1989-2019: trenta anni dopo, ancora muri

(di Antonio Vecchio)
04/02/19

Trenta anni fa cadeva il muro di Berlino: tra i simboli della guerra fredda, forse, il più famoso. Era stato costruito in una notte, fra il 12 e il 13 agosto 1961, per impedire le fughe verso ovest di cittadini della Repubblica Democratica tedesca (DDR), ma anche per marcare una netta separazione tra i due blocchi all’epoca contrapposti. Lungo più di 155 km, era presidiato da guardie armate, filo spinato, cani e mine; non si limitava a passare per il centro della città ma la circondava completamente, tagliandola fuori dalla Germania Est. 

Nei 28 anni in cui ha separato le due Germanie, oltre 5000 cittadini dell’est tentarono la fuga, alcuni in modo rocambolesco: come l’acrobata Horst Klein che nel 1963 camminò su un filo elettrico a 18 metri di altezza, o Gunter Wetze, che varcò il confine su un pallone aerostatico costruito con vecchie coperte. Per non parlare delle dozzine di persone che provarono ad evadere utilizzando tunnel sotterranei.

Altri, invece, tentarono la sorte nel modo più antico: scappando a gambe levate voltando le spalle alle Grenztruppen (le guardie di frontiera) che avevano l’ordine di sparare a vista contro ogni tentativo di fuga. Fu una strage silenziosa, impossibile conoscere il numero dei tanti che vi persero la vita.

La caduta del muro fu per il mondo libero un atto liberatorio, il sussulto di un’umanità umiliata, ancor più perché era situato nel cuore dell’Europa: la terra delle libertà individuali e dei diritti umani.

La sua distruzione significò l’inizio della fine dell’Unione Sovietica e, per la NATO che aveva combattuto quella guerra, la certezza della vittoria finale: di rado, infatti, soprattutto in Occidente, si riflette sul fatto che la guerra fredda fu una guerra comunque combattuta e vinta.

Dobbiamo la notizia ad un cronista dell’ANSA, Riccardo Erhman, l’unico giornalista che durante la conferenza stampa con cui il ministro della Propaganda della DDR, Schabowski, annunciò improvvisamente l’apertura del varco verso l’ovest, ebbe la prontezza di chiedergli: “da quando?”

"Da subito", fu la risposta e le agenzie di tutto il mondo la batterono ai quattro angoli del pianeta, con il risultato che di lì a poco, migliaia di tedeschi dell’est si precipitarono al confine per varcarlo.

Fu la fine di un epoca. Si pensò che una nuova era dell’umanità fosse alle porte, finalmente portatrice di pace e prosperità. Il politologo statunitense, Francis Fukuyama, in un famosissimo articolo pubblicato da “The National Interest” - il più importante trimestrale di geopolitica USA - parlò addirittura di “fine della storia”, nel senso di un mondo inesorabilmente diretto verso il trionfo dei regimi democratici liberali e del capitalismo globalizzato.

Sappiamo tutti che non è andata così. La democrazia liberale è sempre più insidiata dai nuovi mezzi di comunicazione digitale che veicolano i messaggi di nuovi potentati a masse drammaticamente prive di senso critico, più interessate a confermarsi nelle opinioni già acquisite che a confrontarsi con quelle altrui, magari leggendo un libro o un articolo.

La globalizzazione, d’altro canto, ha certamente sottratto alla povertà milioni di lavoratori nei paesi del terzo mondo, ma ha ridotto significativamente la classe media dell’Occidente: quella su cui si è sempre basato il progresso tecnologico e la capacità di consumo.

Altri muri, infine, sono sorti. Da più parti. Solo per rimanere in Europa, se ne vedono tra Bulgaria e Turchia, tra Ungheria e Serbia, tra Danimarca e Germania (quest’ultimo solo per combattere il diffondersi della peste suina africana. Per ora.).

Vi è poi il muro di Evros, al confine tra Grecia e Turchia, costruito dal governo greco nel 2012 per fermare l’immigrazione clandestina; quello di Ceuta e Melilla, le enclave spagnole in Nord Africa.

Sono infine 99 i muri che separano a Belfast le comunità protestanti da quelle cattoliche.

E, per allargare lo sguardo, chi non ha sentito parlare del muro che divide Israele dai territori palestinesi o di quello che intende costruire il presidente Trump al confine con il Messico?

La caduta del muro di Berlino, oggi, va intesa solo come il simbolo della vittoria occidentale, del suo modello economico e di rappresentanza politica, su quello centralizzato dei soviet.

I tanti muri ancora esistenti, e quelli che a breve lo saranno, stanno a indicarci ogni giorno che l’epoca dei “limes” è lungi dal terminare.

Foto: IDF / archivio RIA Novosti / U.S. DoD