Gentiloni ha innescato l’ordigno “fine del mondo”. Starà a lui disattivarlo?

(di David Rossi)
30/04/18

Un silenzio assordante ha accolto la presentazione alla stampa del DEF (documento di programmazione economica e finanziaria) la scorsa settimana. Eppure, c’era da aspettarsi che i leader degli stakeholder del nuovo Parlamento, i vari Salvini, Di Maio e Grillo, avrebbero messo a ferro e fuoco il presidente del consiglio dimissionario Paolo Gentiloni e il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan perché, parafrasando San Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi, hanno volutamente cessato di svolgere - come avevano fatto tutti i governi dalla crisi del debito sovrano del 2011 a oggi - la funzione di katéchon, di “colui che trattiene”, in questo caso non l’anticristo, ma le forze soverchianti dell’euroburocrazia e delle altre potenze regionali europee.

Introdotta per la prima volta nella manovra di luglio del 2011 e più volte modificata, la clausola di salvaguardia è la norma che prevedeva l'aumento automatico dell'Iva nel caso lo Stato non riesca a reperire le risorse pianificate. In generale, è uno degli strumenti attraverso il quale il nostro governo cerca di "salvaguardare" non i nostri interessi nazionali, ma i vincoli di bilancio previsti nei trattati europei. Le misure espresse dalle clausole possono essere di vario tipo: contrazione della spesa pubblica e/o aumento delle tasse e delle imposte. In particolare, tra il 2019 e il 2021, se non interverrà una correzione dei conti pubblici, le aliquote IVA balzeranno dal 10 al 13% e dal 22 al 25,9%: un aumento generalizzato e anticiclico dei prezzi di beni e servizi capace di affossare la fragile ripresa dell’economia italiana. Possiamo dire che così facendo il governo uscente ha deliberatamente innescato la “doomsday bomb”, l’ordigno “fine del mondo”: per disinnescarlo le forze politiche dovranno coalizzarsi oppure accettare che il Paese sia travolto dall’immane esplosione.

In pratica, nel silenzio generale, si è creata una condizione che neanche la crisi serba del 1998 o quella, già citata, del 2011 con 400 miliardi di titoli in scadenza possono pareggiare nel creare un clima da “governo di salvezza nazionale”. O da Repubblica di Weimar (foto).

Il gioco fino a pochi giorni fa premiava chi restava fuori:

  • Il centrodestra in caso di governo Cinque Stelle – Partito Democratico
  • Il movimento di Beppe Grillo in caso di governo tra centrodestra e Renzi
  • Il partito democratico in caso di fallimento del governo tra grillini e leghisti

Ora, però, chi resta fuori e non si assume l’onere di una manovra “lacrime e sangue” fatta da un governo con ampia legittimità e magari, forzando la mano cerca di ottenere le elezioni anticipate, causa il probabile “scatto” di detta “clausola di salvaguardia”, i cui effetti sono paragonabili alle sanzioni contro la Russia.

Non se ne esce: Renzi torna al centro dei giochi: non tanto per la possibilità di coalizzarsi, quanto perché Lega e Cinque Stelle non vorranno perdere popolarità facendo un governo che, in ogni caso, dovrà mettere le mani nei portafogli degli italiani, un bel problema per chi ha promesso “reddito di cittadinanza” o “taglio delle accise” subito.

Già, alla fine la soluzione più seria starebbe nel “governo direttoriale”, con tutti i leader dentro, sul modello svizzero, che al massimo lasci fuori LEU e PD, in modo da poter esprimere il massimo della legittimazione. Ma i Cinque Stelle e la Lega non ci staranno, convinti che restando fuori avranno tutto da guadagnare in termini di popolarità. Scelta azzardata, dato che nessuna maggioranza che “spreme” gli Italiani nell’autunno del 2018 vorrà portarli alle elezioni prima di cinque anni.

Un tempo, come nel 1998 e nel 2011, Forza Italia si sarebbe prestata a sostenere singoli provvedimenti, per il bene del Paese (o almeno per il suo buon nome), in mancanza di unità di intenti nel centrosinistra e nella sinistra. Ora, i voti di Berlusconi contano quanto il due di picche quando la briscola è fiori: sono improponibili per una maggioranza Di Maio-Renzi, sono inutili per un governo Di Maio-Salvini. Ma sono buoni per un governo di salvezza nazionale, in cui non si guarda il pedigree di nessuno, ma si cerca, appunto, la più ampia legittimazione. Ipotesi per ora lontana…

Si torna perciò al governo del conte Gentiloni Silveri: chi lo vede in carica per altri mesi ancora, forse non ha torto. Fra questi, si annovera lo stesso Mattarella. Detto esecutivo potrebbe assumersi l’onere (senza onore…) di intervenire su richiesta dei partiti, ancora impegnati nella loro pugna, magari col sostegno del PD (di cui è in gran parte espressione) e di Forza Italia, con la Lega convertita al senso di responsabilità e disposta almeno ad astenersi. Teoria, per il momento.

E pensare che una riforma dell’articolo 10 della Costituzione, se attuata, avrebbe consentito al governo uscente di agire fin da subito. Adesso recita: L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Se fosse formulato, per esempio, così: L'ordinamento giuridico italiano, conformemente agli interessi strategici del Paese, si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute - allora, il governo, anche nel caso la crisi politica si prolungasse per dei mesi, potrebbe per mezzo di decreti intervenire ben oltre l’ordinaria amministrazione, per esercitare il suo compito fondamentale, che è appunto quello di “trattenere” le forze nemiche degli interessi non negoziabili dell’Italia. Sì, perché un’Italia stremata sarebbe facile preda per chi punta a Leonardo, Fincantieri, ENI e altri asset che ancora abbiamo e che la classe politica spesso dimentica. Già, ma chi lo spiega a Salvini e Di Maio che - agendo nell’interesse del Paese a costo di trasformare molti “follower” adoranti in “hater” indispettiti - farebbero il salto di qualità da “politico politicante” a “statista”?

(foto: Palazzo Chigi / web)