L’Impero colpisce ancora: gli USA e la sovranità degli altri

(di Giampiero Venturi)
29/04/16

Per quasi 50 anni gli Stati Uniti d’America hanno combattuto il comunismo. Con la Seconda guerra mondiale ancora in corso erano già chiari il futuro confronto Est Ovest e le dinamiche geopolitiche dei decenni a venire. Dopo lo Sbarco in Normandia, la corsa geografica su Berlino ha attivato quella sfida con l’URSS a cui solo il corso di Gorbaciov negli anni ’80 avrebbe poi messo fine.

Ma il confronto per decenni definito ideologico, è stato in realtà essenzialmente politico. Se infatti la corteccia esteriore della Guerra fredda sono state le differenze dei sistemi economici, giuridici e sociali, USA e URSS nella sostanza si sono fronteggiate sul piano dell’egemonia globale.

Con buona pace del senatore McCarthy il socialismo non è mai stato una minaccia concreta né per gli States né per i Paesi anglosassoni in genere. Nel DNA liberista di inglesi e americani primeggia l’individualismo etico ed è quasi del tutto assente l’idea assoluta di Stato. Senza nulla togliere alla buona fede dei puristi della “mano invisibile”, non è azzardato dire che tutto lo sforzo degli USA per contrastare il rosso periglio in giro per il mondo, sia stato più che altro strumentale ad una semplice volontà di supremazia.

Dai bianchi del Sudafrica ai gialli di Corea, dalla DINA di Pinochet ai Contras in Nicaragua, da Arena in El salvador  all’UNITA in Angola, dalla RENAMO in Mozambico a Gladio in Italia, da Siad Barre in Somalia al governo di Saigon… poco importava chi e come governasse o aspirasse a farlo: finché il blocco comunista minacciava il primato di Washington chiunque lo avesse combattuto era il benvenuto. È giocoforza evidenziare che dietro molti “regimi con gli stivali” del Secondo dopoguerra ci fossero gli USA alimentando il falso storico che fa confondere le “destre politiche” con quelle “economiche”.

Quando nel 1991 si dissolve l’Unione Sovietica il gioco cambia. Scomparso l’antagonista comunista, finanziare l’anticomunismo e i nazionalismi ha iniziato ad essere uno spreco di risorse. In virtù del detto “morto un nemico se ne fa un altro…” col nuovo millennio e l’avvio dei processi di globalizzazione, le logiche geopolitiche americane si sono adattate.

Con la new economy gli USA nel bene e nel male diventano i supervisori di un sistema globale sempre più interconnesso, dove la penetrazione dei gruppi industriali multinazionali trova sempre maggiore facilità.

È un momento di grande crescita globale: nel 2000 il tasso medio del PIL dei Paesi in via di sviluppo arriva al 4,3% annuo. Fino al 2015 però gli USA detengono il 32,7% della crescita di quella ricchezza (dati GWDB 2015), più di tutti i Paesi UE messi insieme e quasi il triplo dell’incremento cinese.

Se nella globalizzazione intesa come convergenza di mercati, culture e costumi l’America ci sguazza, è evidente che chi la contrasta diventa un ostacolo da rimuovere.

I filtri più strutturati che stridono con l’internazionalizzazione totale dei mercati sono gli Stati sovrani che rappresentano l’ultima barriera all’omogeneità globale. Per vendere un miliardo di paia di scarpe uguali c’è bisogno di un miliardo di persone con lo stesso desiderio. L’uguaglianza di bisogni necessità l’uguaglianza di cultura, di usi, di abitudini. Niente è più dannoso al mercato unico mondiale di una frontiera e della diversità di regole e costumi. Lo Stato nazionale, per alcuni retaggio ottocentesco destinato a scomparire, diventa quindi un peso da rimuovere o quanto meno controllare, affinché le forme di autonomia interne non incidano nell’amalgama culturale in corso.

L’accelerazione dei processi di uniformazione globale è stata spaventosa nell’ultima decade passando spesso attraverso apparenti sciocchezze. Per fare un esempio: la sigla automobilistica della Finlandia è passata da S (Suomi) a FIN (Finland), aggirando la lingua nazionale. La S è passata alla “Spain” che ha lasciato la vecchia E di España. La stessa Finlandia dopo decenni di isolamento è in odore di ingresso nella NATO.

Andiamo verso lo Stato globale unico? È davvero una forma di progresso? Chi c’è dietro?

Gli USA che per 50 anni hanno cavalcato le strategie cow boy in stile John Wayne in una logica di mantenimento dell’egemonia globale, oggi hanno cambiato l’onda lunga. Al fallimento di marketing dei due mandati Bush (coincisi con una preoccupante eclissi dell’immagine mondiale degli States) si è sostituita la logica liberal del decennio Obama. Se prima l’America rappresentava i desideri di milioni di cummenda conservatori, oggi blandisce le maggioranze chic choc dilaganti nell’”Occidente evoluto”.

Cavalcando il conformismo globale e i principi universalmente comodi, l’homo medius si adegua felice, senza accorgersi che ogni giorno perde un centimetro della sua cultura, delle sue abitudini, della sua indipendenza.

Col petrolio trattato in dollari, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale con sede a Washington per il momento riusciamo a tenerci Sanremo. Senza accorgersi che anche quello si è appiattito alle logiche globali ad una sola nota…

(Foto: USMC)

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