La difesa dell'Italia fa acqua da tutte le parti ma il governo sembra non accorgersene

(di Tiziano Ciocchetti)
24/04/19

Dopo le dichiarazioni del segretario generale dell’Aiad, Carlo Festucci, lo scorso 9 gennaio in Commissione Difesa della Camera, circa la scarsa attenzione posta dall’Esecutivo in merito alle lacune del sistema difensivo nazionale (v.articolo), ora è la volta del vice presidente dello IAI (Ististuto Affari Internazionali), Michele Nones, a dichiarare che la Difesa italiana è a rischio.

Il suo è un appello rivolto al Governo affinché riveda i dossier più urgenti della Difesa, sacrificati sull’altare dei provvedimenti d’urgenza (reddito di cittadinanza e quota 100).

Per esempio c’è il decreto per l’industria aeronautica, il quale identifica i finanziamenti per l’industria tecnologica civile previsti dalla legge 808/85. Annunciato dal ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio lo scorso febbraio: a tutt’oggi se ne sono perse le tracce. Così come quello per i programmi militari, preannunciato, nella stessa occasione, come prossimo all’emanazione.

Sempre secondo Nones, sono scomparsi i finanziamenti del Mise che, da qualche anno, coprono buona parte degli investimenti diretti all’acquisizione dei principali sistemi d’arma. Unico riferimento è il Documento programmatico pluriennale (2018-2020) della Difesa, presentato dal ministro Trenta a ottobre del 2018.

Ha rappresentato – nota il vice presidente dello IAI – un vero e proprio libro dei sogni, visto che non ha tenuto conto dei tagli preannunciati dal Governo fin dal suo insediamento e poi precisati nella legge di Bilancio 2019 presentata contemporaneamente e poi approvata a fine anno.

L’assoluta insensibilità ai temi della Difesa mina seriamente la credibilità del sistema paese, a partire dagli impegni in ambito NATO. Si cerca di nascondere non solo i mancati passi avanti italiani verso l’obiettivo del 2% del PIL per le spese della Difesa entro il 2024, ma anche i passi indietro, scrive Nones.

Desta forti perplessità la proposta avanzata dall’Italia di includere nel computo anche la spesa (quale) per la sicurezza cibernetica e per quella delle infrastrutture civili utilizzabili a fini militari. Tali provvedimenti rischiano di produrre effetti indesiderati: alzare l’asticella, annacquando, inoltre, le spese militari e svalutando la loro specificità ed essenzialità, e mantenere, se non aumentare, il distacco italiano, perché di sicuro non siamo virtuosi neanche in questi campi. Se dopo cinque anni siamo ancora all’1,15% del PIL, vuol dire che dovremmo quasi raddoppiarle, aumentandole in media del 15% all’anno; considerando la situazione economica e finanziaria dell’Italia, questo obiettivo è semplicemente ridicolo, a meno che, mantenendo costanti le spese e perseguendo la decrescita felice, si punti a far diminuire il denominatore invece che aumentare il numeratore.

Foto: ministero della difesa