La parola ai lettori: quale passato e soprattutto quale futuro per le missioni “di pace” all’estero?

(di David Rossi)
07/03/19

Cari lettori, con le missioni in Iraq e in Afghanistan ormai ai titoli di coda, si impone una riflessione: qual è il futuro delle missioni “di pace” italiane all’estero? Dal punto di vista politico, le tante missioni di peace keeping (e in certi casi peace enforcing) come sono state gestite? Se ne avete avuta esperienza diretta, che opinione vi siete fatta non solo delle motivazioni politiche ma anche della gestione sul campo? Insomma, siamo alle solite con i militari che “sanno il fatto loro” e i politici “distratti”?

Evitate commenti del tipo: “sono soldi buttati” e “togliamo il pane di bocca ai poveri” perché è dai tempi della Guerra di Crimea (1853-1856) che il nostro Paese prende parte a coalizioni internazionali con finalità non di conquista: certi interventi hanno un giustificativo politico talmente forte che gli strilli isterici sui costi meritano la risposta di Rhett Butler: Frankly, my dear, I don’t give a damn!

Evitate anche commenti del tipo: “tanto non mi pubblicate” o “scrivete solo quello che vi pare”, perché poi “se mi girano” vi metto nell’articolo e fate la figura del cioccolataio…

L’obbligo di stare tra le 200 e le 300 parole è tassativo.

La scadenza è giovedì 14 marzo. L'indirizzo è sempre: geopolitica@difesaonline.it

Ovviamente, garantiremo l’anonimato a tutti.

Grazie per come seguite questa rubrica.

Nella foto due CH-47 italiani in Afghanistan. Fonte: U.S. DoD