Israel Defense Forces: quando vincere significa aver investito nella Difesa

(di Matteo Acciaccarelli)
23/04/18

In occasione dei 70 anni dalla costituzione dello Stato d’Israele, avvenuta il 14 maggio 1948 che quest’anno, secondo il calendario ebraico, è caduta il 18 aprile, è interessante guardare alle Israel Defense Forces (le forze armate israeliane) e ai gioielli tecnologici recenti e non solo in uso. Nate dall’unione delle organizzazioni ebraiche che avevano combattuto o al fianco dei britannici o contro gli stessi all’interno del Mandato britannico della Palestina, le IDF hanno subito assunto un ruolo chiave nella politica israeliana. Per il primo approvvigionamento di mezzi e di armi ci pensò la Cecoslovacchia che, accordandosi con l’Agenzia Ebraica per la Palestina prima e con il governo di Tel Aviv dopo, inviò il necessario per costituire delle forze armate efficienti. Da quel momento in poi le IDF, insieme alla nascente industria israeliana, hanno iniziato un percorso militare e tecnologico impressionante, permettendo ad Israele di diventare una delle principali potenze militari al mondo.

Senza dubbio è difficile immaginare l’Esercito israeliano senza i carri armati, infatti, esclusa la prima guerra arabo-israeliana, i carri armati sono stati la colonna portante di ogni azione militare. Gli inizi furono l’M4 Sherman e l’AMX 13, ai quali si andarono aggiungendo prima gli M48A1 Patton ed i Centurion, rinominati Sho't (Frusta in ebraico), poi gli M60 Patton, rinominati dopo il potenziamento Magach. Insieme ai carri armati catturati sui campi di battaglia, specialmente contro Giordania ed Egitto, questi sono stati la struttura di base dei velivoli corazzati israeliani.

Le IDF non mantennero i carri acquistati dall’estero nella loro versione originale, ma iniziarono a migliorarli e a migliorarli secondo le loro necessità. Da questa esperienza combinata tra industria e militari, nacque nel 1979 il Merkava (foto apertura), primo carro armato interamente ideato e costruito in Israele. Il Merkava però, nonostante fosse stato concepito per fronteggiare i carri armati sui campi di battaglia, entrò in servizio quando ormai la situazione internazionale e i rapporti con Egitto e Giordania iniziavano a “normalizzarsi”. Quindi, a differenza dei suoi predecessori, il Merkava non ha mai affrontato delle vere battaglie tra carri armati, ma anzi è stato impiegato in contesti ben diversi, come nelle operazioni contro Hezbollah, in Libano, e nelle operazioni all’interno della Striscia di Gaza. Il battesimo del fuoco, infatti, arrivò con l’Operazione Pace in Galilea, nel 1982, dove il Mk. I si dimostrò un carro nettamente superiore rispetto ai T-72 in dotazione all’esercito siriano (foto), anche a causa sia della possibilità di trasportare un numero superiore di munizioni sia della maggior protezione offerta alla truppa all’interno del carro. Quest’ultimo punto è una delle caratteristiche inconfondibili del Merkava, perché a differenza di tutti i carri armati ha il blocco motore nella parte anteriore dello scafo.

Dopo il Mk. I arrivò il Mk. II, utilizzato principalmente sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90, quando gli venne affiancata la terza versione del Merkava, più potente come motorizzazione e soprattutto con degli ausili tecnologici necessari per aumentare l’efficienza del principale carro delle IDF. Specialmente l’aggiornamento del 1995, chiamato Mk. III BAZ (acronimo di Barak Zoher, ovvero Lampo Scintillante), rese questa versione del Merkava più precisa e letale, aggiungendo un sistema di puntamento della torretta capace di agganciare bersagli in movimento anche col carro in movimento. Inoltre, importante per l’aspetto della sicurezza degli uomini, è cruciale anche il sistema di protezioni passive ed attive ideate per questa versione del Merkava, come una torretta completamente ridisegnata per poter protegge il carro da eventuali attacchi con missili anti-carro dall’alto. La stessa torretta è stata poi montata sull’ultima versione del Merkava, ovvero la Mk. IV, insieme a delle nuove sospensioni, ideate per poter affrontare al meglio le rocce dell’alture del Golan e del Libano. Finora, però, il Mk. IV è stato utilizzato principalmente nei contesti “urbani” della Striscia di Gaza, dove ha continuato a dimostrarsi come uno dei migliori carri da combattimento presenti nel mondo.

L’utilizzo del Merkava in contesti urbani, ha portato gli ingegneri israeliani a aggiornare continuamente i sistemi di protezione attiva. L’ultimo di questi è costituito dal Trophy (video in basso), un sistema di protezione radar anti-missile capace di individuarli nel momento in cui vengono sparati e, automaticamente, difendere il carro. Un sistema che da quando è stato introdotto ha raccolto entusiasmi generali, tant’è che anche il Dipartimento della Difesa statunitense vorrebbe introdurre questa protezione attiva ai suoi M1A2 Abrams.

Se il Merkava è la punta di diamante delle forze di terrestri israeliane, per quanto riguarda l’aria questo posto è senza dubbio occupato dal F-15I, versione israeliana dell’F-15E Strike Eagle americano. Ma prima che si arrivasse all’acquisto della versione cacciabombardiere dell’aereo costruito dalla McDonnell Douglas, l’aeronautica israeliana ha sempre guardato con interesse al programma F-15, in modo tale da poter fronteggiare e superare i Mig in dotazione alle forze egiziane, siriane e giordane. Infatti il primo acquisto di F-15 avvenne nel 1976, quando dagli Stati Uniti arrivarono due F-15A, la versione monoposto, e due F-15B, biposto. Questi, rinominati “Baz” da Israele, furono utilizzati per poter svolgere esercitazioni e test della macchina, in attesa dell’arrivo di altri 19 F-15A e di 2 F-15B.

L’Aeronautica israeliana, nel 1978, si ritrovava a disposizione di quello che era considerato il miglior velivolo per la superiorità aerea al mondo. La dimostrazione la diede in più occasioni abbattendo senza difficoltà 5 Mig-21 e un Mig-25 siriani. Questi successi fecero dell’F-15 un simbolo per Israele, rappresentando la sicurezza aerea dei cittadini e dello Stato stesso.

Durante gli anni ’80 le versioni A e B vennero aggiornate con l’arrivo rispettivamente della versione C e della D, ma negli stessi anni venne modificato anche il suo range di utilizzo, quando 2 F-15C volarono da Israele fino alla Tunisia per bombardare il quartier generale dell’OLP. Un cambio di rotta impressionante che mostrò le capacità dell’F-15 nel bombardamento al suolo. Quando infatti uscì la versione E dell’F-15, lo Strike Eagle, Israele si mostrò subito interessata all’acquisto che, infatti, portò nel 1994 ai primi ordini della versione cacciabombardiere dell’F-15. All’F-15E, però, gli israeliani apportarono modifiche importanti, tant’è che il velivolo israeliano è conosciuto con la sigla F-15I Ra’am (tuono in ebraico). Queste modifiche riguardarono soprattutto il sistema di navigazione notturna, l’elettronica di bordo e gli alloggiamenti per i missili, modificati in modo tale da poter caricare anche i Python di costruzione israeliana.

Contemporaneamente a queste modifiche, però, l’aeronautica di Israele ha iniziato a lavorare anche su un aggiornamento degli F-15 da caccia che hanno portato alla nascita dell’F-15 Baz 2000, con l’avionica completamente riprogettata, con un nuovo radar e con i sistemi d’arma presi dagli F-15I. Infatti la flotta da “caccia” degli F-15 è diventata praticamente identica, per molte caratteristiche, alla versione cacciabombardiere. Un traguardo importantissimo per Israele che, grazie anche ai programmi di ricerca e sviluppo, è riuscito ad adattare alle proprie esigenze l’F-15. Concludendo con l’F-15 c’è da dire un’ultima cosa, ovvero che le versioni israeliane dell’aereo della McDonnell Douglas può trasportare il missile AGM-142 Have Nap, anche conosciuto con il nome di Popeye, missile aria-terra, costruito grazie ad un accordo tra Lockheed Martin e RAFAEL, capace, presumibilmente, di trasportare anche testate nucleari.

Anche l’F-15 fa quindi parte del, presunto, deterrente nucleare israeliano. L’altro caposaldo è il missile Jericho III, entrato in servizio nel 2008, e primo IRBM (missile balistico a raggio intermedio) in dotazione alle IDF. La storia del vettore Jericho, però, è stata lunga e travagliata, perché il primo prodotto, il Jericho I, fu un disastro completo. Non tanto perché i francesi, a seguito dell’embargo sulle armi, interruppero la collaborazione con la RAFAEL nella costruzione del SRBM (missile balistico a corto raggio) per Israele, ma anche perché questo ebbe molti problemi sui sistemi di guida, rendendolo, di fatto, un investimento errato nel breve periodo. Se nell’immediato il Jericho I fu un fallimento totale, nel medio periodo gli studi effettuati dalla RAFAEL si rivelarono utili per la costruzione del MRBM (missile balistico a medio raggio) Jericho II. Infatti partendo proprio dai problemi evidenziati dalla prima versione, gli ingegneri della RAFAEL lavorarono al meglio per poterli ovviare e rendere il Jericho II un missile affidabile e utile. Senza dubbio un lavoro riuscito al meglio che diede ad Israele la capacità di poter colpire con i propri missili, capaci di trasportare anche testate nucleari, le città di tutte i Paesi arabi e buona parte di quella che era l’Unione Sovietica.

Dal Jericho II la RAFAEL è partita per dotare di un IRBM le forze armate israeliane, arrivando a progettare il Jericho III, punta di diamante missilistica di tutta l’area mediorientale. Infatti le capacità balistiche di questo missile sono particolari, perché a seconda della configurazione può diminuire o aumentare la gittata, arrivando, anche, ad essere considerato a tutti gli effetti un ICBM (missile balistico intercontinentale). Ovviamente rimane ignota la presenza di armi nucleari in Israele, ma tra il Popeye e i vettori Jericho II e Jericho III sembra abbastanza intuibile che il governo di Tel Aviv abbia in dotazioni testate atomiche e che potrebbe utilizzare in caso di estrema necessità. L’importanza del Jericho III, infatti, non è tanto nelle sue capacità o nella sua gittata, ma risiede nel fatto che la sua presenza fa automaticamente da deterrente per un attacco contro il suolo israeliano. Inoltre, questo, dimostra anche le capacità ingegneristiche dell’industria di Israele che, partendo da una prima collaborazione fallimentare con i francesi, è riuscita a dotare le forze armate di un missile intercontinentale moderno e comparabile in tutto ai paritetici missili americani e russi.

Ovviamente le forze armate israeliane non sono solamente Merkava, F-15I e Jericho III, ma questi possono essere considerati senza dubbio le loro punte di diamante a livello strategico, tattico e tecnologico. Proprio l’ultimo punto è da sottolineare quando si parla dell’industria militare israeliana, perché da lì sono arrivati e continuano ad arrivare sistemi moderni sia offensivi, come i sistemi di puntamento e di visione notturna, sia difensivi, come l’Iron Dome e gli altri sistemi di difesa missilistica a guida radar presenti in Israele.

(foto: IDF / web)