Tonfa, da attrezzo agricolo a bastone da combattimento

13/09/18

È diventato ormai abbastanza comune osservare che un certo numero di Forze di Polizia dei paesi occidentali (ma anche di Forze Armate quando impiegate in attività di “controllo della folla” o di “antirivolta”) hanno in dotazione un particolare bastone che viene impugnato grazie ad un manico trasversale (inserito a tre-quarti della sua lunghezza) in modo tale da poter essere facilmente usato, oltre che come bastone, anche come protezione a difesa dell’avambraccio o del corpo: in giapponese il nome di tale bastone è “Tonfa”.

Il Tonfa ha una storia singolare che ha origine a sud del Giappone, nella piccola isola di Okinawa dove nel periodo medioevale era inizialmente usato come “attrezzo agricolo”, ovvero come manico per poter girare le ruote di pietra delle macine per cereali. Solo successivamente, attraverso le complesse vicende storiche che riguardano l’arcipelago di Okinawa (l’isola di Okinawa e le sue isole minori furono annesse al Giappone solo nel 1879), il Tonfa verrà poi impiegato diversamente diventando, in mani esperte, una vera e propria arma da impatto idonea a colpire, parare, fratturare... ma anche idonea a immobilizzare o strangolare. Le vicende storiche del periodo medioevale di Okinawa presentano talvolta delle discordanze in parte per la mancanza di riferimenti scritti certi e in parte per la volontà di mantenere il segreto su un certo numero di questioni autoctone. In ogni caso, l’isola di Okinawa fu per un lungo periodo un centro nodale di commerci e di influenze varie provenienti dalle più lontane zone dell’Asia.

Grazie a questi continui scambi, anche culturali, nell’isola di Okinawa nacque verso il XV secolo l’arte marziale dell’Okinawa-te (la “mano di Okinawa”), detta anche Totè (la “mano cinese”) divenuta poi famosa successivamente con il nome di Karate-do (“l’arte della mano vuota” ovvero “disarmata”).

Sempre sull’sola di Okinawa, in seguito ad alterne vicende ed alla proibizione dell’uso di armi sul suo territorio, nacquero, presumibilmente verso il XVI secolo, altre discipline marziali che impiegavano semplici attrezzi agricoli che si trasformavano, grazie alla maestria con cui venivano maneggiati, in vere e proprie armi (che ad Okinawa rimarranno per sempre legate alla pratica del Karate). L’insieme di queste arti marziali, che impiegavano “armi improprie”, venne chiamato “Kobudo” (Ko=minore, piccolo, Budo=arti marziali), ovvero “Budo minore” per differenziarlo dal “Budo” vero e proprio, ovvero dall’insieme delle arti marziali giapponesi tradizionali, comprese quelle con le armi.

La questione risulta più chiara se viene interpretata attraverso il famoso “Bushido” (Bushi=guerriero, do= via spirituale/arte), l’antico e rigoroso codice etico-morale del guerriero professionista, ossia considerando la differenza tra “Budo” e “Bugei”: il Budo rappresenta la pratica delle arti marziali per giungere ad un proprio equilibrato stile di vita attraverso una rigorosa disciplina interiore ed un meticoloso ed intenso addestramento fisico, mentre il Bugei rappresenta la pratica delle arti marziali con finalità letali per l’esclusivo impiego sul campo di battaglia. Per inciso, vista la elevata efficacia bellica del Karate di Okinawa, nel 1939 il Dai Nippon Butokukai di Tokyo (in questo caso, nella sua particolare veste di Centro di Formazione Militare) decretò l’ascrizione ufficiale del Karate nelle “Arti Marziali giapponesi”, facendo così nascere il “Karate-do” giapponese.

Anche se Okinawa è giapponese da più di un secolo, permane ancora la differenza tra il Karate di Okinawa e il Karate giapponese, in quanto i numerosi stili che ne sono poi derivati risentono ancora adesso delle differenze iniziali, sia dal punto di vista tecnico che tattico. In ogni caso, il Tonfa, come strumento da combattimento (generalmente usato in coppia) è inserito tra le “Armi del Kobudo” di Okinawa, in cui si trovano anche altri ex utensili agricoli (alcuni dei quali opportunamente modificati) come i bastoni, bastoni snodati, falcetti, roncole, tridenti e catene nonché ex attrezzi da pesca come le canne e i remi. Alcune armi del Kobudo, tra cui il Tonfa, andarono inoltre anche ad integrare il già nutrito arsenale delle armi non convenzionali a disposizione dei Ninja, i famosi “Guerrieri furtivi” o “Guerrieri ombra”.

Pur non essendo ben note le vie con le quali in passato il Tonfa si sia diffuso nei paesi orientali è comunque presente in quasi tutto l’Estremo Oriente sotto diversi nomi, i cui più comuni sono: “Kuai” in Cina, “Topang” in Indonesia, Malesia e Singapore, “Moc-Can” in Vietnam e Laos, “Mai sok san” in Thailandia.

Il Tonfa, è costituito da un corpo allungato (monouchi/yoka), generalmente di una lunghezza di 50-60 cm., sul quale è innestato trasversalmente un manico (tsuka), di una lunghezza variabile di 7-12 cm. Il manico è dotato in cima di un pomello (tsuka-gashira) che consente il maneggio in rotazione veloce del manico, senza che il Tonfa stesso sfugga di mano, oppure può essere impiegato per colpire (in alcuni modelli il pomello è appuntito).

Nella zona dell’innesto del manico (hoshi) alcuni modelli di Tonfa (soprattutto quelli in dotazione alle Polizie) presentano un allargamento del monouchi che garantisce una ulteriore protezione per il braccio che impugna il Tonfa in quanto un violento colpo di bastone, ancorché parato, potrebbe far scivolare il bastone stesso lungo il monouchi e fratturare le ossa del polso o della mano. La sezione del monouchi può essere circolare, semicircolare, quadrata, rettangolare o poligonale: gli spigoli garantiscono la possibilità di poter fratturare le ossa con un Tonfa relativamente leggero, mentre una sezione circolare richiede necessariamente un Tonfa più pesante. Alcuni modelli di Tonfa del passato, presumibilmente dei Topang malesi, presentano anche delle lame affilatissime (opportunamente fissate in più punti) in modo tale da rendere il “Tonfa da battaglia” un’arma sicuramente letale.

Il Tonfa tradizionale è costruito impiegando legno di quercia, di teak o di abete mentre i Tonfa moderni possono essere costruiti in plastica o alluminio (appesantiti), in fibra di carbonio o in policarbonato. Per la trasportabilità esistono modelli in cui il monouchi è retrattile o telescopico in modo da poter garantire (a chi lo indossa come arma da fianco) la possibilità di sedersi all’interno di un veicolo senza doverlo appoggiare da qualche parte. Nel merito, due ditte americane si sono particolarmente specializzate nel settore delle dotazioni per le Forze di Polizia: la “Monadnock”, che ha brevettato lo storico Tonfa modello “PR-24 Police side arm baton”, e la “ASP” (Armament Systems and Procedures Inc.), che ha avuto notevoli riscontri con il modello “ASP retractable Tonfa baton”. Per quanto riguarda i Tonfa tradizionali ci sono una infinità di valide ditte cinesi e pakistane che li costruiscono, ma le più famose sono le giapponesi Tokaido (made in Japan) e Shureido (made in Japan-Okinawa!!), che detengono ancora il meglio di quanto si possa avere nel settore marziale del Karate e del Kobudo.

L’uso del Tonfa si sviluppa partendo da cinque tipi di impugnatura:

- con presa classica al manico (tsuka hon kumi): impugnando il manico e facendo quasi aderire il monouchi all’avambraccio (shomen - parte interna del monouchi) in modo da consentire la protezione dell’avambraccio stesso in caso di parata (con il sokumen - parte esterna del monouchi). Con tale presa il Tonfa può essere impiegato sferrando un colpo con la parte anteriore (atama/zen atama) o con la parte posteriore (ushiro atama) del monouchi oppure con il pomello del manico (tsukagashira);

- con presa classica inversa (gyaku hon kumi): impugnando il manico avendo però il monouchi dalla parte del pollice della mano; protegge la parte superiore/anteriore dell’avambraccio (è poco usata);

- con presa classica ma con il monouchi puntato in avanti (zenkutsu monouchi kumi);

- come bastone (soko kumi): impugnando la parte più corta, rispetto al manico, del monouchi (soko), lasciando il manico orientato verso il basso;

- come martello (ushiro atama kumi): impugnando il Tonfa come se fosse un martello che colpisce con il pomello del manico. Con tale presa il manico può anche essere usato come “gancio” (kake tsuka) per afferrare o avvicinare.

Per passare dalla “presa tradizionale” alla “presa a martello” si effettua una rotazione del Tonfa (kumi kaeru) tramite uno scatto di polso con la rotazione del Tonfa sul dorso della mano che va in appoggio sullo shomen (spiegazione farraginosa, in realtà più facile a farsi che a dirsi!). Ma l’aspetto più diffuso del Tonfa, ed anche il più difficile, è il suo uso in rotazione veloce. Tale tecnica ha molti nomi, ma la più nota è forse “Jigoku Guruma”. È una tecnica che richiede molto allenamento affinché il Tonfa, stondato o spigoloso che sia, risulti in grado di “colpire forte” e fratturare. È necessario possedere il perfetto controllo della presa, del bloccaggio e del rilascio del manico e inoltre bisogna essere in grado di sviluppare in pochi movimenti un energia cinetica tale da produrre un forte impatto sul bersaglio. È un gioco di contrazione e rilassamento dei muscoli del braccio e del polso nonché di capacità di distendere o di ritrarre il braccio al momento opportuno. La continua ripetizione del movimento, anche centinaia di volte, farà aumentare progressivamente sia la velocità che la potenza. In estrema sintesi, si avrà la certezza di avere per le mani un “attrezzo” formidabile solo quando verrà pienamente acquisita la capacità di far ruotare velocemente e con energia il Tonfa, nonché la capacità di dare un colpo secco e preciso esattamente nel punto voluto.

La tipologia di addestramento che richiede il Tonfa è molto simile, anche se molto più semplice, a quello previsto per il Karate: per tale motivo ad Okinawa la pratica delle due discipline è sempre stata fortemente legata. In alcune scuole addirittura veniva consentito di mettere le mani su una qualsiasi arma del Kobudo solamente dopo aver acquisito la cintura nera di Karate.

I Tonfa vengono tradizionalmente impiegati in coppia, tuttavia nel contesto moderno l’uso di un singolo Tonfa è indubbiamente più comodo, più realistico e più fattibile. È comunque auspicabile, per chi deve usare il Tonfa per professione, cercare di essere “ambidestri”, o perlomeno di essere in grado di poter operare in modo accettabile anche con il cosiddetto “braccio più debole”.

In definitiva, il Tonfa moderno ha lontane origini ed una lunga storia: un semplice utensile agricolo dall’aspetto insignificante e grossolano che è pervenuto a noi attraverso la forza della tradizione e che la capacità innovativa dell’uomo è riuscita nuovamente a valorizzare.

Marco Bandioli (Karate – cintura nera 5° Dan)

(foto: web / autore)