INSTEX, davvero un'alternativa per l'Iran?

(di Andrea Gaspardo)
19/04/19

Dopo un lavoro preparatorio durato mesi, e preceduto da un annuncio datato 31 gennaio 2019, il cosiddetto “Strumento di Supporto agli Scambi Commerciali” (INSTEX) è finalmente entrato in funzione.

Inaugurato come sforzo congiunto anglo-franco-tedesco al fine di onorare gli impegni europei nell'ambito del JCPOA, il trattato di non proliferazione nucleare siglato dall'Iran di fronte alla comunità internazionale, l'INSTEX dovrebbe garantire lo svolgimento delle operazioni di pagamento altrimenti precluse alla banche iraniane da quando il servizio di messaggistica finanziaria SWIFT basato in Belgio ha deciso di cedere alle pressioni americane in seguito alle sanzioni introdotte dall'amministrazione Trump tagliando fuori le banche iraniane da tutti i circuiti finanziari internazionali.

Salutato da una buona parte della stampa disinformata come il “tanto agognato recupero dell'indipendenza economica dell'Europa nei confronti degli Stati Uniti”, ad uno sguardo attento, INSTEX assomiglia assai di più ad una mossa di facciata che non ad un vero tentativo di mettere i bastoni tra le ruote ai disegni geopolitici della Casa Bianca.

Innanzi tutto, lo spettro dei campi di utilizzo di INSTEX lo riduce esclusivamente al commercio di medicinali, di prodotti agricoli e di cibo in generale; tuttavia questi stessi settori sono già esclusi dal regime di sanzioni approvato dalla Casa Bianca! Secondariamente, gli Stati europei hanno contestualmente annunciato che una piena operatività del sistema INSTEX è subordinata all'accettazione da parte dell'Iran di due condizioni molto particolari:

  • entrare a far parte del “Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale” (FATF);
  • entrare in un processo negoziale relativo al programma missilistico iraniano.

Ovviamente il governo di Tehran ha vigorosamente rigettato tali richieste. Nel primo caso infatti, qualora il Paese dovesse aderire alla FATF, tutte le banche, così come le istituzioni creditizie facenti capo alle cosiddette “bonyad” (le fondazioni caritatevoli) sarebbero costrette ad adeguarsi alle regole di trasparenza e controllo internazionali, e per un Paese ad economia opaca come l'Iran questo rappresenta un anatema.

Per quanto riguarda la seconda condizione, anche qui la possibilità di cooperazione da parte delle autorità iraniane è pressoché nulla dato che Tehran ha più volte rimarcato già all'epoca delle trattative sul nucleare che i suoi programmi militari volti a potenziare le sue capacità militari in campo convenzionale non sarebbero mai diventati oggetto di discussione e trattativa. Le forze armate iraniane sono infatti da anni ormai impegnate in un lento ma costante processo di potenziamento e modernizzazione al fine di accrescerne le capacità sia in contesti di guerra simmetrica che asimmetrica. Uno dei pilastri di tale strategia è proprio quello di creare una forza missilistica adeguata a portare a compimento “attacchi di saturazione” contro obiettivi altamente paganti in tutta l'area mediorientale in modo da poter dissuadere gli Stati Uniti ed i loro alleati nella regione dall'eseguire un attacco contro la Repubblica Islamica. Data l'estrema importanza sia dei missili balistici che dei razzi d'artiglieria a lunga gittata come strumenti di contenimento nella dottrina politico-diplomatico-militare del Paese, è pertanto impensabile che gli Iraniani arretrino anche solo di un centimetro in questo campo.

Resta quindi da capire che cosa ci sia veramente dietro a tutta questa bizzarra manovra della creazione dell'INSTEX.

La risposa è molto semplice, in realtà. I Paesi europei si sono semplicemente arresi alla strategia di Trump e, non vogliono assolutamente incorrere nelle ire del presidente a stelle e strisce ed anzi stanno preparando il palcoscenico per il ritiro dell'Iran dal JCPOA, per avere poi mano libera di addossare tutta la responsabilità al regime iraniano ed allinearsi così anche formalmente alle posizioni di Washington.

Foto: IRNA