Educazione militare “speciale”

(di Paolo Palumbo)
14/06/18

Crescere un buon cittadino è uno dei compiti primari della famiglia e in seguito dello Stato. Lo Stato, infatti, attraverso l’istituzione scolastica è il primo ad intervenire in modo robusto sulla formazione di un giovane, educandolo ai principi costituzionali al rispetto delle gerarchie e al saper vivere comune. A questo – tempo fa – si aggiungeva il servizio di leva che forgiava i ragazzi al sacrosanto principio di DOVERE nei confronti dello Stato.

L’Italia ha avuto uno strano rapporto con le sue Forze Armate anche a causa di uno scollamento, più o meno vistoso, con certe istituzioni politiche le quali, lungi dal promuovere un senso patriottico lontano dal nazionalismo, ha sempre remato contro erodendo, in modo irreparabile, l’importanza di valori comuni.

In questo ultimo periodo notiamo con piacere che tra le Forze Armate e la politica sembra esservi una possibilità in più di costruire un rapporto migliore e che questo avvenga proprio attraverso la divulgazione - libera e senza compromessi – di informazioni obiettive, erudite e libere da qualsiasi valenza politica. Esercito – istruzione – scuola sono tre elementi che nell’Italia “perbenista” sembravano inconciliabili, tuttavia qualcuno tra le nostre eccellenze, ha subito smentito questo assioma: il Nono reggimento “Col Moschin”.

Il 31 maggio scorso a Guidonia, poco prima della sfilata per la Festa della Repubblica, una piccola delegazione dell’unico reparto di Forze Speciali dell’Esercito ha fatto il suo ingresso nella scuola “Leonardo da Vinci” per incontrare i bambini delle elementari. Un concetto sul quale si è sempre insistito molto è la capacità comunicativa del Nono reggimento che, vuoi per vocazione e per necessità, ha progressivamente sviluppato una competenza esplicativa su diversi ambiti della sia militare, sia civile.

Oggi l’operatore delle Forze Speciali non è più il soldato “spacca e fuggi” degli anni Settanta/Ottanta; il ruolo dei soldati del Nono è, infatti, profondamente mutato evolvendosi non solo dal punto di vista bellico, ma soprattutto da quello “inedito” di comunicatori e mediatori in aree di crisi. L’impatto che i militari hanno avuto sui bambini è stato positivo, non poteva essere altrimenti: siamo lontani dall’enfasi omerica di Astianatte che piange di fronte al padre Ettore perché indossa l’armatura.

Oggi il quotidiano di un ragazzino è invaso da mimetiche, fucili ed elmetti, anche in termini negativi (mi riferisco soprattutto ai videogiochi propagatori di violenza gratuita): proprio per questo la presenza in carne ed ossa di operatori delle Forze Speciali è funzionale a far capire ai giovani che il mondo militare è diametralmente opposto a quello virtuale. L’obiettivo degli incursori non è certo propagandare se stessi o la guerra, ma semplicemente veicolare un messaggio inequivocabile sulle difficoltà insite al “mestiere delle armi” e far capire che il futuro riserva sempre delle difficoltà inaspettate: tutto sta nel saperle affrontare.

Nel corso della sua carriera, un incursore del Nono reggimento, apprende una miriade di nozioni e tecniche spendibili in qualsiasi ambito del mondo civile a livelli incredibili; Paolo Nespoli (vedi articolo) offre senz’altro un esempio eccellente di quanto affermato. Nell’immaginario di ciascun bambino alberga il desiderio di volare, di librarsi nel cielo come gli uccelli e osservare la terra dall’alto e quei “signori” in mimetica e basco amaranto hanno dimostrato loro che questo è possibile, ma solo passando attraverso sacrificio e duro lavoro. In questo, un incursore del Nono demolisce il messaggio sfacciato e mendace che si possa ottenere tutto attraverso scorciatoie, facilitazioni o che basti semplicemente “saper apparire”. Gli incursori sono, infatti, la quint’essenza dell’essere, per sé e per gli altri e se il messaggio spinge in quella direzione allora mandiamone uno in ogni classe, istituto o ufficio pubblico che sia. Serve ai bambini, ma soprattutto ai grandi.

(foto: Esercito)