La NATO, 70 anni e non sentirli (o quasi...): la parola al generale Nordio, rappresentante militare italiano a Bruxelles

(di Andrea Cucco)
11/12/19

Il generale di squadra aerea Roberto Nordio, già sottocapo di stato maggiore della Difesa, è il rappresentante militare italiano presso i Comitati Militari della NATO e dell’Unione Europea a Bruxelles dal novembre 2018. In un periodo in cui l'Alleanza è sottoposta a bilanci, rivalutazioni o critiche lo abbiamo intervistato per avere un punto di vista autorevole e tutto sommato inusuale: dall'interno.

Generale, la NATO ha compiuto 70 anni. È ancora utile?

Certamente. E non tanto perché ha dimostrato di saper garantire decenni di pace in Europa, adattandosi sempre alle nuove esigenze e alle nuove sfide alla sicurezza, contribuendo a stabilizzare aree critiche all’interno e all’esterno della regione euro-atlantica. Quanto, soprattutto, perché resta – specialmente per i Paesi Europei – il baluardo unico della sicurezza. In breve, la NATO è ancora un’alleanza politico-militare fondamentale e un foro di discussione e confronto privilegiato e unico. Nella sala del Consiglio della NATO c'è l’iscrizione latina “Animus in consulendo liber”, cioè "ci si consulta con spirito libero". In quelle parole c’è davvero l’essenza dell'Alleanza, che va oltre il peso politico e gli interessi degli Stati membri.

All’alba del 2020, la NATO costituisce il tramite unico che assicura il legame transatlantico ed uno spazio di sicurezza unitario tra Stati Uniti ed Europa. A dispetto delle divergenze e dei contrasti che talvolta emergono fra Alleati, come si è visto nella storia di questa organizzazione, tale raccordo o “coupling strategico” è un valore da preservare, ancora condiviso su entrambe le sponde dell’Atlantico. Concetti, questi, riaffermati di recente anche dai nostri Vertici Istituzionali.

Nel recente Summit NATO di Londra, quali sono le nuove sfide alla sicurezza discusse e le difficoltà incontrate?

I capi di Stato e di Governo dell’Alleanza hanno sancito la necessità di affrontare in modo nuovo e deciso le minacce alla sicurezza internazionale che sono diverse, complesse, difficili da affrontare, in continua (e rapida) evoluzione e, soprattutto, sfuggono agli schematismi del passato, necessitando di un approccio “a 360 gradi”. Sono stati affrontati temi delicati quali gli attacchi cibernetici, la sicurezza delle infrastrutture e delle telecomunicazioni (compreso il famoso “5 G”), le sfide energetiche e le cosiddette “disruptive technologies”, o tecnologie dirompenti. Importante è stato il riconoscimento dello “Spazio” quale quinto dominio operativo. Ma si è parlato anche di terrorismo internazionale, di minacce convenzionali, nucleari e “ibride” e dell’espansionismo economico di Paesi quali la Cina. Aspetto, quest’ultimo, che costituisce una sfida, ma anche un’opportunità.

Il Vertice di Londra ha poi offerto l’opportunità per ribadire alcuni principi fondamentali: la NATO è un’Alleanza difensiva, che non pone minacce ad alcuno Stato; inoltre, è stato confermato l’impegno in tutte le missioni e operazioni in corso, così come resta valida la politica della “porta aperta” e la ricerca continua del dialogo con diversi Paesi partner e non.

Difficoltà? Be', lei comprenderà che, su temi così epocali, non sia sempre facile raggiungere un accordo, specialmente in un’Alleanza di 29 Stati. Ma è altrettanto vero che è impensabile per qualunque Paese tentare di affrontarli da solo. Questo Summit, come altri in passato, ha confermato che soltanto uniti – pur in presenza di culture, situazioni politiche e interessi diversificati – si potranno sostenere sfide di questa portata, che non hanno precedenti nella storia dell’umanità.

Come si sta adattando la NATO per far fronte alle nuove esigenze?

Ha usato una parola fondamentale: “adattamento”, alla quale aggiungerei “trasformazione continua”. Nel segno delle “tre R” (Responsiveness, Readiness e Reinforcement, ossia Reattività, Prontezza di Impiego e Rinforzo), la NATO ha assunto decisioni per accrescere la “cultura della prontezza”.

È in atto una più equa ripartizione degli oneri tra gli Stati membri, secondo la nota triade “Cash, Capabilities and Contributions” (fondi, capacità e contributi in operazioni), che procede in parallelo alla profonda modernizzazione della struttura di comando militare, che comprende la velocizzazione del processo decisionale politico-militare, un aspetto che sarà sempre più determinante in futuro. Il rafforzamento della deterrenza e la difesa dell’Alleanza rivestono un ruolo primario, oltre alla pianificazione della stabilità regionale oltre i suoi confini.

È stata rinforzata la difesa informatica (con l’istituzione di un centro per le operazioni cyber) e la presenza ad est, ove sono già presenti alcuni battaglioni multinazionali.

I Leader della NATO, in particolare, hanno confermato l’approccio alla Russia su due binari: difesa e dialogo.

Importante è stata ed è l’intensificazione della lotta contro il terrorismo. Infine - come ricordato dal nostro Ministro della Difesa al Meeting di Berlino sulla sicurezza – è stata riconosciuta la necessità di una cooperazione più stretta tra NATO e Unione Europea.

Come si colloca l'Italia in questo quadro geopolitico in evoluzione?

L’Italia è il secondo Paese contributore – dopo gli Stati Uniti – in termini di forze impiegate in operazioni e missioni NATO. Siamo presenti – con Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri – nelle principali operazioni (Resolute Support in Afghanistan, KFOR in Kosovo, Sea Guardian nel Mediterraneo, NATO Training Mission in Iraq). Senza dimenticare l’attività di deterrenza che svolgiamo in Lettonia, nell’ambito del battlegroup multinazionale guidato dal Canada, al confine orientale dell’Alleanza. Ci stiamo impegnando a fondo per il Sud, ove l’Alleanza Atlantica ha accresciuto la propria attenzione, a causa dei nuovi rischi provenienti da quel fianco: conflitti e instabilità regionali in Medio Oriente e Nord Africa.

Un dato rilevante sotto il profilo politico è la decisione, assunta nel marzo del 2017, di istituire un centro (detto “Hub”) per la direzione strategica a Sud, ora operativo presso la base Nato di Napoli. Esso affronta i problemi della sponda sud del Mediterraneo cercando di comprenderne le cause e le dinamiche, così da poter indirizzare le scelte dell’Alleanza sulla base di informazioni certe.

L’Italia continua ad essere un attore chiave nel contesto NATO. Non a caso nel 2020 ospiterà alcuni importanti eventi, che costituiranno un’occasione importante anche per l’immagine del nostro Paese.

Veniamo al suo ruolo attuale alla NATO. Qual è stato il momento più emozionante?

Le confesso che trovo emozionante, in sede di Comitato Militare (composto da 29 generali e ammiragli che rappresentano ciascuno il loro Paese), quando si raggiunge il consenso su questioni importanti che riguardano la sicurezza di milioni di persone. Poter contribuire attivamente al conseguimento di obiettivi di comune interesse è sempre gratificante, sia da un punto di vista professionale che umano. Ricordo dibattiti accesi e trattative complesse sullo sviluppo di pianificazioni e operazioni che hanno portato – dopo lunghe trattative – a soluzioni vincenti. In quelle occasioni si osserva come il confronto di idee, di punti di vista diversi, nel rispetto reciproco, è sempre fonte di arricchimento. Ecco, quando si dice che la NATO difende i valori democratici si intende proprio questo: la cultura del dialogo e del confronto che ha la meglio sulla logica della contrapposizione. Far vivere questi valori negli scambi quotidiani può essere emozionante.

Poi, se me lo consente, ho provato una grandissima soddisfazione (ed emozione) quando in Islanda, l’ottobre scorso, ho assistito alla prima missione operativa dei nostri F-35 del 32° Stormo di Amendola, nell’ambito delle attività di Air Policing della NATO per garantire la difesa dello spazio aereo islandese. Un’opportunità nella quale sono state testate le capacità operative del velivolo, la logistica di proiezione e l’impiego in un contesto operativo, climatico ed ambientale inusuale.

Mi piace sottolineare che l’Italia è stato il primo Paese dell’Alleanza ad impiegare un assetto F-35 in un’operazione NATO. È stato davvero un grande momento.

Come vede l'impegno del personale italiano al Quartier Generale della NATO, in relazione alle altre Nazioni e quali sono gli insegnamenti per le nuove generazioni di ufficiali?

Lavorare in un ambiente internazionale è sempre altamente stimolante. Alla NATO in particolare. È anche una sfida continua.

Rappresentare il nostro Paese nel più alto consesso militare mondiale è una grande responsabilità, a qualunque livello. Abbiamo ufficiali che partecipano attivamente allo studio e all’elaborazione di piani complessi nello Staff Militare Internazionale del Quartier Generale. Altri, che prendono parte a lavori di gruppo nei quali rappresentano direttamente il Paese e portano avanti progetti e istanze nazionali. Lì sono richieste capacità di negoziazione elevatissime, oltre alla preparazione professionale specifica e ad un’ottima conoscenza della lingua inglese. Inoltre, vorrei sottolinearlo, trattano materie sempre più complesse e delicate che hanno a che vedere con le risposte alle minacce alla sicurezza di cui ho parlato poc’anzi. Seguo costantemente il loro lavoro, li osservo interfacciarsi col personale omologo delle altre Nazioni e li vedo migliorarsi come professionisti. Per guadagnarsi il rispetto in quest’ambito si deve essere preparati e lavorare duro.

Nel futuro avremo bisogno di ufficiali ancor più preparati e specializzati. Per questo motivo, con lo stato maggiore della Difesa, abbiamo intrapreso un percorso formativo grazie al quale gruppi di ufficiali delle varie Forze Armate si affiancano periodicamente al personale italiano alla NATO per comprendere le dinamiche e le difficoltà di operare a questi livelli.

Quanto influisce sui giovani l'assenza in Italia (al di là dei proclami di rito) di una Cultura (corretta, magari cruda, ma fedele) della Difesa?

Guardi, non direi che in Italia ci sia una totale assenza di una cultura della Difesa. Però quando si affrontano temi delicati quali “difesa e sicurezza” si evocano questioni cruciali, che toccano il cuore della sovranità e dell’interesse nazionali.

Confrontandomi con colleghi di Paesi diversi – Europei e non – noto che la carenza di formazione su questi temi è diffusa.

Ciò che mi sento in dovere di dire è che non si può considerare la Sicurezza come marginale rispetto agli altri ambiti dello Stato. La pace si costruisce ogni giorno, non è un bene scontato.

Dall’osservatorio in cui mi trovo, l’evidenza dei rischi cui l’umanità va incontro è tale da far riflettere sull’urgenza – sottolineo il termine “urgenza” – di informare i giovani sulle grandi sfide della modernità e della globalizzazione. La NATO, in questo senso, sta realizzando progetti tesi proprio a sensibilizzare i ragazzi sulle minacce che incombono sul loro futuro.

La comunicazione, l’informazione e la formazione sui temi di sicurezza energetica, sulle sfide climatiche e le loro conseguenze, sull’avvento di tecnologie distruttive e la difesa cibernetica – per fare solo alcuni esempi – sono fondamentali per preparare i giovani e l’opinione pubblica. La “resilienza”, di cui oggi tanto si parla, è una capacità che va appresa ed esercitata attraverso la conoscenza.

Oggi esistono tali e tanti mezzi per apprendere e formarsi ad una cultura della sicurezza da non giustificare più l’ignoranza. Le sfide che ci attendono sono imprevedibili ed epocali. Tutti, non solo i militari, devono prepararsi.

Foto: Aeronautica Militare / NATO

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