Il filo rosso che collega Riyad a Mosca si chiama prezzo del petrolio

20/12/14

Un filo rosso sangue collega l’Arabia Saudita alla Russia di Vladimir Putin, questo è il prezzo del petrolio, qualcuno potrebbe pensare ad un filo nero, in realtà è rubino, rubino come il sangue di milioni di persone che muoiono per mano delle armi, ma anche per mano di una crisi economica brandita al pari di un pesante grimaldello sulla testa di cittadini ignari.

Fare chiarezza su questa ampia premessa è un obbligo, ma tale obbligo coinvolgerà chi legge nel rischio di guardare quanto è profondo il baratro verso cui ci si sta approssimando.

Da circa due mesi il prezzo del petrolio è in caduta libera, tanto da essersi dimezzato, le ragioni di questo crollo sono presto dette, i sauditi, quegli strani alleati dell’occidente, hanno deciso di buttarne giù il prezzo.

Come noto il mondo per funzionare necessita di circa 90.000.000 di barili di petrolio al giorno, 80.000.000 di questa esigenza viene soddisfatta da paesi estrattori quali Russia, Venezuela, Iran, Siria, Iraq, Nigeria ed altri, mentre i restanti 10.000.000 li mettono in campo i sauditi, esattamente loro, quelli che fanno il prezzo.

Ci si chiederà come mai coloro i quali partecipano per meno di un 1/10 del totale poi decidano per tutti, semplice, perché il mondo per funzionare ha bisogno di quei famosi 90 milioni di barili, ne’ uno di più, ne’ uno di meno, quindi il nostro prezzo crolla ed allora dovremmo tutti gioire. 

Perché parlare di guerra, perché parlare di crisi, semplicemente perché i sauditi che potrebbero non vogliono vendere più di quei 10 milioni di barili e gli altri che vorrebbero non possono, pertanto se la quantità totale di “oro nero” circolante serve per tenere in piedi un mondo in crisi, le aziende, anche qualora lo volessero non potrebbero incrementare la produzione, poiché gli verrebbe a mancare il carburante.

Cui prodest? Molto probabilmente al dipartimento di stato americano che pilotando il braccio energetico saudita mette in crisi i cosidetti stati canaglia che guarda caso sono per la maggior parte i produttori dei primo 80 milioni di barili.

Eccolo il baratro cari lettori, gli USA attraverso questa mossa strategica hanno certamente messo all’angolo Mosca, ricordate il filo rosso? Ma nel contempo hanno seduto a terra Londra con il suo Brent, le PMI (piccole e medie imprese n.d.a.)europee che non possono acquistare più carburante pur essendo maggiormente vantaggiosi i prezzi e paradossalmente hanno dato una botta violenta alle stesse banche americane impegnatesi negli ultimi anni a finanziare progetti di Shale Gas, un combustibile estratto dall’argilla che con il petrolio a 100 $ il barile era la panacea a tutti i mali dell’economia, ma che oggi costa più del miglior greggio deprezzato alle soglie dei 40 $.

Tutto chiaro? E’ come se durante la crisi dei missili di Cuba Kennedy avesse deciso di far esplodere la bomba atomica a Miami, per fare un dispetto  a Fidel Castro.

Questa guerra economica sta prendendo una piega strana, rischia di far crollare il sistema occidentale seguendo il principio della palla da bigliardo, gli USA hanno deciso di cozzare contro i Sauditi, questi stanno cozzando contro gli altri produttori di petrolio i quali entrati in crisi cozzeranno a loro volta con i vicini di casa scomodi, si pensi ai rapporti tra Russia ed Ucraina, alle relazioni tra Turchia, Siria ed Iraq, insomma quanti più saranno gli attori in campo tanto maggiori saranno gli urti ed un mondo fortemente interconnesso non può fare altro che generare un colpo dopo l’altro fino a coinvolgere tutti.

In questa partita non esiste la ragione o il torto, il buono o il cattivo esiste la necessità di sopravvivere tendendo ed allentando all’occorrenza il filo rosso che lega Riyad a Mosca, senza dimenticare che la sofferenza del Rublo col tempo andrà a scemare in quanto gli accordi tra Russia e Cina hanno messo assieme un gigante con la pancia piena di gas con la più grande potenza mondiale in termini di forza lavoro.

 Andrea Pastore

(foto: presidenza russa)