Siria e Medio Oriente: cosa cambia con l’arrivo di Trump?

(di Giampiero Venturi)
11/11/16

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca non era inattesa solo negli USA e in Europa, ma anche in Medio Oriente. La campagna elettorale di Hillary Clinton, secondo l’agenzia di stampa giordana Petra, era stata finanziata dai sauditi per 43 milioni di dollari, circa il 20% del budget totale a disposizione dei democratici. Nonostante molte resistenze interne per l’appoggio ad un candidato donna, Riad nel 2015, quando ancora non era chiaro chi fossero i due contendenti per la corsa finale alla presidenza, si era già espressa in modo chiaro: Trump andava ostacolato e per gli intimi rapporti intercorsi dai tempi del mandato come Segretario di Stato, la Clinton era il cavallo su cui puntare.

Le cose però a volte vanno in modo diverso da come si desiderano e Riad, con l’elezione di Trump, è rimasta col cerino in mano. Le capacità trasformiste e soprattutto una buone dose di pragmatismo unto da dollari e petrolio, provvederanno nelle prossime settimane a far aggiustare il tiro: da qui al giorno dell’insediamento di Trump, la diplomazia lavorerà sodo per capire come declinare per il Medio Oriente uno scenario assolutamente non previsto.

La Clinton è stata la più grande sostenitrice dell’incremento della presenza militare americana nel Mediterraneo. Come figura d’apparato e come Segretario di Stato ha lavorato per alimentare lo sviluppo delle cosiddette Primavere arabe, diventando protagonista dietro le quinte, prima della guerra  in Libia e poi della rivolta contro Assad in Siria. In un’intervista a Fox News, Trump le diede della stupida proprio per questo…

La fornitura di armi al Free Syrian Army e ad altri gruppi ribelli siriani (attingendo anche agli ex arsenali di Gheddafi) è stato un punto cardine della politica estera della Clinton, e per estensione di quella di Obama. In base ai programmi elettorali, come Presidente avrebbe probabilmente continuato sulla stessa linea, alimentando l’”America globale”, sulla scia di un politica planetaria tipica degli anni ’90 e di suo marito Bill.

Con i “se” e con i “ma” non si fa la Storia. Quello che sarebbe stato con Hillary Clinton non ci sarà mai dato saperlo. Con ogni evidenza però il rubinetto che ha foraggiato la galassia di bande ribelli siriane più o meno “moderate”, presto si chiuderà, se non del tutto, sicuramente in modo significativo. Nella sostanza, aspettiamoci un ribaltamento del tavolo su cui si è giocato finora.

La politica di Trump in Medio Oriente si basa su alcuni assunti, che i più maliziosi vogliono astutamente cuciti per non entrare in contrasto con l’opinione pubblica americana e il serbatoio elettorale dell'America profonda. 

Scontato il rilancio delle relazioni con Israele, messo fra parentesi negli ultimi anni di Obama. Su questo inciderà il rapporto con l’Iran, sulla carta previsto in peggioramento, ma su cui bisogna ragionare meglio. Se l’accordo per il nucleare potrebbe essere messo in discussione, è pur vero che Trump appare lontano dalla linea pro-sunnita che ha caratterizzato l’amministrazione uscente. Proprio in virtù di un cambio nei rapporti con le monarchie del Golfo e di una nuova posizione con i ribelli siriani islamisti, ci sarebbero meno ragioni per alimentare lo scontro con Teheran. Sulle relazioni con l’Iran peserà a sua volta anche l’intesa con la Russia, che potrebbe aprire tra l’altro soluzioni su scala globale a dir poco inedite. Trump ha già fatto trapelare una possibile intesa in Siria, attuabile da subito con un ammorbidimento della posizione USA su Assad. Il nuovo governo americano avrà così la possibilità di uscire dal pantano siriano, scaricando le colpe su quello precedente. Aspettiamoci una cavalcata comune su Raqqa e concessioni di Mosca tesa a risolvere contenziosi su altri panorami (Trump già riconosce la Crimea russa e se Mosca si mostrerà ragionevole, è probabile anche una rivisitazione delle sanzioni).

Importante nel quadro mediorientale sarà a questo punto l’approccio con la Turchia. Da esperto giocatore d’azzardo, Erdogan non poteva sperare di meglio che in un cambio di passo degli States. Se il riavvicinamento di Ankara a Mosca fosse seguito da quello di Washington ad entrambe, in Siria la questione sarebbe di più facile soluzione:

  • lo Stato Islamico verrebbe liquidato più in fretta del previsto;
  • le bande islamiche sovvenzionate da fuori rimarrebbero a secco, fatta eccezione per i turcomanni sponsorizzati da Ankara;
  • Assad, con le dovute sfumature, andrebbe bene a tutti;
  • alla Turchia verrebbe concesso il cuscinetto territoriale e la sfera d’influenza che chiedeva.

I nodi più importanti ancora da sciogliere rimarrebbero le relazioni con l’Arabia Saudita e la questione curda.

Per quanto riguarda i futuri rapporti Washington-Riad bisogna fare un distinguo fra campagna elettorale e necessità pratiche. Con ogni certezza Trump si toglierà molti sassi dalle scarpe e i sauditi pagheranno il prezzo di averlo ostacolato. L’occasione è ghiotta per il neopresidente, perché la popolarità di Riad a livello internazionale è ai minimi storici: uno strappo gioverebbe non poco all’immagine di outsider non corrotto dalla politica che Trump si è cucito addosso. È pur vero però che una chiusura totale sarà impossibile per mere ragioni pratiche di reciproco interesse. La questione rimane aperta e cruciale per tutti gli assetti della regione.

Rispetto ai curdi invece, tutto rientra nello schema sopra citato. Se per recuperare terreno gli USA di Trump liquideranno l’ISIS previa intesa con Russia e Turchia, i primi a pagarne le spese saranno proprio i curdi.

A questo proposito dal fronte siriano oggi arrivano notizie emblematiche.

Le Forze Armate turche hanno preso il controllo di un’area strategica in direzione di Al-Bab roccaforte ISIS a est di Aleppo e a ben 30 km dalla frontiera turca. Si segnala un incessante uso di obici T-155 da parte dell’esercito di Ankara sia contro postazioni del Califfato, sia contro miliziani curdi dell’YPG, a loro volta attivi contro l’ISIS e contro i miliziani islamici appoggiati dalla Turchia.

Se gli USA avranno fretta di chiudere la pessima partita giocata finora in Siria, basterà defilarsi dall’appoggio ai curdi, facendo un favore a tutti (meno che ai curdi ovviamente…).

(foto: web/Türk Kara Kuvvetleri)