"Un marinaio d’acqua dolce"

(di Giuseppe Sfacteria)
17/03/14

Dopo il servizio militare svolto nella Capitaneria di Porto più prestigiosa d’Italia, i pochi mesi di disimpegno erano trascorsi tra le pagine dei numerosi testi per il concorso da Ufficiale Commissario della Marina militare e le solite serate con gli amici.

Beh, vincendo il concorso avevo almeno avuto un posto di lavoro e un po’ di gratificazione personale, essendo riuscito ad emergere dal magma della disoccupazione dopo solo pochi mesi di inattività. Alla fine, anche per la Marina e non solo per l’università, non dovevo essere poi così male. La stessa benevolenza mi venne riservata dopo l’anno trascorso in Accademia, per il corso di formazione militare e professionale, benché a mio vantaggio giocò senz’altro il timore, tipico di ogni burocrazia, di discostarsi dal giudizio dei predecessori. In un paese dove si va avanti per raccomandazioni, toccare il “capoclasse” poteva significare farsi nemico il suo augusto e santo protettore benché, per quel che mi riguarda, il mio aveva lo stesso nome impiegato da Ulisse con Polifemo.

Ora, però, ero alla mia prima destinazione di servizio, il mio primo vero imbarco!

La prima dimostrazione della mia inesperienza l’avevo avuta nel momento in cui, per cambiare una lampadina dell’alloggio di bordo - o “camerino”, nel gergo marinaro - avevo fatto chiamare il maresciallo “Capo carico”, nientepopodimeno che Sua Eccellenza il “capo magazziniere”, l’essere supremo dell’alto e basso voltaggio.

Presentandosi, in ritardo, con la smorfia di chi ti parla con rispetto del grado inversamente proporzionale alla stima della persona, riferì con l’ironia che l’anziano usa con la recluta “poteva chiamare anche il Comandante, magari interessa anche a lui avere conto dello stato delle lampadine del suo camerino”.

Quella volta mi servì per tenere a mente che in tutte le comunità esiste un sistema di divisione dei ruoli e dell’autorità che, se non si apprende a scuola, è bene imparare al più presto, nelle lezioni in presa diretta, interattive ed interdisciplinari che ti dà la vita.

La nave, la bellissima nave scuola della Marina italiana, “la nave più bella del mondo” come viene spesso indicata dai media (per i marinai semplicemente “il Vespucci”), nel periodo in cui giunsi a bordo stava facendo gli ultimi ritocchi nel salone di bellezza, come si addice alle belle signore.

Infatti, nei quattro, cinque mesi tra una campagna e l’altra, la nave veniva affidata alle cure di maestri carpentieri ed abilissimi meccanici, per riprendere forma e luccicore appropriati, come accade alle dame di rango, che ti fanno comprendere che, certamente, il tempo non può essere imprigionato, ma può comunque subire qualche misura cautelare.

A dispetto della lucente bellezza della primavera e dell’estate, nei mesi di manutenzione, la nave era sporca e sbattuta, pur lasciando scorgere sempre il suo potenziale di signore ammaliatrice. In quel periodo, il personale era condannato ad un lavoro duro e senza alcun compiacimento immediato, almeno fino ad aprile, quando la nave ricominciava a navigare, per l’ambientamento del nuovo equipaggio.

Come nave più anziana della Marina, era anche la nave ammiraglia del Comandante in Capo. Cosicché, talvolta - e sempre più frequentemente, con l’avvicinarsi della bella stagione - veniva chiesto alla gente di rifarle il maquillage, addobbandola di tutto punto, per qualche cerimonia.

I colleghi ufficiali – canaglie!...ma detto con simpatia – non avevano tardato ad inserirmi nel “turno di sciarpa”, di ufficiale d’ispezione. Affidato alle cure dell’ufficiale più anziano del turno, avevo ricevuto poche ma significative direttive: “ti fai lunedì e mercoledì con me fino alle otto di sera, poi venerdì inizi da solo. Alle 8 di mattina si fa l’alzabandiera (i comandi sono “alzabandiera!”, “volta!”, “rientra!”) al tramonto l’ammainabandiera (“ammainabandiera!”, “in bando!”, “rientra!”). Ti devi informare alla centrale operativa del Comando in capo sull’orario preciso e…attento, che come nave più anziana tutti si regolano su di te. Per l’equipaggio colazione alle sette, pranzo alla mezza, cena alle sette. Capito?”

Ecco, tutto qui, il mio completo passaggio di consegne.

La mia prima guardia “in solitaria” mi vide compagno di un equipaggio ridotto, per la licenza natalizia, e di una pioggia battente e continua. La maggior parte della giornata la passai, quindi, sotto coperta, a parte le cerimonie dell’alza e ammaina bandiera, ma solo perché per farla al coperto avrei dovuto alzare e ammainare la bandiera usando l’albero di natale.

La guardia successiva cadde nel giorno in cui l’ammiraglio comandante in capo aveva organizzato, sulla “sua” nave, la santa messa, con saluti natalizi e scambio delle solite “cortesie d’uso”.

In assenza del comandante della nave, il bastone di comando era finito nelle mani del comandante in seconda (comunemente detto “il Secondo”), un piccoletto genovese, baffuto e con l’aria del tombeur de femme un po’ “vorrei ma non posso”. Come capo dello spaccio di bordo, aveva fatto cospicui acquisti di gadget di scarsa qualità, oggettivamente brutti, anzi di una bruttezza inversamente proporzionale alla bellezza della titolare del negozio da cui venivano acquistati e che, non c’era dubbio, impiegava il suo ascendete come incentivo all’acquisto.

Quel giorno, quindi, la nave più bella del mondo poteva avvalersi dell’opera dell’ufficiale d’ispezione meno marinaio del mondo, talmente poco salmastro da evitare perfino il sale a tavola.

L’attività di un ufficiale d’ispezione, per chi aveva la buona sorte di contare poco o nulla nell’economia della nave, poteva anche essere considerata un’attività riposante. Non avendo gran che da fare nelle ordinarie occupazioni, il servizio poteva anche essere considerato un’ottima scusa per sfuggire a quel poco e generalmente molto diluito, lavoro da fare. L’unità smantellata e cantierata, di fatto consegnata all’esperienza delle ditte appaltatrici ed agli operai dell’arsenale (che la città chiama “arsenalotti”), poteva diventare il palcoscenico su cui intrattenere le reclute nei racconti della campagna navale appena conclusa o, in alternativa, un luogo ben riscaldato, adatto all’ospitalità, in cui trovare un cantuccio in cui rannicchiarsi e riposare. Per gli ufficiali, poi, un comodo posto a sedere nel circolo più bello del mondo, il “quadrato ufficiali”, si trovava sempre e le belle poltrone accoglienti erano sempre disponibili a ricevere anche sederi poco gallonati.

La ripetitività della vita di bordo rendeva l’imprevedibile un fatto estremamente remoto e la calda routine, anche se immersa nelle acque fredde del nord, forniva un ottimo viatico per palpebre sempre più inclini a serrarsi. Tuttavia, non era così per me. In una Marina che faceva ancora del denaro contante il sovrano mezzo di pagamento, essere il cassiere di bordo comportava un onere notevole e non permetteva di allentare il ritmo e l’attenzione, anche perché, una volta usciti dalla cassa, per errore, i soldi non sarebbero ritornati indietro, se non passando, come una specie di monopoli, dalla via delle mie tasche. Così il servizio di ufficiale d’ispezione si veniva a trasformare in una piccola variante del lavoro ordinario in cui, oltre ad essere disponibile per le esigenze amministrative, dovevo anche essere, per quel giorno, il parafulmine della nave e l’oggetto perpetuo delle incazzature del Secondo perché – ovviamente – se qualcosa non andava come doveva andare, la responsabilità non cadeva su chi i servizi doveva organizzarli (cioè lui stesso) ma su chi, magari pochi minuti prima, aveva ricevuto in consegna un mazzo di chiavi, una busta sigillata, insieme al privilegio di indossare la tradizionale sciarpa azzurro Savoia, fino alle otto del giorno successivo. In definitiva, la giornata – per quel che mi riguardava – diventava una pessima imitazione dei “giochi senza frontiere” in cui il concorrente si esercitava in una operazione apparentemente semplice, ma con svariati handicap, come un fondo unto e scivoloso, secchiate d’acqua gelida addosso, trabocchetti improvvisi, e via così. Quantomeno, a tacere degli handicap derivanti dal dover chiudere e riaprire di continuo la cassa perché chiamato a svolgere importanti attività di supervisione generale (“Comandà è arrivato nu’ pacco ‘e moschettoni. Che facimm? Chiamamm o’ nostromo?” - risposta - “Ma no, che dici…chiamiamo il medico….”) il mio handicap era di evitare che la sciarpa si incastrasse in ogni possibile angolo della segreteria amministrativa, in cui si trovava la cassa e quello, ben più rischioso, di evitare di inzupparmi nei frequenti passaggi in coperta, per le frequenti ed inattese chiamate di servizio.

Tra queste, la chiamata nitida dell’altoparlante “l’Ufficiale d’ispezione nel camerino del comandante in seconda!”

Chiudo il registro di cassa, con disappunto, perché interrompere le registrazioni significava dovere riprendere un lavoro mal digerito e sempre lasciato in fondo, per sincero disgusto. Ripongo i documenti pagati in cassaforte, chiudo il tutto (…porcamiseria, la sciarpa si è incastrata nella cassaforte!), chiudo la segreteria e mi presento al “secondo”:

Comandi comandante!

Senti, tra un’oretta arriverà il comandante in capo con gli ospiti…

Si, comandante, è sulle consegne giornaliere.

Bene, fammi sapere se fuori c’è lo sceicco.

Comandi, Comandante! (espressione da ebete, celata per non sembrare sempre quello che non sa mai un accidente di quello che gli succede intorno)…

Ogni tanto, dicevo tra me e me, la professione scelta può presentare quel briciolo di avventura in più. Se avevo scelto la professione di marinaio, per poter vivere una vita meno sedentaria e un po’ più da corsaro, una ragione doveva esserci e, ogni tanto, qualche piccolo assaggio di avventura, arrivare. Grandi emozioni stavano per irrompere nella mia vita e questo doveva essere un primo modesto assaggio.

Dopo aver ritoccato per bene la bella uniforme, mi misi di vedetta sulla pedana del barcarizzo, scrutando in lontananza (diciamo un centinaio di metri) cercando di scorgere il corteo di mercedes o limousine che certamente avrebbe preceduto l’arrivo del principe arabo. Nessuna domanda (che avrebbe risolto il problema senza strascichi) su che cosa ci facesse uno sceicco musulmano ad una cerimonia natalizia nel freddo della Spezia e arrivando prima dell’ammiraglio, da cui avrebbe dovuto, invece, essere accompagnato o, quantomeno, ricevuto?

Va bene che Papa Woytila aveva avviato, con gli incontri di Assisi, un più stretto dialogo ecumenico, va bene il clima di distensione dopo la guerra fredda, va bene tutto ma, che diamine!, anche al tutto c’è un limite! Quindi…scruta cinque, scruta 10 minuti…non si vede nessuno. “L’ufficiale d’ispezione nel camerino del comandante in seconda!” – tuona l’altoparlante.

Comandi, comandante. Ero qui fuori.

Alla buon’ora. Quindi?

Quindi che cosa, comandante? Le sarei venuto a riferire non appena avessi scorto le macchine, comandante.

Le macchine di che cosa?

Degli invitati, comandante.

Ma gli invitati arriveranno tra mezz’ora. Che cosa sei stato a fare fino ad ora?

Sono stato sul barcarizzo per eseguire il suo ordine.

Il mio ordine, quale?

Quello di dirle quando sarebbe arrivato lo sceicco.

La descrizione di una risata è sempre un fatto problematico, degno di studi prolungati ed assidui, come quelli, forse meno intensi, degli esperti che si sono occupati dell’interpretazione del sorriso di monna Lisa. Tutti sappiamo ridere, ma nessuno di noi sarebbe in grado di descrivere, se lo potesse vedere in istantanea, il proprio viso, le proprie smorfie, nell’atto di ridere. Ogni descrizione, perfino quella più accurata, lascerebbe sempre insoddisfatti. Immaginiamo il dolore che si prova, anche fisicamente, nel tentare di interpretare una risata altrui. I radiocronisti riescono a rendere l’idea delle azioni che vedono dipanarsi sul campo di gioco, agli ascoltatori che, tramite le loro voci, fanno guidare la loro immaginazione, ognuno interpretando poi a suo modo l’immagine descritta. Cercherò di fare lo stesso esercizio.

Il Secondo alzò il baffo sinistro in una espressione incredula, resa ancor più esplicita dalla circostanza che non poteva aprire bocca nella tipica “faccia ad imbuto” che assumono tutti gli increduli, perché il lato destro della bocca ospitava un mezzo toscano (acceso). Quindi, sigaro a destra, labbro e baffo lievemente sollevato a sinistra, sguardo intento ad osservare i miei occhi, che inizialmente esprimevano la fierezza di chi si aspetta di essere decorato sul campo, ma che pian piano declinavano verso il basso, come quello di chi, liberandosi da un bisognino leggero leggero, sopra una qualsiasi pietra miliare stradale, si accorge solo mentre stanno arrivando due carabinieri a cavallo che la pietra è in realtà una lapide, che il praticello intorno è invece un curatissimo giardino e che sulla pietra non c’è alcuna distanza in kilometri, ma è invece riportata, in caratteri d’oro, la scritta “Al padre della Patria – luogo sacro”.

Riepilogando la sequenza…sguardo a me…sguardo al sigaro…sguardo a me…sguardo intorno (a cercare testimoni o un possibile spirito folletto oppure la telecamera di “scherzi a parte”)…sguardo a me. Sigaro e sguardi. Sguardi e sigaro. Crescente accigliatura della fronte, sigaro e sguardo, io che comincio a fare un moderato movimento all’indietro, sigaro e sguardo…attenzione! Mano al sigaro, un’ombra di bavetta all’angolo destro delle labbra e, pian piano, come il rotore di un biplano della seconda guerra mondiale, orgoglio dell’industria autarchica nazionale, piano piano….

Uah…Uahha…Uah Uahhaha…Uahhahaha. Uahhahahahaha.

A questo punto sopraggiunse il maresciallo dell’antistante segreteria comando che aveva capito, nella sua consumata scaltrezza di uomo avvezzo ai pettegolezzi dello Stato Maggiore, che si trattava di un fatto sugoso per i commenti di radio prora”.

Il Comandante proseguiva intanto il suo Uahhahahahà (con l’accento, che fa più fico)… Uah Uah Uah hahahahà…

Il tempo parve fermarsi. La Nave mi sembrò una selva di orecchie tese a suggere ogni attimo di quel ridere sguaiato. Penso che anche le gru del porto militare fermarono nel vuoto i loro carichi, i carabinieri all’ingresso fecero circolare i mezzi in entrata ed in uscita facendo il gesto di chi chiede solo silenzio. Un tempo infinito condensato nei pochi secondi che passarono tra l’ultimo Uahhà e la voce del comandante che si domandava

ma questo è l’ufficiale d’ispezione? Questo qui aspettava che lo sceicco arrivasse con la macchina in corteo! Babbeo! (temo che in quel preciso istante anche la terra, per contribuire al massimo silenzio, smise di ruotare sul suo asse)

Io non sapevo più dove guardare. Scelsi di penetrare con lo sguardo le finestre del magazzino che si scorgevano attraverso l’oblò del camerino.

Lo “sceiccco” è la tenda a righe rosse e blu che doveva essere montata sul cassero! Ma chi ce l’ha mandato questo? – fece rivolto al maresciallo che sembrava con la mente prendere appunti da trascrivere su di un invisibile taccuino e che, alla domanda, ammiccò con il viso di chi scansa ogni responsabilità.

Il dio dei commissari, dopo essersi divertito alle mie spalle, si mosse a pietà e volle mandarmi un aiuto. Scorsi dall’oblò un riflesso rossastro e me ne venni con un calmo, rilassato, atono ma fermo..

Comandi comandante! La tenda è montata da mezz’ora, come può ben notare dal suo stesso oblò. Ci sono altri comandi?

Silenzio.

Corpo sull’attenti, colpo di tacco. Dietro front e via, mentre nella mia testa risuonavano, ma con la mia stessa voce le parole “Scemo! Scemo! Scemo!”

Giuseppe Sfacteria