Lettera al Ministro della Difesa

(di Paolo Palumbo)
01/06/18

Caro Signor Ministro, dopo una lunga attesa e una crisi istituzionale mai vista fino ad oggi in questo povero Paese, finalmente abbiamo un nuovo governo e di conseguenza un nuovo Ministro della Difesa. Iniziare un mandato così difficile criticando il suo predecessore non sarebbe corretto, ciò nondimeno vorrei ricordare alcuni dati “morali”, più che tecnici, riguardanti il nostro esercito.

Il comparto delle Forze Armate Italiane fino ad oggi si è dimostrato all’altezza dei compiti assegnati e ogni giorno militari in servizio in varie parti del globo, dimostrano quanto valga la nostra competenza. Le Forze Armate hanno certamente bisogno di attrezzature adeguate alle continue esigenze dei nuovi teatri bellici, necessità di interventi strutturali sulle sedi che ospitano i militari e soprattutto c’è un gran bisogno di investimenti, non tanto per allargare l’effettivo, ma piuttosto per incrementare gli addestramenti della fanteria e le ore di volo e di navigazione per la Marina e l’Aviazione. Tutte richieste che Lei e le persone che sceglierà di affiancarla in questo difficile compito, mi auguro provvederanno a soddisfare.

C’è però qualcosa di più, una necessità fondamentale per il corretto funzionamento di una Forza Armata: la salvaguardia dei rapporti civili/militari e, non ultima, una corretta e imparziale cultura storica utile a creare una “cultura della difesa” unitaria.

Il suo predecessore – e su questo mi permetto una fugace citazione – ha mostrato un interesse quanto mai vago sui punti appena citati, badando più alla forma che alla sostanza, cadendo spesso in considerazioni sommarie senza fondamento. Errore ancora più grave è stata poi la totale mancanza di discernimento storico sul valore morale delle Istituzioni armate ivi comprese le Forze dell’Ordine, la cui valutazione restava ferma agli anni Cinquanta quando chi portava la divisa era additato come nostalgico o sovversivo. Io spero che il governo del cambiamento possa finalmente uscire da questa impasse culturale riavvicinando, senza ambiguità, gli uomini in divisa (qualsiasi divisa) ai valori dello Stato e a tutelarli, senza distinzione di copricapo, quali supremi rappresentanti di virtù quali libertà, democrazia e giustizia.

Chi indossa con orgoglio un’uniforme non può e non deve continuare ad essere motivo di scontro dove rispolverare vecchie questioni risalenti all’ultimo conflitto mondiale, sarebbe pericoloso e poco producente.

Le Forze Armate sono degli italiani e per gli italiani. Signor Ministro, la storia di questa Penisola ha insegnato che gli italiani sanno fare la guerra, la fanno da secoli e in alcuni periodi luminosi del nostro passato erano proprio gli italiani a comandare le truppe migliori delle varie monarchie assolute.

Ricordiamo, Signor Ministro, con grande enfasi le giornate vittoriose della Prima Guerra Mondiale vinta – e ripeto vinta – dai nostri fanti sulle rocce del Carso e sulle colline degli Altipiani. Guardiamo poi, senza giudicare (so che è difficile, ma un’alta carica istituzionale deve farlo) quanto è successo nella Seconda Guerra Mondiale superando i momenti di una vergogna che non ha colore politico, ma ha il sapore di una tragedia nazionale dalla quale siamo comunque usciti a testa alta.

Quando parliamo di militari, per cortesia, oltrepassiamo la logica del “fascismo ad ogni costo” poiché per un soldato sono i fatti che contano: dal mattino fino al tramonto egli sa che potrebbe essere chiamato a fare il suo dovere e quando arriva il momento parte, senza discutere il “colore” politico che ha generato quell’ordine. Ricordiamo che il mito dell’italiano imbelle può forse far piacere ad una parte della nostra opinione pubblica, ma per chi poi deve confrontarsi sul campo risulta dannoso quanto un proiettile nemico. Negare la nostra preparazione in materia guerresca equivale a disconoscere il ruolo di chi comunque all’estero ci rappresenta e lo fa ottenendo risultati di grande rilevanza. Noi sappiamo aiutare i deboli come nessun altro, questo è vero, ma sapersi difendere non rispecchia un’idea politica “aggressiva” o “nera”, ma è semplicemente l’inevitabile conseguenza di un campo di battaglia. Perché dunque nasconderlo?

Un soldato che combatte – è questo il suo lavoro – non svilisce la cultura nazionale basata sul principio sacro e partecipato della pace: rammento semmai che il primo ad odiare la guerra è proprio chi deve affrontarla!

Con questo non mi rimane che sperare dal profondo del cuore che qualcosa cambi e che la cultura militare del nostro Paese risorga dalle ceneri sotto la quale è stata ingiustamente sepolta da molti anni.

(foto: ministero della Difesa)

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