Parigi: la nuova capitale dell'Europa della difesa

(di Federico Castiglioni)
12/11/19

C’è uno spettro che si aggira per l’Europa della Difesa. Questo spettro, di cui si sa molto poco, se non che è stato evocato da Parigi, si chiama European Intervention Initiative (EI2).

In Italia si è parlato poco di questa iniziativa, fortemente voluta da Macron come pegno della rinnovata alleanza franco-tedesca, e quando si è provato ad analizzare la questione più approfonditamente il responso da parte degli analisti è stato sempre negativo. La stessa negatività è stata recepita dalla politica nazionale, che infatti a lungo si è sottratta al valzer a cui Parigi la invitava: si pensi all’ostilità mostrata per esempio da due ministri molto diversi tra loro, come erano Elisabetta Trenta ed Enzo Moavero nel precedente Esecutivo.

Nella giungla dei progetti bilaterali o a geometria variabile lanciati negli ultimi anni nel settore della Difesa Europea (Pesco, Fondo Europeo per la Difesa, V4, battaglioni misti tedesco-cechi e chi più ne ha più ne metta) può essere in effetti difficile capire perchè sia stato necessario lanciare un’ennesima collaborazione in questo campo.

Il temine generico “europeo” del resto, ormai presente come jolly in ogni acronimo delle Forze armate che si rispetti, non facilita certo la comprensione di quali siano le sottigliezze dietro ad ognuno dei progetti allo studio. Iniziamo quindi a sgombrare il campo dagli equivoci, dicendo che l’iniziativa di intervento europea (EI2), a differenza della sopra citata Cooperazione rafforzata (PESCO) e del Fondo per la Difesa (EDF), non ha alcuna connessione con l’Unione Europea, la sua struttura o i suoi organismi. Sotto un certo punto di vista, anzi, si può affermare che l’ambizioso progetto francese, partorito dal genio pragmatico di Emmanuel Macron alla Sorbona, nasca proprio per colmare le lacune di quelli che, secondo Parigi, sono i difetti dei programmi attualmente allo studio a Bruxelles.

I peccati originali delle iniziative condotte dall’Unione Europea sono innanzitutto legati, secondo la Francia, proprio al loro essere europei , ossia caratterizzati da una dimensione sovranazionale sulla quale Parigi non ha controllo. Sia la PESCO che l’EDF, infatti, sono iniziative che rispondono a logiche ed equilibri che trovano il loro punto di caduta a Bruxelles: la cooperazione rafforzata, strumento intergovernativo in mano ad un triplice segretariato composto da Agenzia Europea per la Difesa, Azione Esterna e Stato maggiore dell’UE, è espressione della volontà collegiale dei 25 Stati membri che l’hanno finanziata, mentre il Fondo Europeo per la Difesa è un programma di ricerca e industriale programmato dal Parlamento e strutturato dalla Commissione.

In tutti e due i progetti la Francia non può, allo stato delle cose, esercitare un’egemonia come vorrebbe. Per quanto rifuarda il Fondo Europeo i motivi sono per lo più politici e sono riconducibili al non sempre idilliaco rapporto che Macron aveva avuto con la vecchia Commissione Juncker e al pessimo inizio registrato con il nuovo Parlamento (che il 10 ottobre ha respinto la delfina di Macron, Sylvie Goulard).

Per la Pesco, invece, non sfuggirà come tutti gli organi principali del Segretariato permanente creato per questa cooperazione sfuggano al controllo francese: l’Azione Esterna, guidata da Federica Mogherini, sarà a breve sotto il controllo dello spagnolo Josep Borrell; l’Agenzia Europea per la Difesa, finanziata principalmente da Germania, Regno Unito e Francia, è di fatto gestita da un altro spagnolo, l’ambasciatore Jorge Domecq; la responsabilità dello Stato maggiore europeo, infine, è in capo al generale finlandese Esa Pulkkinen (mentre lo European Union Military Committee è comandato dal generale Claudio Graziano)1. La centralità sperata quindi da Macron per il suo Paese all’interno di questi framework già avviati è, dal punto di vista del controllo, lungi dal realizzarsi.

D’altro canto il combinato disposto dei due progetti ha già ottenuto quello che stava più a cuore ai francesi, ossia creare un mercato europeo chiuso e florido per le aziende che si occupano di Difesa d’oltralpe, evitando situazioni incresciose come quella di Airbus nel 2017, quando la Polonia annullò l’ordine di 50 elicotteri francesi sostiduendoli con velivoli americani.

I finanziamenti europei in materia di ricerca e sviluppo, diretti solo verso aziende continentali, nonchè i requisiti di interoperabilità già in nuce nella Pesco, dovrebbero gettare le basi perchè fatti come questi non si verifichino più. Questo successo realizza i desiderata di Parigi solo a metà, e in particolare lascia scoperto tutto il lato operativo della futura Difesa europea, che è l’altro grande pilastro di tutti i progetti che sono stati avanzati da generazioni di presidenti francesi, da De Gaulle ad oggi.

Fornire una gamba operativa alla Pesco era il grande sogno di Macron ed il motivo per cui egli ha tentato in più modi di indirizzarne il comando e la natura; un sogno frustrato ancora una volta (come avviene da circa 20 anni) dalla Nato. Anche in un momento di grande debolezza dell’Alleanza infatti i Paesi europei più legati agli USA, Germania e Italia in primo luogo, hanno ancora remore ad infrangere i paletti posti 22 anni fa da Madeleine Albright, che avvertì l’Europa di non creare alcun “duplicato” della Nato, pena la perdita di copertura americana del continente. Questo è uno dei motivi, forse il principale, per cui l’Unione Europea non ha mai pensato fino ad oggi ad una vera dimensione operativa della Difesa Comune: l’unica cosa che gli si avvicina, al momento, è il dispiegamento di missioni di peacekeeping condotte sotto l’egida del Consiglio Europeo, e filtrate da una procedura abbastanza complessa che passa da un negoziato in sede COREPER.

Come se non bastasse, anche questa bozza di profilo operativo dell’UE2 sarà ben presto compromessa dall’assenza del Regno Unito, uno dei principali contributori alla Difesa comune in termini sia finanziari che strategici. E se la Brexit sarà dolorosa per l’Europa tutta, e non solo nel settore della Difesa, l’avvicinarsi di quella scadenza è particolarmente preoccupante per la Francia, che da Saint-Malo ha sempre ritenuto il Regno Unito l’ interlocutore fondamentale in tutti i temi relativi alla sicurezza. Questo non sorprende, considerando che il governo di Londra è l’unico, oltre a quello di Parigi, ad avere un’identità chiaramente riconoscibile sul piano internazionale nel vecchio continente, nonché a vantare un profilo abbastanza alto sul piano strettamente militare.

Dopo aver delineato questo quadro forse capiamo finalmente perchè, nella selva degli acronimi incomprensibili, l’EI2 rappresenta una novità sostanziale tra i progetti di difesa europea, ma anche perchè, al di fuori dei bizantinismi classici della politica comunitaria, quest’iniziativa è stata guardata da subito con diffidenza. Lo scopo malcelato dell’EI2 appare infatti quello di agire a livello operativo negli scenari (soprattutto africani) più cari ai francesi, senza passare per l’ingombro delle istituzioni che hanno il loro quartier generale a Bruxelles: Nato e Unione Europea. Al contempo il progetto sembra, almeno in questo stato embrionale, pensato più come un grande HUB che come una vera e propria alleanza: al di sotto di questo cappello si potranno condurre diversi programmi ed iniziative che coinvolgano le nazioni europee più interessate ad agire in modo incisivo in teatri terzi.

La European Intervention Initiative, costruita su base volontaria, senza strutture centralizzate, e senza alcun vincolo nè di assistenza nè di mutuo soccorso, non dovrà quindi sottostare ai rigidi paletti che l’UE ha costruito nel tempo per autolimitare il proprio peso internazionale, ma ancor di più non dovrà chiedere assistenza a Washington passando per il vaglio politico della Casa Bianca; un qualcosa che i presidenti francesi della Quinta Repubblica non hanno mai veramente digerito.

È chiaro che questo strumento, se verrà di fatto gestito solamente da Parigi, non potrà avere alcuna pretesa di rappresentare uno spirito realmente “europeo”, ed è per questo che la Germania ha aderito solo in modo riluttante e l’Italia si è accodata agli altri 13 firmatari solo a settembre, per lo più per dimostrare a Macron che il nuovo governo Conte, epurato dalla presenza di Salvini, poteva essere un buon interlocutore per Parigi3.

Il sostegno all’iniziativa tuttavia non è privo di rischi, e se è vero, come affermato da alcuni generali italiani recentemente, che la portata del progetto potrebbe divenire tale dall’essere pericoloso rimanerne fuori, è altrettando lecito domandarsi cosa rimarrà delle ambizioni dell’Unione Europea nel campo della Difesa (incluse quelle dell’attuale Commissione) se l’EI2 si trasformasse in uno strumento “usa e getta” alla mercè dagli Stati membri più intraprendenti.

Le preoccupanti interviste di questi giorni di Macron che chiamano la Nato “morta celebralmente”, e le uscite a mezza bocca di diversi funzionari americani e di numerosi opinionisti d’oltre Atlantico (si pensi al Washington Post) che gli danno ragione, non fanno che confermare una realtà di portata immensa, con la quale potremmo dover far presto i conti.

L’Alleanza Atlantica, principale strumento prima difensivo e poi offensivo che per decenni ha legato l’Europa agli Stati Uniti, è in una crisi identitaria e politica. L’Unione Europea, al contempo, sembra essersi autolimitata nelle sue ambizioni in materia di politica estera e difesa, e nonostante i buoni propositi riesce ancora a fare ben poco in questo settore. Con l’uscita della Gran Bretagna alle porte, anche quel poco potrebbe essere messo presto a repentaglio.

L’ EI2 è un’alternativa pragmatica e immediata offerta dalla Francia ai suoi alleati per intervenire in un mondo sempre più turbolento ed agitato che preme ai nostri confini, mettendo a repentaglio la nostra sicurezza e i nostri interessi.

Purtroppo questa iniziativa, non così distante per certi versi da una versione “leggera” del piano Fouchet, ha anche il difetto di prendere in poca considerazione le necessità geostrategiche degli altri partner, con il rischio che questo intero meccanismo diventi un ingranaggio messo in moto solo a servizio degli interessi francesi nel mondo.

La debolezza finanziaria, economica e politica di Germania, Italia e Spagna, che stanno passando per motivi diversi un periodo di crisi interna, sicuramente facilita i piani di Macron e impedisce agli altri di pensare ad alcuna valida alternativa.

Se la Nato è davvero arrivata al capolinea, del resto, il tempo scorre veloce per trovargli un sostituto che non sia solo inclusivo, rispettoso del diritto internazionale e via dicendo, ma che al dunque sappia anche prendere decisioni coraggiose e lanciare operazioni rischiose. Se l’UE non sarà all’altezza del compito, l’EI2 potrebbe diventare un domani la nostra unica alternativa.   

1 Anche se formalmente tutte e tre le organizzazioni sono sotto la responsabilità dell’Alto Rappresentante, qui si è preso in considerazione anche il controllo esecutivo degli enti e non solo la loro catena di comando ufficiale.

2 Un profilo che si è concretizzato finora principalmente in missioni di addestramento e supporto, si pensi a “EUTM RCA” nella Repubblica centrafricana, fortemente voluta dalla Francia.

3 Da ricordare la crisi diplomatica con pochi precedenti tra Italia e Francia, avvenuta proprio dopo l’insediamento del governo italiano lo scorso anno.

Foto: presidenza del coniglio dei ministri / Ministère de la Défense / U.S. Army