Saluto ad un generale speciale

(di Paolo Palumbo)
17/08/22

Se l’Italia onorasse degnamente i suoi soldati questo sarebbe un Paese diverso; se al posto di celebrare falsi miti, concentrarsi su facezie modaiole si iniziasse a gridare forte il nome di chi, per questo stolto Paese, ha fatto davvero qualcosa, allora potremmo dirci fieri di essere italiani. Sappiamo tutti che non è così: consapevoli di un patriottismo da domenica allo stadio e vittime di un mondo necessario, ma senza valori. Esistono però uomini il cui nome non suscita clamori, ma che per questa nazione hanno fatto molto, indossando una divisa e donandosi, anima e corpo, per svolgere il proprio dovere. Uomini come fu il generale Franco Monticone, astigiano di nascita, comandante incursore del Nono “Col Moschin” dal 1978 al 1980 e poi comandante della brigata paracadutisti Folgore dal 1988 al 1991.

Gli anni in cui Monticone fu comandante del “Col Moschin” non furono affatto semplici: l’Italia stava ancora facendo i conti con il terrorismo delle Brigate Rosse e respirava ancora l’aria di terrore successiva all’assassinio del presidente Moro. In quel periodo, i militari dei corpi speciali – misconosciuti dai più anche all’interno delle Forze Armate – svolsero il ruolo di sentinelle silenziose: presenti, ma con discrezione. Così voleva il governo e la stessa opinione pubblica italiana, sempre un po' diffidente nei confronti della divisa e del basco amaranto. Erano anni in cui le forze speciali italiane stavano acquisendo una maggiore consapevolezza su quella che era la loro importanza e specificità, ma soprattutto sapevano che per raggiungere un livello di operatività ottimale bisognava lavorare duramente. Gli americani godevano di un vantaggio su tutti: l’esperienza in Vietnam li aveva resi “primi della classe”, anche nei fallimenti. Pochi ufficiali e sottufficiali del Col Moschin pensarono allora di assorbire, migliorare, ma soprattutto adattare al nostro contesto il grosso bagaglio di conoscenza maturata in anni di addestramenti al loro fianco. Monticone fu uno di quelli, essendo lui il padre dell’impiego speciale, una delle dottrine operative fondanti che contraddistinguono l’eccellenza del Nono da qualsiasi altro reparto dell’esercito. Il terrorismo, infatti, insegnò al mondo che non esistevano più regole e come fosse letale sfidare dei fanatici seguendo le classiche procedure di polizia. Occorrevano persone destinate, appunto, ad un impego speciale, pronti a lavorare in condizioni difficili, dentro a scenari drammatici con la presenza di personale civile ed inerme. Monticone capì che, in questo campo, l’Italia poteva essere un passo avanti avendo già sperimentato – in Alto Adige – la cosiddetta “guerra in mezzo alla gente”.

“In una Direct Action” – spiegò Monticone – “intrapresa contro forze ostili, appartenenti ad un esercito regolare, la violenza veniva veicolata secondo parametri molto alti, questo significava che in un breve lasso di tempo era necessario infliggere al nemico perdite ingenti, in grado di paralizzarlo per lungo tempo. In un contesto equivoco, con civili nelle mani dei terroristi, la misurazione della violenza doveva essere necessariamente controllata, limitata e proporzionata alla natura del pericolo”.

La presenza di ostaggi insieme ai civili pose, dunque, il ruolo dell’incursore di fronte a nuove e più complesse problematiche di natura morale che certamente davano un vantaggio esagerato a chi, invece, faceva del male privo di ogni vincolo morale. Era necessario superare tale barriera: “Queste limitazioni erano superabili soltanto con un intenso ed esasperato addestramento, con esercitazioni a fuoco svolte con munizioni da guerra, con condizioni simili, per quanto possibile, ad una situazione reale”.

Quanto era accaduto alle olimpiadi di Monaco diede una dura lezione alle forze di polizia di tutto il mondo le quali, da quell’anno in avanti, iniziarono a dotarsi di corpi specialmente dedicati a risolvere quelle situazioni. L’Italia ebbe i GIS dei carabinieri dietro ai quali, però, c’erano gli istruttori del Nono battaglione. “Ci fu una rottura con il passato – raccontò Monticone – anche in termini psicologici. Vuoi per il tipo di compito al quale fummo chiamati, vuoi per il raggiungimento di un equilibrio perfetto fra la preparazione al combattimento e la mobilità ambientale. Non ultimo, il reparto dimostrò che le forze speciali avevano una vocazione per mansioni di quel tipo, trovando conferma nel fatto che in molti Paesi le funzioni controterrorismo furono affidate ad unità dell’esercito, anziché alle forze di polizia”. Il pensiero e le azioni di Monticone segnarono dunque un cambio di passo dettato dalle circostanze, prontamente colto dagli addestratori del “Col Moschin”. Indubbiamente gli scambi addestrativi con altri paesi aiutarono molto, ma ricordiamo sempre che si partiva da un livello addestrativo paritario. Come disse una volta il comandante Bertolini: “Grati a tutti, ma debitori verso nessuno!”.

Tutto questo non vuole essere una celebrazione di Marte, solo che troppo spesso siamo abituati a incensare mille aspetti della nostra vita che risultano vincenti in qualsiasi ambito, ma mai quello militare. Tali allori sono rari, riservati a persone morte ormai da decenni e – diciamo la verità – in diverse occasioni provoca fastidio o rigidità tra i benpensanti. Forse sarebbe ora di cominciare a cambiare pagina, parlando di queste “sentinelle silenziose” che, con il loro sacrificio, ci permettono di vivere una vita più tranquilla.

Grazie generale Franco Monticone.

Foto: Erika Monticone

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