Claudio Razeto: Caporetto, una storia diversa

Claudio Razeto
Edizioni del Capricorno
pagg.168

A ottobre di quest’anno ricorre il centenario della più grande sconfitta militare rimasta nella memoria italiana, e il libro di Claudio Razeto cerca di fare il punto su una vicenda tuttora controversa. Lo fa in maniera molto chiara, seguendo gli avvenimenti dal 1916 al 1918 e oltre, corredando la narrazione con una scelta accurata di mappe e fotografie d’epoca. In questo l’autore è uno specialista, vista la sua esperienza di ricercatore di archivi storico-fotografici e il suo lavoro all’ANSA. Né analizzare la Grande Guerra è facile: le battaglie sembrano tutte uguali e inconcludenti; i generali tutti tenaci quanto ottusi e seguire i movimenti dei reparti sul terreno – parliamo di milioni di uomini – è un’impresa assai noiosa, soprattutto quando ci si ostina a mantenere per anni le stesse posizioni. Tolstoij avrebbe ricavato poco dalle undici battaglie dell’Isonzo: ormai la guerra era diventata uno scontro industriale di massa e la descrizione della vita in trincea ha ben poco di romantico. Epica (se non estetica) era sicuramente la guerra sulle montagne – Alpini, Jaeger e Schutzen hanno scritto pagine memorabili - ma alla fine le guerre si vincono in pianura. E infatti la dodicesima battaglia dell’Isonzo – così gli Austriaci chiamano Caporetto – portò il nemico a occupare Veneto, Friuli e Carnia in pochi giorni, fino alla linea del Piave, dalla quale è partita la nostra riscossa finale.

Ma cominciamo dalla geografia. Il fronte italiano correva per 600 km lungo l’arco alpino, ottimo per difendersi ma non per attaccare. In più, il Trentino (austriaco) s’incuneava in modo tale da minacciare lo schieramento italiano tutto proteso a est. Per ben due volte – nel 1916 con la Battaglia degli Altopiani o Strafexpedition e nel 1918 con la Battaglia del Solstizio – l’Italia rischiò l’invasione dalle valli del nord. Passiamo ora a est; varcato nel 1915 l’Isonzo (e non il Piave, come nella canzone), le vie d’accesso all’Impero Austro-Ungarico erano solo due: la via per Vienna, cioè il valico del Tarvisio (dove era passato Napoleone) e la via per Lubiana, ovvero Gorizia e le gole d’Isonzo. Trieste era invece naturalmente difesa dal Carso, un ampio, arido rilievo prossimo alla costa ma ben difendibile. Scartato stranamente il Tarvisio (troppo a nord?), Cadorna per due anni e mezzo attaccherà sistematicamente su due soli punti: verso la val d’Isonzo e verso Trieste. Direttrici obbligate: la valle dell’Isonzo scende parallela all’arco orientale delle Alpi e l’accesso per Gorizia passa per un’ampia gola scavata dal fiume tra due montagne, di fronte a Tolmino. La presa di Gorizia (1916) è l’unica conquista significativa: le undici battaglie dell’Isonzo, tutte combattute su due soli fulcrii, portarono a guadagni di terreno minimi a fronte di perdite enormi. Trieste non fu mai presa e nell’alta val d’Isonzo – circondata dalle montagne - ci attestiamo già dal 1916 nel saliente fra Caporetto e Tolmino. Ed è dal luogo fisico che dobbiamo partire: Caporetto, Kobarid per gli Sloveni, è un villaggio che occupa un’ampia conca lungo la valle dell’Isonzo dalla parte slovena, all’incrocio fra il fiume e la piana del Friuli. Noi, incuneati nel saliente, potevamo al massimo prendere Tolmino e risalire la ferrovia sino a Lubiana, mentre il nemico, una volta sfondato il varco verso Gorizia, avrebbe visto aperta la piana del Veneto, costringendo l’intero schieramento italiano ad arretrare per tutto l’arco alpino. E questo è esattamente quanto successe il 24 ottobre del 1917.

Il libro si apre immergendoci nello scenario che di poco precede la battaglia: si è conclusa la sanguinosa undicesima battaglia dell’Isonzo (agosto 1917) e l’esercito austroungarico ritiene di non poter resistere a un’altra offensiva italiana: al 31 agosto ha lasciato sul campo 85.000 uomini contro 144.000 nostri soldati. Abbiamo pagato un duro prezzo per pochi chilometri di terreno, ma restano ancora le risorse per un altro attacco frontale, mentre le riserve nemiche sono logorate. Il generale tedesco Ludendorff se ne rende conto e decide di intervenire a favore dell’esercito austro-ungarico. La situazione è favorevole per i Tedeschi: i Russi sono stati sconfitti e presto usciranno di scena, quindi è possibile spostare grandi unità dal fronte orientale. La 14° Armata di Otto von Bulow, marciando di notte, manovra dunque verso la Slovenia, mentre il generale austriaco Boroevic’, detto appunto “il Leone dell’Isonzo” rinforza le linee difensive. Cadorna insiste da anni con attacchi frontali sempre sulle stesse posizioni e Boroevic’ su quelle resiste e rincalza di continuo le perdite. La sua strategia puramente difensiva è forse l’unica possibile, ma ha logorato il suo esercito. Entrambi i generali sono privi di fantasia, duri con sé stessi e con i propri uomini; combattono una guerra moderna con spirito antico. I tedeschi invece sono tatticamente più moderni e l’hanno già dimostrato su entrambi i fronti, coordinando artiglieria e fanteria e addestrando formazioni di assaltatori – Sturmtruppen – capaci di infiltrarsi in pochi punti dello schieramento e penetrarlo in profondità, superando così la guerra di trincea, qui nel libro descritta attraverso le testimonianze dirette dei combattenti, sia italiani che austro-ungarici. Proprio nelle trincee di Caporetto regna una calma irreale: lo schieramento italiano è tutto proteso in avanti, la dodicesima battaglia dell’Isonzo sarà combattuta in primavera, ma Cadorna ha buone informazioni e rinforza le difese. Non può sapere però che i Tedeschi hanno mandato il generale Konrad Krafft von Delmensingen, comandante degli alpini tedeschi, l’Alpenkorps, di cui fa parte anche il giovane tenente Erwin Rommel. I suoi uomini hanno un ordine preciso: infiltrarsi, trascurare le cime e sfondare a valle; al rastrellamento ci penseranno le successive ondate di fanteria. Per capirne il senso, consiglio un libro scritto dall’allora tenente Erwin Rommel, la futura Volpe del deserto: Fanteria all’attacco (1), da noi tradotto solo nel 1982. Il suo reparto di assalto addirittura prese le nostre posizioni aggirandole alle spalle e penetrò per chilometri in profondità, mentre il nostro Comando ancora non aveva capito la reale portata dell’offensiva. Nel terzo capitolo l’autore descrive esattamente il fronte italiano alla vigilia della battaglia: tutto proteso verso un saliente, ma debole e poco scaglionato in profondità. E’ uno schieramento anomalo: tipicamente offensivo ma costretto in uno spazio chiuso, serrabile a tenaglia se attaccato da Caporetto e da Tolmino Sulla guerra di montagna von Clausewitz (2) è chiaro: non conviene ammassare tutte le forze sul valico perché alla fine il tappo salta; meglio quindi scaglionare la difesa in profondità. Ma Cadorna, pur cosciente del pericolo, non accetta di cedere il terreno conquistato a caro prezzo: già il 18 settembre il Comando Supremo ordina ai comandanti della 2a e 3a Armata di “rinunciare a alle progettate operazioni offensive e di concentrare ogni attività nelle predisposizioni per la difesa ad oltranza”. Ma il generale Capello, a capo della 2° Armata, non è d’accordo. Come scrisse poi, “di fronte a un’offensiva strategica in grande stile, nessun’altra manovra può dare risultati decisivi se non una corrispondente controffensiva strategica in grande stile, o meglio ancora una pronta controffensiva che sorprenda il nemico in crisi di preparazione”. Pertanto pianifica una controffensiva che non solo va contro agli ordini di Cadorna, ma che non sarà mai sferrata. Sui contrasti fra i due generali è stato scritto molto, ma senz’altro Capello è più moderno del suo capo, e nella conferenza di SM che tiene il 23 ottobre dimostra di essere bene informato sulle forze nemiche. Anche Badoglio, comandante del 27° corpo d’Armata, è fiducioso, ma il giorno dopo i suoi cannoni non spareranno neanche un colpo (3). Questo scoordinamento era solo la punta dell’iceberg di una crisi di comando che avrebbe favorito il disastro.

Nel libro, l’attacco iniziato alle 02.00 del 24 ottobre 2017 viene descritto come in una radiocronaca, citando anche fonti austro-tedesche (4). Bombardamento intenso e preciso, uso dei gas, seguito dalle 06.20 dall’assalto duro e deciso delle truppe d’assalto contro Plezzo (Bovec) da nord e da Tolmino (a sud), favorite dalla nebbia. Questo comunica una nostra postazione avanzata:

“Gli austriaci sono usciti dalle trincee, li vediamo, tra la nebbia, che vengono avanti, passano i reticolati. Noi ci ritiriamo.”

Le linee italiane crollano subito e il sistema di comunicazioni entra nel caos; la resistenza si tramuta in rotta e lo sfondamento del fondovalle spalanca al nemico la pianura friulana e veneta. L’artiglieria italiana non spara un colpo e tutto lo schieramento italiano si ritira in disordine. Ai soldati trincerati sulle quote il nemico ci penserà dopo: le avanguardie vanno avanti, senza preoccuparsi dei collegamenti. Gli stessi tedeschi e austriaci sono sorpresi dal successo. Così scrive il tenente Weber:

“Neppure la notte impedì agli attaccanti di accrescere a ritmo vertiginoso i successi già ottenuti, di trasformare lo sfondamento in un disastro totale, la ritirata del nemico in una fuga”

Il 28 ottobre, quando Udine non era ancora caduta, fu diramato dal generale Cadorna il discutibile comunicato, passato alla storia, nel quale accusava i soldati di viltà:

“La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di alcuni reparti della 2° Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, hanno permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia.”

Questo giudizio era inesatto quanto ingiusto e fu sfruttato anche dalla propaganda austro-ungarica. Presto ricorretto ma noto a tutti, questo comunicato fu la Caporetto anche di Cadorna, destituito dal nuovo capo del Governo, Vittorio Emanuele Orlando. Anche se il nemico aveva applicato tattiche più moderne, il motivo della sconfitta era infatti tutto interno allo Stato Maggiore. Cadorna in realtà non era diverso da Haig, Joffre, Nivelle ed Hamilton: tutti i generali della Grande Guerra erano anziani, aristocratici e disprezzavano le masse quanto il parlamento. Dare quindi la colpa alla propaganda disfattista e socialista era scontato, ma in Italia nessun movimento politico d’opposizione – Chiesa cattolica compresa – aveva di fatto una reale influenza sui soldati e sulle masse. Piuttosto, la carenza della politica italiana – e non solo italiana – era lo scarso controllo sui militari: oggi Cadorna e Badoglio sarebbero destituiti entro un mese e la struttura di SM è più articolata. Quanto ai soldati, ormai ci si chiede piuttosto come hanno fatto a resistere per tanti anni in condizioni di vita inaccettabili anche all’epoca. La risposta sta nelle tante, significative foto che Razeto ha scelto per accompagnare la narrazione: trincee, paesaggi devastati, rottami industriali, cannoni, ma soprattutto masse di uomini. E’ lì che emerge il contrasto fra Sturmtruppen e fanteria di linea, fra i duri volti degli Schuetzen che difendono casa loro e lo sguardo straniato del contadino italiano mandato su un altro pianeta. Ma è proprio quel tipo di soldato – oggi introvabile – che alla fine ha resistito e vinto.

La narrazione continua: dopo l’Isonzo e il Tagliamento, alla fine – è il 9 novembre - resta la linea del Piave. Abbiamo perso circa 12.000 morti, 30.000 feriti e 265.000 prigionieri, c’è ovunque un clima di caos, distruzioni, razzie e violenze gratuite (drammaticamente descritte da Ernest Hemingway in “Addio alle Armi”) che seguono al dilagare dell’invasore in tutta la pianura veneta. La ritirata ora si ricompone, anche se due divisioni di cavalleria sono state annientate per rallentare l’avanzata nemica, che ormai raggiunge la zona di esaurimento dell’offensiva: anche la fanteria nemica andava a piedi e le Panzerdivisionen erano al di là da venire. Cadorna dimostra nella difensiva doti migliori che in offensiva, mentre il comando passa al napoletano Armando Diaz, più umano con i soldati. Anche qui Razeto ci fa praticamente marciare insieme ai soldati, con testimonianze di entrambi i fronti. Alla fine del 1918 l’ago della bilancia penderà dalla nostra parte. Per sempre. Ma il regolamento di conti interno al nostro esercito sarà lungo: la commissione d’inchiesta costituita il 19 gennaio 1918 pubblicherà i risultati nel 1919 e i suoi tre volumi rimangono tuttora un documento fondamentale (5). E infatti l’ultimo capitolo del libro s’intitola: Processo a Caporetto.

Marco Pasquali

 

NOTE

  1. Fanteria all’attacco / Erwin Rommel . Longanesi, 1982. Il libro uscì in tedesco nel 1937, quando Rommel insegnava all’Accademia militare di Potsdam.

  2. Della guerra / Carl von Clausewitz ; traduzione dal tedesco del generale di corpo d'armata Ambrogio Bollati e del ten. colonnello Emilio Canevari. Roma, Rivista Militare, 1989. Nota: della guerra difensiva in montagna si parla nel libro 6° ai capitoli 16 e 17 e di quella offensiva nel libro 7°, cap.11. Stranamente, nei manuali italiani la guerra in montagna occupava uno spazio marginale, nonostante l’importanza strategica dell’arco alpino.

  3. Badoglio, duca di Caporetto / Carlo De Biase. Roma, edizioni del Borghese, 1965

  4. Dal Monte Nero a Caporetto : le dodici battaglie dell'Isonzo, 1915-1917 / Fritz Weber Milano : Mursia, 1972. L’autore era un tenente di artiglieria austriaco e i suoi libri bene integrano le fonti italiane, dimostrando anche di stimare i nostri soldati molto più che i nostri generali.

  1. Dall'Isonzo al Piave : 24 ottobre-9 novembre 1917 / relazione della Commissione d'inchiesta R. D. 12 gennaio 1918, n. 35 Roma, 1919. 3 volumi: · 1: Cenno schematico degli avvenimenti . 2: Le cause e le responsabilità degli avvenimenti · 3 / relazione della Commissione d'inchiesta