Crimini internazionali e transnazionali: la clausola "aut dedere aut judicare". Esiste una consuetudine in relazione al crimine di genocidio?

(di Nicolò Giordana)
01/04/16

In relazione al definire se vi sia o meno una consuetudine della clausola internazionale dell'aut dedere aut judicare applicabile al crimine di genocidio, occorre partire dall'esame della sussistenza o meno dei un obbligo, a livello internazionale appunto, di estradare o perseguire gli autori di crimini universalmente condannabili a prescindere dal luogo in cui si verificano. Propedeuticamente a questo sono le definizioni di crimine universale e giurisdizione universale nonché il significato di aut dedere aut judicare.

1- Il concetto di crimine universale

Con il sempre più facile accesso da parte del pubblico alle informazioni circa gli eventi che colpiscono un determinato Paese, è notevolmente aumentato lo sviluppo del diritto internazionale. Un esempio pratico viene rappresentato dal Rwanda (1994) che ha incentivato importanti sviluppi legali come la promulgazione da parte del Consiglio di Sicurezza dello Statuto del Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda e le basi per la Corte Penale Internazionale.

Il dato fondamentale della legge internazionale umanitaria è rappresentato dalla salvaguardia dei diritti umani individuali i quali hanno insito il carattere di inderogabilità: il divieto della loro violazione è il fulcro del DIU. Essi sono basati su norme di validità universale, che non possono essere ignorate quand'anche non vi siano specifici trattati, obblighi o impegni espliciti che vincolino l'autorità statuale a rispettarle. Anche se gli strumenti volti alla tutela dei diritti umani non sono giuridicamente vincolanti in modo diretto, quali espressione delle norme - quanto meno consuetudinarie - internazionali, essi detengono comunque una vis persuasiva che, nel caso di un eventuale ed ipotetico Stato responsabile di crimini universali, sarà funzionale a chiamare lo Stato medesimo a rispondere di tali fatti in ossequio ad una responsabilità internazionale violata.

Possiamo dunque definire il crimine universale come la violazione del diritto inderogabile, per ciò stesso che mai può intendersi come legittimamente violato, sorto a protezione dell'individuo umano.

2- La giurisdizione universale

La capacità dello Stato di esercitare la propria giurisdizione nei confronti di un fatto che è crimine universale trova fondamento nel diritto internazionale. Oggi la distinzione tra conflitto interno e internazionale diventa sempre più labile ed il fatto condannabile in base al DIU non dovrebbe essere ignorato per il solo fatto che è stato commesso nell'ambito di un conflitto interno: il criminale è condannabile indipendentemente dal contesto entro cui sviluppa il crimine. Nel momento in cui uno Stato esercita la propria giurisdizione su un caso che coinvolge persone o cose al di fuori dei propri confini territoriali, tuttavia, la pretesa deve essere basata su un principio di competenza internazionale. Qui trova fondamento, dunque, il principio della giurisdizione universale che presuppone che ogni Stato abbia un interesse ad esercitare la propria azione coercitiva per sanzionare quei reati che gli stessi Stati - universalmente - hanno condannato. Anche se l'interesse può essere di natura economica o sociale, si può sostenere che l'estensione del principio di universalità è una riflessione dei valori internazionali la cui protezione è di interesse per tutti i membri della comunità mondiale. Di conseguenza, uno Stato persegue un reato perché l'oggetto di tutela giuridica è particolarmente meritevole di tutela in base al diritto consuetudinario o ad uno specifico trattato, ed il pregiudizio al bene tutelato è generalmente riconosciuto come punibile.

Fino al 1990 le azioni penali internazionali nei confronti di autori di crimini di guerra e crimini contro l'umanità avevano un oggetto residuale che si identificava coi crimini perpetrati durante la seconda guerra mondiale, gli unici ad essere ritenuti una violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale umanitario. Successivamente, sul piano normativo, hanno trovato spazio altre condotte lesive del diritto umanitario come l'apartheid, la tortura ed il genocidio, tutte condotte che sono sanzionate a livello statuale sulla base del meccanismo della giurisdizione universale. Questa espansione di jurisdictio deriva dal consenso mondiale in costante crescita verso la volontà di condannare tali crimini: atti che, spesso indiscriminatamente, mettono in pericolo vite umane o interessi patrimoniali.

Le Convenzioni di Ginevra forniscono un esempio ampiamente marcato della natura estesa della giurisdizione universale: tutti i firmatari delle Convenzioni sono tenuti a processate o estradare l'autore di crimini internazionali. Le Convenzioni lasciano dunque una residua volontà dell'azione penale nei confronti del presunto colpevole che trova pieno riscontro nel brocardo aut dedere aut judicare.

L'art. 3 della Convenzione sulla Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio definisce alcune forme di repressione di gruppi etnici o culturali un crimine per il diritto internazionale. Queste forme sono tutti quegli atti che intendono distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Questi crimini possono essere commessi sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Il principio è che chi attua queste condotte incorre in un'azione delittuosa generatrice di responsabilità internazionale indipendentemente che lo Stato che attua l'azione sia o meno firmatario della Convenzione. I crimini contro l'umanità, e il reato di genocidio, dunque, consentono l'estensione del principio della giurisdizione universale. Questa può dunque essere vista come un mutuo dei giudici di un determinato Paese nell'interesse della comunità internazionale o sulla base della partecipazione ad un trattato volto al garantire l'applicazione decentrata del diritto internazionale. Concludendo, una volta che un atto è ascrivibile nella categoria di crimine universale, tutti gli Stati della comunità mondiale sono competenti a perseguire penalmente il fatto.

3- Il principio dell'aut dedere aut judicare

Una volta stabilito che ogni Stato può esercitare la propria giurisdizione nei confronti di un individuo che ha commesso un crimine internazionale, occorre specificare che vi è un generale obbligo dell'esercizio dell'azione penale, ovvero occorre che da qualche soggetto giuridico, in alti termini da qualche Stato, il reo venga punito. Il principio è quello secondo cui in assenza di meccanismi sanzionatori i divieti sono del tutto vani (principio che trova maternità nella teoria della prevenzione speciale del diritto penale dove la finalità della pena, come corrispettivo del male commesso, oltre ad essere rieducativa svolge anche funzioni intimidatorie nei confronti degli altri consociati). La punizione è dunque un corollario al divieto.

Questo principio dell'aut dedere aut judicare ha un duplice cappello, ossia quello di essere una norma a carattere consuetudinario, quindi accettata ed applicata da numerosi consociati della Comunità internazionale da tempo, ma anche carattere generale essendo esplicitamente prevista dall'art. 38, c. 1, let. C, dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia in quanto strumento fine al raggiungimento dell'obiettivo della garanzia della pace e della sicurezza internazionale essendo il veicolo che ne assicura la promozione effettiva tramite la repressione delle condotte contrastanti.

Storicamente, i principi di sovranità, uguaglianza e indipendenza politica degli Stati hanno imposto l'obbligo di astenersi da qualsiasi intervento negli affari interni di altri Paesi: nessuna ingerenza, men che meno giudiziaria, era dunque consentita. Questo approccio non interventista, totalmente hands off, viene sempre più visto dalla Comunità internazionale come inaccettabile. Il principio di aut dedere aut judicare non presenta alcuna frizione con la sovranità dei singoli Stati in quanto lo Stato procedente può liberamente scegliere se giudicare o estradare senza dovere rispettare una gerarchia di prevalenza tra queste due azioni le quali nessuna è residuale all'altra.

4- Il crimine di genocidio

Il genocidio è un crimen iuris gentium che si affaccia, per la prima volta in modo determinante, nel diritto internazionale con i crimini nazisti di cui si è occupato il Tribunale di Norimberga. È definito come l'intenzionale distruzione di un gruppo nazionale, etnico o religioso, significato che anche compare all'interno dell'art. 2 della Convenzione per la Punizione e Repressione del Genocidio del 1948. Tale definizione viene ripresa in termini sostanzialmente identici negli Statuti dei due Tribunali ad hoc istituiti dal Consiglio di sicurezza per la ex Iugoslavia, del 1993, e per il Rwanda, del 1994, nonché nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale del 1998. Oggi questa definizione, pur rimanendo sostanzialmente invariata, ha subito lievi modifiche ed ampliamenti. Possiamo vedere tale delitto come composito di tre elementi: il primo, quello oggettivo, è la commissione di uno o più atti come l’uccisione dei membri del gruppo, le lesioni gravi dell’integrità fisica e/o psichica dei membri del gruppo, l’imposizione di condizioni di vita che comportano la distruzione del gruppo, le misure atte a impedire coercitivamente le nascite all’interno di un gruppo, ed il trasferimento forzato di bambini, per distruggere la lingua, la cultura, le tradizioni del gruppo. Il secondo elemento è quello psicologico rappresentato dal dolo specifico: l'intento di distruggere il gruppo. Risulta però alquanto arduo determinare la sussistenza della figura giuridica del delitto tentato essendo difficile rinvenire elementi oggettivi che rivelino l’esistenza di una vera e propria policy in tal senso (la prova potrebbe comunque essere desumibile dalla presenza di una serie di condotte). Ultimo elemento è rappresentato dall'oggetto passivo, ovvero dalla vittima, dal tipo di gruppo.

5- Conclusione

In conclusione possiamo dire che la condicio sine qua non per cui uno Stato possa punire un soggetto la cui azione delittuosa non ha collegamento con lui, è quella secondo cui tale azione sia caratterizzata da una palese violazione degli interessi generali della Comunità internazionale, occorre, in altri termini, che sia un crimine universale. In tale ambito il dovere che lo Stato assume avanti la collettività statuale sarà o quello di procedere nei confronti del reo o destinarlo ad altro giudice non nazionale: l'espressione aut dedere aut judicare sottolinea dunque il carattere universale di alcuni reati - come sicuramente il genocidio - vincolando la Comunità giuridica internazionale a punire gli autori dei medesimi a prescindere dal locus commissi delicti o dalla nazionalità degli agenti in quanto azioni universalmente condannabili. Alla luce di quanto sopra sviluppato possiamo dunque ravvisare sicuramente l'esistenza di una consuetudine di applicazione del principio del giudizio o della devoluzione di esso anche per quanto attiene al crimine di genocidio per le ragioni che, esso essendo la violazione di un interesse internazionalmente garantito, deve trovare tutela a livello interstatuale e deve avere una garanzia di repressione e sanzione a livello universale.

(nella foto alcune delle vittime del genocidio in Rwanda al Genocide Memorial Center di Kigali)