Si può frustare un dio?

(di Gino Lanzara)
21/03/19

Il mare è sempre stato importante per l’evoluzione umana, tanto da rendere inscindibile la sua immagine da quella di un dio possente, ma volubile. Nell’Ellesponto un re che si riteneva immortale1 fece frustare le acque di quel mare così poco compiacente, confuso su chi fosse il più divino tra loro. In greco mare si traduce con Πόντος, il ponte latino, un’acqua che non divide ma collega.

Il Mediterraneo è ancora uno dei bacini di maggiore rilevanza per la sicurezza e la stabilità globali, e riveste un ruolo che ha visto da sempre in conflitto civiltà e religioni, nonché l’influenza di numerosi attori che, pur avendo una limitata prossimità alle sue sponde, ne hanno favorito una frammentazione utile ad interessi particolaristici. Il Mediterraneo è un mare dinamico; le sue acque sono solcate da potenze sia regionali che globali capaci di incidere sugli equilibri politici generali. La complessità del contesto porta a valutare la salienza di molteplici aspetti: religione, effetti combinati del liberismo economico, politiche neocolonialiste, declino politico economico della sponda meridionale, impossibilità di contenere la mediterraneità entro confini fisici ristretti, volontà anglo-francese di recuperare caratura politica dopo la crisi di Suez del ‘56.

La Marina Italiana ha da tempo reso il Mediterraneo oggetto di studio come area allargata, estendendo l’esame su un unico insieme che unisce il bacino mediterraneo propriamente detto con il Mar Nero, il Caucaso e l’Asia Centrale ad est; il Mar Rosso, il Canale di Suez e il Golfo Persico, a sud-est; un teatro geopolitico caratterizzato da aree contigue non omogenee2 ma di vitale importanza a livello internazionale. Un MO esteso può quindi essere considerato come una parte specifica del Mediterraneo allargato, in quanto dilatazione (ideale) verso Asia Centrale ed Oceano Indiano; ambedue i complessi rientrano sia in concetti di potenza fluidi sia entro confini mutevoli che contengono spazi in evoluzione ma limitati da interessi nazionali in aree geograficamente distanti ma interdipendenti.

Per comprendere meglio il Mediterraneo allargato verso est e verso sud est, è fondamentale portare l’analisi ad un livello relazionale e mobile che trascenda la semplice visione geografica, che tenga conto ad ampio spettro delle dimensioni politiche, economiche, militari e culturali, che conduca ad un concetto più esteso di Mediterraneo globalizzato in funzione dell’interconnessione tra le varie dimensioni, specialmente quella militare, vero fattore di potenza delle relazioni internazionali.

Ogni Paese è spinto da interessi di lungo periodo, animati da un dinamismo più che evidente viste le vicende ucraine, libiche, siriane ed irachene in sovrapposizione al conflitto arabo israeliano. Se la Guerra Fredda aveva flemmatizzato le tensioni congelando l’insorgenza delle potenze regionali, la fine del potere bipolare ha permesso ad attori globali, come la Cina, di esercitare un’influenza effettiva che ha riconfermato centralità ed importanza del Mediterraneo, malgrado la limitatezza dei suoi passaggi a Suez e Gibilterra, con una riedizione dei rapporti di forza.

Perché si prendesse consapevolezza delle tensioni Nord–Sud, Est–Ovest, è stato necessario attendere le Primavere Arabe e la comparsa del (non) Stato Islamico, dato che i fenomeni relativi all’instabilità dovuta alle immigrazioni balcaniche, alle guerre nella ex Jugoslavia ed alla riduzione degli spazi marittimi internazionali poco avevano insegnato: la conflittualità non ha mai abbandonato le sponde mediterranee.

Il dio possente di 2.000 anni fa, se ha potuto attendere la caduta di uno spocchioso fustigatore, ha potuto aspettare una presa di coscienza tardiva che ha svelato l’irreale sicurezza fondata sulla presunta fine di una Storia3 che al contrario, evolvendosi, ha dimostrato che quella Romana è ancora l’unica ratio utile a preservare la pace: violenta ma efficace, in antitesi con gli attuali assunti del diritto internazionale.

Ordini mondiali ed economia

Le asimmetrie dovute ai cambiamenti territoriali e politici forti delle competizioni tra popolazioni nomadi e stanziali, ispirate da tre religioni monoteiste costrette ad una convivenza forzata, ancora animano scontri di civiltà4 del tutto incompatibili con l’ordine mondiale ipotizzato da Kissinger; Mediterraneo allargato quindi come espressione geografica, non politica, dove l’Europa ha rinunciato a relazioni multilaterali propendendo per forme cooperative asimmetriche ed a carattere bilaterale adottando l’iter che gli USA, a lungo determinanti per la sicurezza dell’area, hanno sempre seguito nella regione considerata, a torto, come periferica rispetto al Golfo. Il Mediterraneo, per molte compagnie di navigazione, rimane una direttrice di flusso fondamentale che taglia tutto il bacino da est ad ovest, diventando l’unica via capace di assicurare il trasporto intermodale di lungo raggio. Le inconciliabilità si misurano anche in termini economici, dove le fondamenta di molti sistemi poggiano solo sulle rendite derivanti dalla cessione di risorse energetiche, non sull’investimento sul capitale umano.

Un elemento di novità è costituito dalla scoperta di giacimenti di gas in acque Israeliane, Cipriote ed Egiziane; considerando l’interesse USA a condizionare i trasporti delle risorse, nonché la capacità americana di estrarre in patria lo shale oil, è possibile prevedere delle azioni a contrasto da parte russa e dei Paesi del Golfo Persico, che altrimenti vedrebbero modificato il quadro macro economico e diminuiti i loro abituali proventi. Perduranti disagio sociale e povertà faranno ancora asimmetricamente il paio con il potenziamento della sfera militare, vincolata alla distribuzione degli armamenti forniti dall’Occidente verso una costa sud importatrice di tecnologie e che comunque conserverà limiti operativi, con una costa nord orientale più proattiva5.

Anche il nucleare farà la sua parte, se è vero che Israele, isolato ma forte di una tecnologia d’avanguardia quale assicurazione sulla vita, è in possesso di mezzi e know how che gli permettono di armare anche i suoi mezzi subacquei, sì da porre un freno sia alle proiezioni di potenza Iraniana, sia alle velleità atomiche di Paesi meno stabili; per evitare falle sui versanti sud ed est, occidente ed Europa orientale, nel frattempo, hanno valutato l’utilità della difesa contro i missili balistici.

Il Mediterraneo dunque, malgrado il pivot to Asia americano, rimane un bacino strategico da non sottovalutare, specie dopo lo show the flag compiuto da russi e cinesi con le loro campagne addestrative navali. Un disimpegno da parte delle tradizionali potenze egemoniche è dunque non auspicabile, dato che il Mediterraneo non ha mai vissuto lunghi periodi di pace. Economicamente le attuali rotte commerciali, unitamente alle tratte terrestri attraversate dalle pipeline, collegando rentier state idrocarburici e gasieri con i Paesi industrializzati, confermano una rilevanza mediterranea che potrebbe però essere messa in discussione sia da problemi connessi alla libera navigazione attraverso i passaggi obbligati6, sia dal passaggio a nord est7, potenziale espressione del potere marittimo russo.

Teorie e Focolai

Parlare di Mediterraneo allargato porta a considerare un disegno geopolitico che osserva l’area MENA in versione estesa, e che necessita di una rilettura critica delle istanze socio economiche ispiratrici delle Primavere Arabe del 2011. Grande MO e Mediterraneo Allargato diventano quindi due ipotesi complementari da interpretare sia soggettivamente, a seconda degli attori che le fanno proprie, sia oggettivamente senza sovrastrutture ideologico-religiose. L’instabilità endemica che dal Marocco arriva fino all’Iran alimenta numerosi punti critici e presenta aspetti condivisi.

La politica non dà garanzie di reale tenuta istituzionale né di progettualità di lungo respiro, dati anche i forti contrasti all’interno delle coalizioni presentatesi alle elezioni (Irak); gli aspetti socio economici continuano ad essere spesso trascurati, e non è infrequente constatare nei vari Paesi profonde faglie tra regioni più agiate ed acculturate, ed altre più povere ed oggetto di attenzione da parte delle frange jihadiste che trovano terreno fertile dove più forti sono le sperequazioni (Tunisia), e che auspicano la creazione di un’unica entità araba, la Umma, la sola capace di dare un’identità comune sovranazionale. Le auspicate transizioni politiche o hanno incontrato decise resistenze che hanno poi condotto all’instaurazione di più stabili regimi militari (Egitto), oppure hanno portato a nuovi moti di piazza decisi ad evitare il reiterarsi di candidature ormai astoriche e prive di valide alternative (Algeria).

La presenza di attori regionali in piena proiezione di potenza (Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Iran) destabilizza ulteriormente il quadro generale, contribuendo a rendere ancora più fragili gli equilibri in zone che vedono la presenza di governi internazionalmente riconosciuti ma privi di potere effettivo ed ostaggi di milizie e formazioni regolari in aperto antagonismo, capaci di condizionare la politica estera di altri soggetti (Libia). La guerra palesa la problematicità di teatri soggetti alle influenze esercitate sia dalle dinamiche politiche e securitarie dei paesi limitrofi, sia dagli equilibri macro-regionali (Siria, Russia, Turchia ed Iran), scompensati da etnie di difficile collocazione statuale (Kurdistan). Anche la penisola Arabica non è immune da tensioni costanti, data la crisi del GCC8 e vista la contrapposizione tra Arabia Saudita (ancora nell’impasse Yemenita), EAU ed Egitto verso Qatar, Turchia ed Iran, un Paese animato da una politica dicotomica, che da un lato soffre per le sanzioni conseguenti all’uscita statunitense dal JCPOA, e dall’altro, pur se attraversato da ricorrenti proteste popolari, rimane intento ad una proiezione di potenza verso il Libano grazie a Hezbollah. La geografia premia e condanna allo stesso tempo la Mesopotamia, preziosa per la sua posizione, ma proprio per questo oltremodo ambita da molti.

Non poteva infine mancare la nostalgia imperiale ottomana; pur oggetto di notevoli difficoltà economiche, il nuovo presidenzialismo ha dato sostanza ad un integralismo che allontana Ankara dai consessi occidentali e che la rende interprete di politiche aggressive e volte a mettere in forse alleanze pluridecennali.

Conclusioni?

In quest’area il multipolarismo si incontra con il suo estremo, un apolarismo generatore di un decentramento di potere paralizzante, con nuove dinamiche politico sociali tra Stati ed una variegata costellazione di centri strategici che sostanziano imprevedibili contraddizioni politiche e religiose.

Globalizzazione e crisi finanziarie hanno determinato un profondo squilibrio, sovente aggravato dagli interventi occidentali cause di istanze che hanno permesso l’affermazione di attori non statuali come l’Isis, e la formazione di flussi migratori che hanno rimarcato la scarsa tenuta politica europea. Il nuovo corso istituzionale americano, alla luce dell’inasprimento delle relazioni arabo-israeliane e della conseguente presa di posizione russa a favore dei Paesi non allineati con la NATO, ha portato alla valutazione dell’opportunità di nuove forme di difesa d’area che, consentendo una ridotta dipendenza dagli USA, ipotizzino una plausibile coalizione regionale, la MESA9, appoggiata anche da Israele ed Arabia Saudita.

La centralità strategica del Mediterraneo potrebbe far convergere molti equilibri globali laddove si riuscisse a giungere ad un bilanciamento delle variabili russe ed iraniane; quel che non è certo è se gli americani agevolerebbero soluzioni che, di fatto, ne sminuirebbero la valenza strategica euro asiatica.

La grande assente rimane l’Europa, incapace di esprimere una politica che le permetta di interpretare un ruolo fattivo in un contesto difficile ma ambito.

1Serse I

2l’euro-mediterranea, la mediorientale e quella caucasico-caspica

3Francis Fukuyama

4Samuel Huntington

5Turchia, Grecia, Ucraina, Slovenia, Croazia

6In particolare Suez, Dardanelli, Bab el Mandeb

7Mare del Nord, Mare Glaciale Artico lungo la Siberia, stretto di Bering, Mare di Bering, Oceano Pacifico

8Consiglio di Cooperazione del Golfo

9Middle East Strategic Alliance

Foto: U.S. Navy / MoD Fed russa / IDF