Marco Zennaro, un altro connazionale abbandonato

(di Tiziano Ciocchetti)
04/01/22

Dopo 22 mesi di detenzione, lo studente egiziano Patrick Zaki, è stato liberato (anche se non è stato scagionato dall’accusa di propaganda sovversiva). Per tutto il periodo in cui è stato incarcerato l’opinione pubblica italiana, le associazioni umanitarie e il MAECI hanno sollecitato il governo di Al-Sisi perché intervenisse in favore del ragazzo.

Per la cronaca, Zaki non ha la cittadinanza italiana ma stava frequentando un master in studi di genere presso l’Università di Bologna.

Una situazione simile alla vicenda di Zaki è tuttora in essere nella Repubblica del Sudan, a Khartum, dove l’italiano Marco Zennaro è de facto prigioniero, da nove mesi, della giunta militare che governa il Paese. Non può lasciare il Sudan, dove è detenuto agli arresti domiciliari dal giugno scorso, perché è accusato di aver venduto trasformatori elettrici difettosi

Marco Zennaro ha 47 anni, è padre di tre figli e amministra l’azienda di famiglia che produce materiali elettrici nella zona industriale di Marghera, comune di Venezia.

Nel mese di marzo del 2021 gli viene contestata una partita di merce spedita in Sudan. Decide quindi di partire per risolvere la diatriba, non immagina certo che finirà in una prigione. Una volta a Khartum incontra il suo partner commerciale che lo accusa di truffa e chiede un risarcimento in denaro. Zennaro cerca di trattare ma viene sequestrato e bloccato in una stanza di hotel per una settimana.

La famiglia in Italia riesce a racimolare 400 mila euro da dare ad un intermediario in Sudan, tale Ayman Gallabi, che era firmatario della denuncia per frode (in pratica si tratta del pagamento di un riscatto). Pochi giorni dopo, a fine marzo, Gallabi viene ripescato dal fiume Nilo morto annegato e Marco Zennaro viene arrestato dalle milizie del regime militare quando si trova già in aeroporto per il rientro, è il 1° primo aprile 2021. Con l’assistenza di un addetto aeroportuale sono riusciti ad impedire all’imprenditore italiano di prendere l’aereo.

A quel punto gli è stato illegalmente cancellato il visto di uscita ed è stato portato in una stanza dell’area partenze dove è stato trattenuto fino all’arrivo in aeroporto dell’ambasciatore italiano a Khartoum Gianluigi Vassallo, del suo vice il dottor Mangiola e dell’interprete e collaboratore dell’ambasciata Roberto Viganò.

Alle ripetute richieste di chiarimenti rivolte alle autorità aeroportuali sui motivi dell’illegale fermo di Zennaro era stato risposto che erano decisioni “pervenute dall’alto via WhatsApp”.
Non era stato fornito alcun documento scritto che giustificasse il fermo.

A quel punto appariva evidente che era in corso un vero e proprio sequestro di persona. Disgraziatamente il sequestro non appariva evidente all’ambasciatore che continuava a ripetere a Marco Zennaro di non preoccuparsi e che, sulla sua parola, avrebbe preso comunque l’aereo successivo per Istanbul. L’ambasciatore durante quelle successive sette ore ha sottovalutato la situazione e, a costo di un incidente diplomatico, anziché trasferire d’autorità Marco Zennaro nella sua ambasciata e segnalare a chi di competenza a Roma (il ministro Luigi Di Maio magari?) che era in corso un sequestro di persona, è rimasto passivo ad attendere gli eventi, nella migliore tradizione dei funzionari italiani.

Zennaro viene quindi sbattuto in una cella di una stazione di polizia a Khartum e li recluso per 75 giorni, insieme ad altri 30 detenuti, senza la possibilità di usare i servizi igienici e con la possibilità di parlare con l’avvocato di famiglia per pochi minuti a settimana.

Dopo due mesi di trattative le accuse penali vengono a cadere e, a metà giugno, Zennaro viene spostato in un albergo nella zona centrale della capitale. Convinto di poter far rientro in Italia, Zennaro viene assistito dal padre, in quanto la detenzione lo ha fortemente debilitato nel fisico. Tuttavia il Tribunale Civile sudanese ordina il ritiro del passaporto e produce quattro nuovi capi di accusa per frode che danno avvio ad un nuovo processo.

Gli viene chiesto di pagare un milione di euro come risarcimento se non vuole rischiare una nuova incarcerazione. L’imprenditore veneto smette di mangiare e di dormire, ha paura per la sua stessa vita. Il padre viene contattato dai miliziani del regime che gli intimano di pagare la somma richiesta per evitare un nuovo sequestro.

A questo punto interviene, finalmente, il ministero degli Esteri italiano che dispone che Zennaro venga spostato nell’ambasciata italiana di Khartum. Nel frattempo comincia il nuovo processo che però slitta di udienza in udienza da metà giugno ad inizio ottobre.

Entra in gioco anche l’Unione Europea, con la sua solita inefficacia. A giugno, l’europarlamentare Brando Benifei deposita un’interrogazione per aumentare l’attenzione politica sul caso. Un mese dopo, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell (praticamente il vuoto assoluto) risponde: “l’incaricato d’affari della delegazione dell’Ue in Sudan ha lavorato a stretto contatto con il dottor Luigi Vignali (direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, NdA) nell’ultima spedizione di fine giugno per difendere il caso del signor Zennaro dinanzi al ministero degli Affari esteri del Sudan”.

Tutto molto incoraggiante ma la famiglia di Marco Zennaro non può pagare la cifra richiesta dal tribunale sudanese, il quale si “accontenterebbe” di 700 mila euro. Quest’ultimo ha aperto il processo a metà giugno ma ci sono stati diversi rinvii per motivi più vari (due volte l’assenza del giudice, la mancata presenza dell’avvocato dell’accusa).

Il padre di Marco Zennaro, qualche giorno fa, alla vigilia del nuovo anno, ha inviato un video messaggio al presidente Mario Draghi affinché il governo italiano si impegni a riportare il figlio in Italia.
Nei prossimi giorni ci dovrebbe essere un altro appello ma, visto i precedenti, difficilmente potrà essere decisivo.

Marco Zennaro è l’ennesimo connazionale vittima delle angherie di uno stato criminale. Lo schema è sempre lo stesso: funzionari strapagati che non sono capaci di prendere decisioni e la Farnesina che cerca di attivare canali diplomatici del tutto inefficaci. Potremmo tirar fuori i soliti paragoni con gli altri paesi e asserire che se Zennaro fosse cittadino americano, russo, francese…, ma non servirebbe a nulla.

Ciò che servirebbe è capire finalmente che in determinati contesti geografici la tutela dei diritti civili è pura utopia e che l’unico diritto che conta è quello della forza.

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