Caso Regeni: svolta nel processo, grazie al nuovo strumento investigativo dell’ordine di indagine europeo

(di Avv. Marco Valerio Verni)
10/01/18

È notizia di questi giorni che il pool investigativo della procura di Roma, diretto da Giuseppe Pignatone e dal sostituto Sergio Colaiocco, stia a Cambridge, nel Regno Unito, per procedere, finalmente, all’interrogatorio formale della professoressa Maha Mahfouz Abdel Rahman, la tutor inglese di Giulio Regeni, e per acquisire i suoi tabulati telefonici, mobili e fissi, utilizzati tra il gennaio 2015 e il 28 febbraio 2016, per ricostruire la sua rete di relazioni.

Il tema di indagine

Tra gli aspetti da chiarire, gli investigatori italiani vogliono capire chi abbia scelto il tema specifico della ricerca dello studioso italiano ucciso ed il tutor che lo avrebbe seguito in Egitto, chi abbia e con quale modalità di studio la “ricerca partecipata”, chi abbia definito le domande da porre agli ambulanti intervistati dal ricercatore e se Regeni abbia consegnato alla professoressa l’esito della sua ricerca durante un incontro che si sarebbe svolto al Cairo a gennaio del 2016.

In realtà, oltre all'audizione della docente universitaria di Cambridge, la Procura di Roma avrebbe chiesto anche di identificare e ascoltare, alla presenza di inquirenti italiani, tutti gli studenti che l'università, sotto il controllo della docente, ebbe ad inviare al Cairo tra il 2012 e il 2015.

Lo strumento procedurale

Quella che, comunemente, viene ancora chiamata dagli organi di stampa “rogatoria” è in realtà, in maniera più tecnica, un “ordine europeo di investigazione” (european investigation order) che, in attuazione della direttiva del Consiglio e del Parlamento europeo n. 41/2014, a far data dal 27 Luglio dello scorso anno, attraverso le norme di trasposizione nel nostro ordinamento previste dal decreto legislativo 108 del 21 giugno 2017, ha sostituito il precedente strumento di indagine (quello delle rogatorie internazionali, appunto), con i relativi limiti che lo contraddistinguevano (tra tutti, un quadro giuridico per l'acquisizione delle prove ancora troppo frammentato).

Queste ultime restano in vigore nei rapporti fra l’Italia e gli Stati dell’Unione che non hanno aderito alla direttiva (ossia la Danimarca e l’Irlanda) e con quelli, invece, che a quest’ultima proprio non appartengono (Islanda e Norvegia).

Lo scopo, in un’ottica di cooperazione orizzontale, è quello di facilitare la collaborazione e il coordinamento degli organi di investigazione per il contrasto alla criminalità transnazionale a fronte, purtroppo, della perdurante assenza di organi dotati di poteri investigativi sovranazionali (l’istituzione della procura europea è ancora in fase di gestazione).

Come funziona

L'ordine di investigazione europeo è stato introdotto in base all'art. 82 comma 1 del Trattato di Lisbona, secondo cui la cooperazione giudiziaria in materia penale tra i Paesi dell'Unione Europea deve fondarsi sul principio del mutuo riconoscimento delle sentenze e delle decisioni giudiziarie.

Per quanto riguarda l’Italia, esso può essere promosso dal pubblico ministero o dal giudice che procede, nell'ambito delle rispettive attribuzioni, in un procedimento penale o in un procedimento per l'applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale, nei confronti di tutti i paesi dell’Unione che abbiano aderito alla direttiva (quindi devono escludersi Irlanda e Danimarca).

Per quanto riguarda il Regno Unito, che è quello che più interessa nel caso in questione, esso, che pur ha adottato un impianto normativo nazionale di riferimento in materia, è certamente ricompreso nel relativo perimetro operativo, almeno fino a quando non si saranno definiti nuovi e diversi accordi legati alla c.d. Brexit.

Tramite un ordine europeo di investigazione penale possono essere compiuti tutti gli atti di indagine e di ricerca della prova indicati nella direttiva n. 41. In particolare l'ordine di investigazione europeo potrà essere emesso per: il trasferimento temporaneo nello Stato di emissione delle persone detenute, il trasferimento temporaneo in Italia di persone detenute nello Stato di emissione, l'audizione mediante videoconferenza o altra trasmissione audiovisiva o, ancora, mediante teleconferenza; l'acquisizione di informazioni e documenti presso banche ed istituti finanziari; le operazioni sottocopertura; il ritardato arresto o sequestro; le intercettazioni di telecomunicazioni (comprese quelle telematiche) ed i provvedimenti si sequestro probatorio.

Alcuni ulteriori punti, potranno servire da spunto per delle riflessioni personali che, ciascun lettore, potrà esprimere, avendo riguardo alla vicenda di cui ci si occupa e considerati gli aloni di mistero e le ipotesi che, intorno ad essa, si sono concentrati (in primis, il coinvolgimento dei servizi segreti britannici).

Gli Stati membri, che ricevono la richiesta, hanno fino a trenta giorni per decidere se accettarla o meno. In caso positivo, hanno poi novanta giorni per effettuare l'atto di indagine richiesto (eventuali ritardi dovranno essere segnalati al paese che ha emesso l'ordine europeo di investigazione).

In caso negativo, ossia di rifiuto di dare esecuzione all’ordine di indagine, lo Stato ricevente dovrà fornire idonea motivazione al riguardo che, però, è di fatto limitato a pochi motivi, tra cui l’eventuale contrasto della suddetta richiesta con i principi fondamentali del diritto dello Stato di esecuzione o, si badi, di lesione di interessi riguardanti la sicurezza nazionale.

Nel caso Regeni, l’ordine di indagine europeo è stato inviato dalla Procura romana il 9 ottobre dello scorso anno. Facendo un rapido calcolo, se è vero che l’interrogatorio della professoressa universitaria di Cambridge avverrà in questi giorni, è altrettanto vero che la stessa, stando almeno alle cronache giornalistiche, già in due precedenti occasioni si era rifiutata, o comunque sottratta, a tale atto, proprio a seguito di altrettante rogatorie internazionali.

Il fatto merita una attenta riflessione: il Regno Unito si sarebbe potuto rifiutare anche questa volta ma, in assenza di un contrasto con le sue norme interne di diritto, l’altra unica, valida motivazione, sarebbe potuta essere solo quella di una potenziale lesione degli interessi nazionali. Il che, avrebbe voluto dire, forse, ammettere l’esistenza di scenari poco chiari, ivi compreso quello di un coinvolgimento diretto degli apparati di sicurezza esterna nella morte del ricercatore italiano.

Chissà che in questo lungo trascorrere del tempo non si abbia avuto modo di meglio aggiustare, nella mente di chi sarà chiamato a fornire la propria versione, la dinamica dei fatti.

Auguriamo, con tutto il cuore, ai nostri magistrati, di fare un buon lavoro. Per la dignità di un Paese (il nostro), e per quella di una famiglia, comunque devastata dalla perdita di un figlio, accaduta in circostanze al momento molto oscure.