Scacco al re: nel Mar Baltico la Russia ha commesso enormi errori geostrategici e politici

(di David Rossi)
22/06/22

Permettetemi di parafrasare Rhett Butler e di affermare che, a differenza di altri analisti, ritengo che della questione del così detto “blocco lituano di Kaliningrad” possiamo francamente infischiarcene. Intendiamoci: non è che sia stata in qualche modo ingigantita, presentandola per una minaccia alla sicurezza in Europa che non è… Al contrario, perché stiamo fissando la cima di un iceberg, che dovremmo guardare nella sua interezza perché dal punto di geopolitico e geostrategico è di proporzioni colossali. Ma andiamo per ordine…

Da almeno quindici anni il Cremlino ha posto l’allargamento della NATO nell’Europa nord-orientale come la prima preoccupazione geopolitica per la Russia e giustificazione di ogni intervento in senso revisionistico del quadro politico e militare uscito dal crollo del sistema sovietico. Eppure, possiamo imputare proprio a Vladimir Putin, al culmine di anni di aperte minacce ai vicini neutrali nell’area balto-scandinava, più precisamente a Svezia e Finlandia, di aver causato al fianco nord-orientale del sistema militare russo più danni di una guerra persa.

Se la Finlandia era stata un vicino duttile dell’ex URSS, la presenza di uno Stato, la Svezia, neutrale e non allineato, oltre che dotato di un formidabile sistema di difesa, non era stata mai contestata neppure dalla Germania nazista né dall’Unione sovietica: non ci vuole molto a capire perché… In un mare stretto e privo di acque internazionali, com’è appunto il Baltico, per poter trasportare merci, ma anche per poter proiettare la propria potenza, è necessario che ci sia un Paese egoisticamente interessato solo a non essere disturbato nel proprio quieto vivere, qual era stata la Svezia per decenni.

Se Stoccolma non è più una porta girevole, che non nega mai il consenso al transito nelle due direzioni di portacontainer e incrociatori, ma anche di caccia in volo verso il Mare del Nord, allora si creano le condizioni per una paralisi delle forze navali e aeree. Ne risentono anche ii collegamenti commerciali della Federazioni russa fra due oblast affacciati sul Mar Baltico, cioè quello di Kaliningrad con l’omonima capitale e quello di Leningrado con capitale San Pietroburgo, ma anche e soprattutto dai due oblast verso il resto del mondo. È vero: esistono porti russi nella regione artica, ma sono poco agevoli, spesso ostacolati dai ghiacci ma soprattutto impongono un folle periplo della penisola scandinava.

Che dire, poi, delle forze navali che potrebbero rimanere bloccate a Kaliningrad ma soprattutto a San Pietroburgo senza possibilità di uscire, a meno di forzare quello che è nei fatti un blocco autoimposto?

In un quadro di sanzioni internazionali applicate alla Russia, pare ovvio che ogni nave possa – anzi debba! – prima o poi essere oggetto di ispezione prima o durante il transito attraverso le acque territoriali di Paesi NATO, come i Baltici, la Polonia e la Danimarca, o Paesi “bullizzati” dalla Russia come, appunto, Svezia e Finlandia. Sì, perché di una vera e propria folle “bullizzazione” si è trattato…

Prima ancora di Euromaidan e dello scoppio della guerra del Donbass, il Cremlino aveva rafforzato la base di Kaliningrad e, con discrezione, fatto sapere al mondo che con buone probabilità vi aveva collocato anche dei missili nucleari; poi, come se non bastasse, aveva simulato bombardamenti nucleari della Svezia nel corso delle esercitazioni russe del 2013, oltre a lanciare ripetuti attacchi cyber e a una serie infinita di violazioni dello spazio aereo con aerei da caccia e bombardieri.

Così, all’indomani del 24 febbraio, quella Svezia neutrale ed egoista che – secondo una logica razionale – avrebbe fatto comodo alla Federazione russa e l’avrebbe servita né più né meno di come aveva fatto con la Germania nazista e l’Unione sovietica, era in preda al terrore. Sì, la politica del mostrare i muscoli ai neutrali per impressionarli – attuata anche verso Finlandia e Irlanda – alla fine ha sortito l’effetto contrario: la Russia ha fatto la figura dell’uomo geloso che per punire la moglie un po’ troppo allegra si evirò… Sì, perché di questo trattasi: San Pietroburgo, che nella Federazione russa vale ben più di Kaliningrad, è la vittima illustre di tutto questo disastro.

Se i Paesi rivieraschi imporranno il blocco al transito o ispezioni obbligatorie alle navi russe, che cosa potrà fare Mosca? Gonfiare il petto e tirare dritto?

No, si tratterebbe di una violazione degli Stati NATO o, nel caso di Svezia e Finlandia, di due Paesi la cui sicurezza per adesso è garantita direttamente da Washington e Londra.

Per San Pietroburgo, le cose potrebbero andare decisamente male col “Porto Grande” costretto a illanguidire per l’impossibilità di far transitare merci a meno di non accettare, appunto, delle ispezioni.

Tornando su Kaliningrad, il problema di quest’oblast va ben oltre quanto letto sui giornali: alle condizioni attuali, i suoi abitanti difficilmente avranno il riscaldamento per l’inverno e i pezzi di ricambio per infrastrutture strategiche. Messe così le cose, Mosca dovrebbe o imporre un ponte aereo o valutare l’ipotesi di trasferire la popolazione più a Est.

Che dire, infine, della Flotta del Baltico? Se la Russia vorrà cominciare una guerra convenzionale, secondo le analisi più recenti le sue navi da guerra su questo fronte potrebbero diventare… dei sottomarini, loro malgrado, dato che sia Kaliningrad sia San Pietroburgo sarebbero facili bersagli rispettivamente dalla Polonia e dalla Finlandia.

Insomma, un Paese di grandi scacchisti, com’è la Russia, a forza di mosse sbagliate si trova col re sotto scacco. Reagisce minacciando, come avevano fatto fin dall’inizio contro la Svezia e la Finlandia, alienando il vantaggio di avere due vicini neutrali pur di mostrare il petto gonfio.

Infine, cerchiamo di inquadrare bene di che cosa si parla… L’oblast di Kaliningrad ha una superficie di 15.000 chilometri quadrati, più o meno quanto la Calabria, ma con meno della metà della popolazione della regione più meridionale della Penisola. La regione ha una forma triangolare, ovviamente non perfetta, con un lato affacciato sul Mar Baltico per 145 chilometri, sul lato occidentale, e due lati confinanti con l’Unione europea. Quella che per i media occidentali è spesso indicata come una enclave russa in Europa, per Mosca è in realtà una exclave, il cui capoluogo è distante 800 chilometri in linea d’aria da San Pietroburgo e 500 dalla “sorella” Minsk. In realtà, la distanza fra il “Mondo russo”, che comprende la Bielorussia, e questa exclave è di circa 220 chilometri, quelli dell’autostrada A7 – e della vicina linea ferroviaria – che dal confine bielorusso passando per Vilnius, la capitale lituana, arriva fino alla frontiera dell’oblast. Duecentoventi chilometri sono, per capirsi, poco più della distanza fra Milano e Bologna.

Il Mar Baltico ha una lunghezza di circa 1.600 chilometri, più o meno il doppio di quella – a volo d’uccello – fra Bologna e Reggio Calabria, mentre la larghezza media è di 190 chilometri, all’incirca quanto la distanza fra Ostia e Pescara.

In una situazione del genere, chi te lo fa fare di inimicarti tutti? Se pensi “molti nemici, molto onore”, non sei molto onorevole, ma solo molto sciocco.

Foto: web / U.S. Naval Forces Europe-Africa / Cremlino

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