L'autunno giapponese: tra pacifismo e guerra

(di Denise Serangelo)
29/09/15

Mentre in Europa si discute animatamente su come e se intervenire in Siria, silenziosamente il Giappone si risveglia dopo 70 anni di torpore.
I tempi sono assolutamente maturi perché il colosso nipponico rimetta piede negli affari internazionali diventando nuovamente un interlocutore anche sul piano politico.
I segnali del risveglio non sono mancati, da quasi tre anni a questa parte il paese ha modificato profondamente il suo assetto militare interno.

Il Giappone dopo la seconda guerra mondiale ha preferito estromettersi dalle vicende internazionali non solo sul piano politico ma anche militare.
Questo ha permesso di concentrarsi sull'economia e sullo sviluppo del paese che ormai si è abituato ad un letargico pacifismo.
Dal 2012 però la situazione ha iniziato a cambiare e il Giappone è rimasto coinvolto in un circuito politico molto intricato che lo ha portato a rivedere la sua politica di intervento nel 2015.

Dopo i costosi e per certi versi fallimentari interventi militari in Medio Oriente gli Stati Uniti di Obama hanno tirato il freno alle operazioni oltreoceano.
Grazie a questa perdita di influenza materiale, Obama ha enunciato la sua politica del "Left to Behaind" lasciando all'oriente emergente ( dunque al suo alleato giapponese ) il problema di dissipare le questioni mediorientali.
Il Giappone dopo anni di inattività ha rimesso in modo la sua macchina militare, arrugginita sì ma pur sempre colossale.
Questo ritrovato attivismo ha messo in allarme la Cina, forte oppositore degli Stati Uniti e delle sue politiche in materia di esteri nonché nel Giappone alleato degli USA.

La tensione maggiori tra le due potenze orientali si sono viste nell'arcipelago delle Senkaku disabitato e controllato dal Giappone, ma che la Cina rivendica come suo fin dagli anni Settanta.
Le otto isole e alcuni scogli, oltre ad essere un intrigo diplomatico, sono anche postazioni strategiche a nordest di Taiwan, dove le rotte commerciali sono fiorenti e i giacimenti di petrolio e gas naturale prosperano

La disputa, a lungo dimenticata, è tornata attuale nell’aprile del 2012, quando il governo giapponese ha comprato tre isole da un privato cittadino. La mossa ha spazientito la Cina, le cui navi hanno sconfinato nei dintorni delle Senkaku decine di volte nei mesi successivi.

In virtù della ritrovata aggressività di Pechino aggravata dalla perdita di potere degli Stati Uniti, il Giappone ha dovuto iniziare a rivedere la sua politica militare partendo dalle spese per quest'ultima.
Dal 2012 ad oggi le spese militari nipponiche sono quadruplicate.
Solo nell'ultimo hanno l'incremento netto del budget è stato del +2,8 % per un esborso totale di 4980 miliardi di Yen circa 36 miliardi di euro.
Il rigore giapponese è piuttosto risaputo e anche l'oculatezza con cui spendere i soldi stanziati ricalca questa intransigenza.
L'acquisto di nuovi equipaggiamenti e nuove tecnologie non sono nulla di più che uno specchio delle minacce e alleanze che il Giappone ha stretto in questi 70 anni.

L’acquisto di venti pattugliatori oceanici P-1 fa pensare che il paese guarderà con sempre maggior sospetto alle interferenze della Cina sulle sue rotte commerciali.
Senza contare che le acque nazionali nipponiche sono diventate tristemente protagoniste di una nuova ondata di pirateria che si è spostata dal Golfo di Aden con la riuscita della missione Atalanta.
Il paese non si può assolutamente permettere di perdere soldi e tempo in sequestri costosissimi di navi e merci, ha dunque bisogno di una sorveglianza attiva e reattiva.
Proprio alla voce "reattività" il Giappone acquista cinque V-22 Osprey e sei caccia stealth F-35.
Sugli F35 sappiamo quasi tutto ma la particolarità vera e propria sono gli Osprey.
Questo ritrovato della tecnologia militare è prodotto da Bell per le forze armate statunitensi ( non a caso! ) e si classifica come un convertiplano medio.
Essendo una tecnologia ibrida l'Osprey sfrutta i vantaggi del decollo ed atterraggio di una piattaforma a rotore ma anche la velocità della turboelica.

L'idoneità di questo velivolo al trasporto e allo sbarco di truppe e mezzi terresti lo rende perfetto per il nuovo ruolo che il Giappone ricoprirà come Hub logistico per i teatri operativi americani.

Una vera chicca per gli esperti del settore militare quanto per gli esperti di politica internazionale.
Nelle spese sono previsti, ovviamente, programmi di sviluppo per nuovi materiali con tecnologia applicabile anche al mondo civile (le così dette dual use).
Uno degli investimenti maggiori sarà un sistema di difesa missilistica da sviluppare insieme agli Stati Uniti.
Quest'ultimo punto è fondamentale perché ritorna in modo piuttosto curioso nel nuovo utilizzo che si farà dell'esercito nipponico.

La chiave della politica militare giapponese è il controverso articolo 9 della costituzione che cita " […]Il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come metodo per risolvere le controversie internazionali.
Per mettere in atto le disposizioni del precedente paragrafo, il paese non possiederà mai più forze armate di terra, aria o mare così come nessun altro potenziale militare."

Al Giappone è dunque espressamente vietata (in modo anche piuttosto chiaro e conciso) la formazione di un suo esercito nazionale e del suo conseguente uso, per diramare le controversie con altri Stati Sovrani.
E' consentita però l'esistenza di una Forza di Autodifesa Nazionale (Jietai) in caso la sicurezza del paese sia minacciata in modo diretto.

A differenza dell'Italia che ripudia la guerra ma prevede l'intervento delle sue forze armate per il mantenimento della sicurezza internazionale e per autodifesa, il Gippone non prevede deroghe.

Il primo ministro giapponese Abe Shinzo ha sostenuto fin dalla campagna elettorale la necessità di una ripresa della politica nazionalistica giapponese per troppi anni annientata dagli eventi della seconda guerra mondiale.
Il premier però non ha avuto molto seguito, la popolazione giapponese infatti è ampiamente schierata verso il pacifismo convinto e non intendono diventare una pedina nel grande scacchiere internazionale.

In parlamento ha persino tentato di bloccare il procedimento di approvazione della legge facendo ostruzionismo, ad esempio un parlamentare ha camminato lentissimamente verso l’urna dove depositare il voto.

Una nuova interpretazione dell'articolo 9 del testo costituzionale sembra sia la grande occasione di Abe di far risorgere il nazionalismo nel suo paese e lasciare il suo segno nella Storia.

Nella notte tra il 18 e il 19 settembre il Parlamento giapponese ha approvato la controversa legge che per la prima volta dal 1947 autorizza le “forze di autodifesa” ad essere impiegate in missioni armate al di fuori dei confini del paese.

Ma in concreto cosa cambierà per il Giappone e la sua politica estera?

Fondamentalmente Tokyo potrà intervenire al fianco dei suoi alleanti con maggior facilità, garantendo truppe e approvvigionamenti logistici.
Il Giappone rappresenterà un hub logistico fondamentale per quei teatri "caldi" dove le forze internazionali operano con maggior rilevanza.
Dal carburante alle munizioni passando per qualunque servizio utile all'assolvimento delle missioni alleate, il paese scenderà in campo a 360 gradi.
Inoltre, le forze di sicurezza nipponiche avranno anche la possibilità di dare il proprio contributo nell’abbattimento di missili balistici diretti verso i Paesi alleati, mentre sino ad oggi ciò era permesso solo se l’obiettivo diretto dell’attacco fosse stato il Giappone.

Un cambiamento importante dovrebbe interessare anche la partecipazione di Tokio ad operazioni militari condotte sotto l’egida dell’ONU.
Se infatti sino ad oggi la partecipazione del Giappone era ammessa soltanto per missioni considerate senza rischi di combattimento, con la nuova legge sarà consentito anche l’impiego in situazioni ad alto rischio.
Alle truppe nipponiche sarà data la possibilità di intervenire direttamente in operazioni che prevedono la liberazione di ostaggi di cittadinanza giapponese.
Dopo il rapimento e l'uccisione di Goto Kenji e Yakawa Haruna il Giappone ha provato a ridurre al minimo il pericolo di altre analoghe crisi: chiusura dell’ambasciata in Yemen (sull’esempio degli americani), blocco dei viaggi in aree di guerra, ritiro da eventi sportivi come la World Cup di pentathlon al Cairo o un torneo di ping pong in Kuwait.

La brutalità con cui i due connazionali sono stati uccisi porta alcune frange della politica nipponica a chiedersi se non fosse meglio una totale neutralità verso le questioni mondiali.
Il concetto di isolazionismo è sicuramente azzardato ma visto il caos mediorientale è lo smodato desiderio giapponese di gettarsi a capofitto nella mischia, qualcuno lo vede come una soluzione allettante.

Sulla carta tutto può essere fatto ma Tokio dovrà anche fare i conti con anni di inattività nel quadro internazionale, non servirà mandare i proprio soldati per far tornare in auge il Giappone, anzi.

Siamo sicuri che il paese del sol levante sia pronto a prendersi carico dei doveri che derivano dall'abbandono della politica pacifista?

Non basta riarmare una nazionale e costruire un esercito per dire che si è pronti alla guerra. I giovani giapponesi, non vedono di buon occhi la piega interventista della loro politica estera e a combattere nei teatri ad alto rischio non ci manderanno solo i droni.
Abe e il suo team dovranno fare i conti con un profondo diniego dei giovani per le questioni militari, un'impreparazione dell'esercito dovuto ad anni di inattività e ad un delicato equilibrio regionale da preservare.

Le opposizioni sostengono che a causa della nuova legge il Giappone finirà coinvolto in operazioni di guerra insieme al suo principale alleato, gli Stati Uniti. Per questo si intende perseguire una rigida serie di sfide legali, invocando l'incostituzionalità della nuova normativa.

Sul piano della lotta al terrorismo il governo nipponico non è di certo posto in secondo piano.
A gennaio durante la sua visita in Medioriente il primo ministro ha elargito generosi finanziamenti a tutti i paesi che si dimostravano pronti a combattere l'IS e i suoi alleati.
200 milioni di dollari sono arrivati nelle casse di paesi come la Giordania e l'Egitto per sostenere ed aumentare la lotta militare al Daesh.
Il governo egiziano di Al-Sisi godrà di 43 miliardi di yen a supporto della ricostruzione e ammodernamento delle strutture aeroportuali del paese.
Queste somme di denaro, più che una reale preoccupazione per le sorti politiche ed infrastrutturali dei paesi coinvolti, sembrano un modo elegante per mascherare un tentativo di allontanamento dalla sfera di influenza cinese in medioriente.

E' importante sottolineare come il Giappone, con una lungimiranza ammirevole , abbia varato una legge che consente di esportare armamento all'estero in modo legale.
Fin qui nulla di particolare.
Il "caso" ha tuttavia voluto che il primo beneficiario di questa norma sia stato il governo qatariota che ha acquistato sensori per i missili, il prezzo di questi sistemi sofisticati è stato definito di "favore".
Un “favore” già ampiamente ripagato dall'emirato che ha stabilito con Tokyo una sorta di partnership privilegiata costruita su affari miliardari.
A Febbraio , in quest'ottica, è stato firmato, con la visita in Giappone dell’emiro Tamim bin Hamad al Thani, un contratto che frutterà a Mitsubishi e altre imprese nipponiche una commessa da tre miliardi di dollari per la costruzione della metropolitana a Doha.

E' certo dunque che la politica di Cina e Giappone in medioriente si giocherà in base a chi dei due sborserà più denaro senza impicciarsi troppo negli affari interni dei singoli paesi.

Nel mentre negli Stati Uniti si guarda con gaudio al nuovo Giappone tanto che il bilancio per le spese militari è già stato ridimensionato in base al futuro intervento militare nipponico nelle principali zone di crisi.

Il Giappone è saturo di energia potenziale che vorrebbe riversare sulla scena internazionale, il crescente malcontento interno al paese, la sempre meno condivisa politica interna di Abe Shinzo stanno mettendo il sol levante in una situazione delicatissima.

Con l'arrivo dell'autunno Tokyo dovrà decidere da che parte schierarsi se armare i suoi fucili o mettere fiori nei propri cannoni.

(foto: MoD Giappone)