu – ha commentato alcuni punti della possibile strategia Trump nei confronti dei terroristi, senza prevedere una reazione di tale portata. Lo stesso Ganor ribadisce che ogni azione contro lo Stato Islamico e i suoi affiliati, per quanto dura possa sembrare, è una buona scelta, ciò nondimeno ricorda al presidente Trump di “must to be careful not to dismiss efforts to address the motivation behind terrorism as well, and he must find other new and more useful ways to harness the silent and pragmatic Muslim majority to deal internally with the dangerous element growing within Islam2. Ganor sposa dunque, con prudenza, la teoria espressa da Obama il quale aveva tracciato una netta cesura tra l’Islam tout court e il terrorismo: una propaganda che certamente è costata le elezioni ai democratici. Più che altro il direttore del centro israeliano ribadisce il concetto fondamentale della “multidimensionalità” della lotta agli islamisti, soffermandosi sulla necessità di un impegno a 360° con l’aiuto di tutto il mondo occidentale e non solo.

In linea di massima l’executive order di Trump è coerente con le sue promesse elettorali, ancorché nasconda dei gravi errori di valutazione e una certa superficialità. In un recente articolo apparso su Foreign Affairs dal titolo The Wrong Way to Stop Terrorism, gli autori documentano, prove alla mano, quanto gli autori degli ultimi misfatti, siano un caso scollegato dall’immigrazione considerandoli piuttosto un effetto della radicalizzazione, discriminazione e mancata assimilazione3. Ciò è parzialmente vero, ma se noi tracciamo l’identikit di altri terroristi che hanno agito da soli (Lone Actor Terrorism) o in piccoli gruppi sulle strade delle città europee, ci accorgiamo che la categorizzazione è un gioco molto rischioso e fuorviante. Non dimentichiamo poi che ci sono numerosi musulmani che hanno varcato i confini europei ed americani per creare attività, lavoro, rispettare regole e religione e coloro che si radicalizzano – fortunatamente – restano pur sempre una minoranza.

L’altra polemica sollevata dal provvedimento Trump riguarda i nomi dei paesi trascritti sulla lista “nera” e il fatto che nessun atto terroristico degli ultimi anni partisse da uno dei paesi in oggetto. Gli interrogativi si allargano poi sul perché nella black list non sia stata inserita l’Arabia Saudita colpevolizzando il bieco opportunismo presidenziale giacché “are ones in which Trump in his private capacity has done business or sought to make deals”4. Forse in molti dimenticano che sia Obama, sia i suoi predecessori hanno sempre adottato una politica di convenienza nei confronti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi; è troppo semplice puntare il dito contro Trump, sarebbe riduttivo, l’analisi semmai dovrebbe coinvolgere la politica americana nel suo insieme5. Bill Clinton, George W. Bush, fino a Barak Obama si sono guardati bene da stroncare i rapporti con il paese responsabile di essere il primo stato finanziatore del terrorismo, mascherato da alleato. Lo stesso discorso, ma per opportunità diverse, tocca l’Egitto e il Libano.

Se la politica contro il terrorismo di Trump nasconde delle insidie, la sua analisi storica del confronto Occidente/Islam lascia intravedere una percezione un po’ annebbiata del problema. In un suo discorso il presidente americano equipara la Guerra Fredda alla lotta al terrorismo rifacendosi ad una presunta “lotta ideologica”6. Oltre ad essere anti-storico, l’accostamento di Trump è un segno tangibile della sua visione distorta sulle motivazioni che animano i terroristi. In primo luogo la Guerra Fredda è stata una lotta tra due Stati, legittimamente eletti, amministrati da due modelli politici contrapposti tra i quali però esisteva un barlume di dialogo. Questo è un fatto sostanziale poiché dimostra che, i rapporti tra le due superpotenze, erano regolati da qualcosa che andava ben oltre la paura del nucleare, vale a dire una sorta di etica politica che li spingeva comunque a cercare una forma di comunicazione scongiurando l’Armageddon. America e Unione Sovietica sono sempre stati nemici “convenzionali”. La diplomazia, il dibattimento come la contestazione, il rispetto di certi valori sono concetti avulsi dal modus operandi del terrorismo islamista, ma soprattutto non esiste una realtà statuale con la quale confrontarsi. Al Qaeda, piuttosto che lo Stato Islamico, sono considerate organizzazioni terroristiche apocalittiche, alle quali non interessa sedersi ad alcun tavolo di trattativa poiché il loro obiettivo non include alcun genere di compromesso.

Trump appoggia Assad strizzando l’occhio a Putin in funzione anti ISIS e nel contempo adotta una politica più rigida nei confronti dell’Iran. È certamente troppo presto per lanciare dei giudizi trancianti nei confronti della politica estera della nuova amministrazione, sarebbe affrettato e poco corretto, ciò nondimeno dobbiamo cogliere alcune contraddizioni le quali – è bene sottolinearlo – non sono una prerogativa di Trump. Resta il fatto che le prime mosse contro il terrorismo appaiono un po’ confuse, sebbene tra terroristi, immigrati e rifugiati non ci siano dubbi su chi abbia effettivamente ragione.

1 Alan Yuhas, Mazin Sidahmed, It is a Muslim ban? Trump’s executive order explained, The Guardian, 31 gennaio 2017, URL: https://www.theguardian.com/us-news/2017/jan/28/trump-immigration-ban-sy...

2 Boaz Ganor, A New Counter-Terrorism Doctrine for President Trump, ICT Publications, 15/01/2017, URL: https://www.ict.org.il/Article/1909/a-new-counter-terrorism-doctrine-for...

3 Adida, Claire L., David D. Laitin, and Marie-Anne Valfort. "The Wrong Way to Stop Terrorism." Foreign Affairs. 7 Feb. 2017. Web. 7 Feb. 2017.

4 Paul R. Pillar, “Trump’s Incoherent Anti-Terrorism Policy”, Consortiumnews, 30 January 2017, URL: https://consortiumnews.com/2017/01/30/trumps-incoherent-anti-terrorism-p...

5 Newsteam Staff, “U.S. Saudi Relations, CFR Backgrounder, April 21, 2016 URL: http://www.cfr.org/saudi-arabia/us-saudi-relations/p36524

6 David E. Sanger, Maggie Habermann, “Donald Trump’s Plan Mixes Cold War Concepts and Limits on Immigrants”, The New York Times, August 15, 2016, URL: https://www.nytimes.com/2016/08/16/us/politics/donald-trump-terrorism.ht...

(foto: web / ABC.es)

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