Diario siriano. Cap.3: Al fronte coi “Falchi del deserto”

(di Andrea Cucco, Giampiero Venturi)
06/02/16

Da una cittadina lungo la costa puntiamo a nord. Vicino Latakia incrociamo per la prima volta una colonna di camion russi seguiti da un BMP che viaggia a tavoletta. I siriani che ci accompagnano tengono a precisare che in Occidente il loro aiuto è stato sopravvalutato. Hanno ripulito il cielo ma a terra hanno fatto poco. Pochi minuti e dal lato che guarda il mare spuntano batterie russe antiaeree ed antinave. Ci accompagna uno sfondo di luce e vento.

Usciamo dal traffico dell’autostrada e ci immettiamo in un tratto in cui si circola su una corsia. Il divisorio in cemento protegge parzialmente dai colpi da nord. Dopo un tratto veloce raggiungiamo i primi check point dei Falchi del deserto. Sono una forza d'élite di volontari dei Comitati di difesa. Sono la sintesi perfetta di questa guerra: ben addestrati, tenaci, famosi per la determinazione, sono cittadini che hanno scelto di liberare la Siria dai terroristi, anzi, dai “ratti”, come loro chiamano invasori e traditori. Hanno un corpo gemello, i Falchi del mare, addetti alla difesa costiera. Questi uomini, da noi sconosciuti, in Siria sono leggenda.

Ci aspettavano. Le facce sorridenti di ogni età non sembrano quelle di combattenti straordinari che solo due giorni fa hanno respinto un altro tentativo di rioccupare Salma, la città di montagna dove siamo diretti.

Sale la strada e sale il freddo. Il tragitto è trafficato da moto che fanno la spola per trasportare viveri, munizioni e anche feriti. Ad un posto di controllo alcuni soldati si reggono a malapena sulle stampelle: sono i feriti che hanno scelto di rimanere al fronte insieme ai loro fratelli di guerra e di sangue. È commovente.

Salendo di quota il freddo aumenta ancora ma rimane sopportabile. Niente a che vedere con il mezzo metro di neve di gennaio quando qui si combatteva spesso con un uovo sodo al giorno per sfamarsi.

Arroccata in cima, Salma è praticamente distrutta. Non c'è edificio che non abbia subito danni. Appena entriamo arriva un messaggio sui cellulari: “Benvenuti in Turchia”. Il confine è in realtà a 15 chilometri. La telefonia a volte va oltre la geopolitica. O viceversa, chissà...

La città è stata presa nonostante il parere contrario russo. Il tentativo sembrava folle. C'erano asserragliati migliaia di terroristi a cui si affiancavano traditori (per denaro o per costrizione) siriani.

I terroristi sono per lo più miliziani di Al Nusra di etnia turcomanna che vanno e vengono dalla Turchia. L'appoggio di Ankara è sfacciato. Fino a pochi giorni fa c'era un canale diretto di rifornimenti e ambulanze turche che facevano la spola. Ma gli aiuti non riguardano solo la logistica. Un ufficiale (con mimetica woodland senza gradi) ci racconta che l'artiglieria turca ha sparato per giorni sulle postazioni siriane. Una pratica che ancora continua.

Proprio la protezione dell'artiglieria ottomana ha finito per tradire i difensori. Rilassati in città, si sono visti piombare addosso i falchi siriani che sotto le granate di grosso calibro hanno dato l’assalto con uno scontro sanguinoso casa per casa.

Nella fuga i “ratti” hanno lasciato alcune auto imbottite di esplosivo che hanno mutilato ed ucciso otto uomini. Gli artificieri hanno lavorato giorni per disinnescare tutte le trappole sparse in giro. Negli stessi giorni i terroristi hanno tentato più volte di riconquistare le posizioni ma sono stati sempre “bastonati”.

Giriamo tra macerie, mimetiche, muri sfondati con scritte in arabo e un freddo troppo bello per l’orrore che avvolge.

Il solo fatto di essere raccontati da degli occidentali riempie gli occhi degli uomini che incontriamo con una felicità sincera. È un'emozione piccola, in una tragedia tremenda.

Uno di loro mostra un coltello di fabbricazione turca sottratto ad un terrorista ucciso (foto). Un altro ne mostra uno con la scritta “USA” e a gesti fa capire la dinamica con è diventato suo: ha mitragliato il nemico, gli si è avventato contro, glielo ha sfilato dal fodero e lo ha finito.

Mentre salivamo per la montagna i boati dell'artiglieria facevano tremare la terra. Ora che siamo in città sono più forti e a tratti intensificano la cadenza. Fortunatamente per noi, sono colpi in partenza.

Chiediamo ad un altro soldato se vuole raccontare qualcosa dell'assedio. Lui sospira e inizia a parlare.

“Ero con una squadra che risaliva per un bosco sotto la città quando ad un tratto è calata una nebbia fitta. Pochi passi e sentiamo arrivare un gran numero di terroristi. Credevo che saremmo morti tutti quando uno di noi improvvisamente urla:  - Fate attenzione che stanno arrivando i siriani!-  I terroristi, ormai a pochi metri, senza fermarsi hanno risposto sicuri: - Proseguite pure, che a quelli ci pensiamo noi...-Abbiamo continuato per poco e poi siamo piombati alle loro spalle: abbiamo fatto 35 morti. Solo alla fine, con le mani tremanti, mi sono reso conto con quanta paura avessi vissuto quei momenti”.

I racconti si susseguono. Qualcuno a cui chiediamo di spiegare chi siano i falchi fa un parallelo con l'Italia, e li descrive come una sorta di marò. La notizia della tenacia eroica dei due italiani è arrivata anche qui…

I colpi dell'artiglieria attorno a noi intanto s’intensificano. Sembra strano dirlo, ma dopo aver stretto la mano a uomini come questi lasciamo l'area con rimpianto. Un pizzico di rimpianto che rimane nel vento. 

(foto apertura Difesa Online: scritte lasciate sui muri di Salma dai terroristi "Sì alla legge di Dio e sì alla sua giustizia". "No alla democrazia").